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Perché mi piace Roma

giugno 5, 2012

Nel mezzo del cammin della mia vita precedente, quando facevo l’arredatore, un pomeriggio primaverile mi ritrovai in una zona residenziale di Milano a ritirare delle tende. Lì abitava la sarta che cuciva i tessuti che le davamo per conto dei nostri clienti. Era una vecchietta esperta che arrotondava la pensione con questi lavori di cucito che svolgeva a casa sua. L’appuntamento era stato fissato il giorno prima al telefono, le tende sarebbero state pronte per le 15. Arrivai puntuale ma disse che le serviva ancora mezz’ora, e mi invitò a fare un giro e tornare più tardi. Quando uscii in strada mi accorsi che non c’era niente da fare nei dintorni, era un quartiere dormitorio di palazzi anni 70 immersi nel verde, privo di bar o vetrine da sbirciare. Non sapevo come ammazzare il tempo e non volevo chiudermi in auto ad ascoltare musica. Era una bella giornata e avevo voglia di stare all’aria aperta. Spostarmi verso zone più vive non aveva senso, l’andata e il ritorno avrebbero preso troppo tempo. Così passeggiando vidi nella traversa una scuola elementare coi bambini che facevano ricreazione nel campetto da basket adiacente. Mi sedetti su una panchina di fronte alla recinzione e li guardai giocare, le loro scorribande mi mettevano allegria. Sulle altre panchine c’erano un paio di anziani e una mamma col neonato sul passeggino. Presto notai che i vicini mi guardavano male, finché il sospetto si tramuto’ in una spessa e compatta ostilità nei miei confronti. Non si capacitavano della mia presenza. Un uomo di 35 anni, apparentemente sano, in età da lavoro ma che non lavora, non poteva starsene lì a bighellonare se non per motivi ignobili (pedofilia, droga, malaffare). Provai a infischiarmene ma il loro odio cresceva, era insostenibile, sembravano sul punto di aggredirmi, allora mi alzai e me ne andai.

Quando mi chiedono le differenze con Milano e cosa mi piace di Roma elenco la luce strepitosa, il suo cielo limpido, la bellezza incomparabile di certi scorci, il cibo godurioso, tutte cose che mi han cambiato l’umore, ma più di tutto è la storia della panchina. E proprio leggendo il bel libro di Beppe Sebaste intitolato Panchine (contromano Laterza) venni a sapere che nella Milano del boom economico, quella dei primi anni Sessanta, Luciano Bianciardi fu licenziato dall’editore Feltrinelli per scarso rendimento, dato che «strascicava i piedi». Ecco, a Roma questo non potrebbe succedere, oggi come allora. Qui l’ozio non è visto con sospetto, non è considerato pericoloso o sovversivo. Anzi, viene prima del lavoro (anche linguisticamente: necotium è la negazione dell’ozio). Roma mi piace perché è una città che mi somiglia.

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