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gli aguzzini del linguaggio

agosto 8, 2017

ling

Una volta andai con un fratello d’inchiostro a sentire la presentazione di una nuova traduzione del Finnegans Wake, e non ci convinse molto il modo con cui i due traduttori e il presentatore avevano scelto di parlare del capolavoro di Joyce. Sembrava che si riducesse tutto a un gioco verbale di doppi sensi arguti, come fosse un’improvvisazione di Alessandro Bergonzoni. In seguito i relatori spiegarono che avevano preferito quell’approccio leggero per avvicinare il pubblico a un libro ostico, ma la sensazione fu di un tradimento, di qualcosa che ne snaturava il senso, perché era del tutto assente il dolore e la sofferenza di quella scrittura. Il mio fratello d’inchiostro poi è triestino, per cui la cosa lo infastidì abbastanza, tant’è che non si trattenne dall’esprimere qualche riserva al momento delle domande del pubblico. Io tacqui, pur condividendo la critica, dato che non sono un esperto di Joyce, ma ho sempre amato quel tipo di scrittori, come Céline Gadda, e so che il loro stile (sia l’argot del francese, che il pastiche del lombardo, o il flusso di coscienza dell’irlandese) non ha nulla di innocente e leggero. Quelli sono degli aguzzini del linguaggio, lo tormentano e torturano per farlo parlare, e non certo col solletico. Poi, certo, mi è capitato spesso di ridere leggendo qualche loro pagina. Penso ad alcuni brani di Morte a credito, o del Pasticciaccio o di Eros e Priapo, ma è un riso amaro, un riso a denti stretti, come dice La settimana enigmistica. Senza contare la funzione di apripista di questi scrittori “leggendariamente ardui” (alla Pizzuto, insomma), che diventano veri e propri punti di riferimento linguistici, come nel caso di tanti giovani autori tedeschi che hanno risciacquato i loro panni in Arno (Schmidt).

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