Posts Tagged ‘Borges’

castelli in Spagna

marzo 19, 2017

tempesta east coast

Non lo sapevo. L’ho scoperto a cinquant’anni, leggendo un libro su Baudelaire. “Castelli in Spagna” è un modo di dire comune in francese, e pure antico, infatti risale al Roman de la rose. Un po’ l’equivalente del nostro “castelli in aria”.

Chissà perché proprio in Spagna, come se non potessero esistere dei castelli lì. Ad ogni modo l’espressione “castelli in Spagna” per i francesi allude ai progetti chimerici, e quando lo lessi mi suonò una campanella, come se all’improvviso qualcosa andasse a posto da solo, s’incastrasse alla perfezione con un altro pezzo spaiato che avevo accantonato tempo addietro. (more…)

“élite”

marzo 15, 2017

som

Ieri ho letto una dichiarazione curiosa del portavoce della Casa Bianca. Questi, per spiegare che le accuse di Trump a Obama non andavano prese alla lettera, ha detto che “il Presidente ha usato la parola intercettazioni tra virgolette“. Riferisco questo episodio non per opinare su fake news e post verità, che l’hanno già fatto e meglio di me tante altre persone, quanto perché la ricca polisemia delle virgolette si lega nel mio caso a una vicenda istruttiva occorsami tre anni fa. (more…)

teoria della cospirazione

febbraio 28, 2017

cy

“Die Rose ist ohne Warum, la rosa es sin porqué, leemos en un libro de Angelus Silesius. Yo afirmo lo contrario, yo afirmo que es imprescindible una tenaz conspiración de porqués para que la rosa sea rosa” (J. L. Borges)

Ginevra o dell’irrilevanza

febbraio 28, 2017

cortazar-en-ginebra-1955

Ce l’ho avuta per mezzo secolo a un tiro di schioppo, mezz’ora di macchina da casa mia a Monza, e proprio per questo non ci andavo mai. Giusto per una mostra a Lugano su Bacon, o per un’altra su Giacometti a Basilea. La verità è che credevo di conoscerla già, non la consideravo neppure un paese straniero. Formaggio a buchi, coltellini multiuso, orologi, banche, ordine e pulizia, una noia assurda. D’altronde, da un paese che ha come eroe nazionale Guglielmo Tell, che cosa ci si può aspettare?

Anche Cortazar andava malvolentieri in Svizzera. Il suo megaepistolario di tremila pagine afferma in quarta di copertina che fu un uomo che non si annoiò mai, ma in verità mente. Perché in una lettera da Ginevra, dove si recò spesso per ragioni di lavoro con l’Unesco, disse che in quella città si annoiava a morte. L’unico vantaggio è che la trovava talmente pallosa e brutta che era perfetta per scrivere e concentrarsi. Nessuna distrazione, o tentazione estetica.

Una mattina del mese scorso sono entrato nel Residence St. James in rue Versonnex, a pochi passi dal lago res. All’incaricato della reception ho spiegato che ero un fan dello scrittore argentino Cortazar, che nel 1973 soggiornò per due mesi nell’appartamento n°32, e poi sono salito a bussare alla porta. Una donna sudamericana mi ha aperto non più di uno spiraglio, aveva sui trent’anni e indossava solo un asciugamano arrotolato sopra il seno. Le ho chiesto se potevo fotografare la stanza, perché ci aveva vissuto un romanziere famoso, e lei ovviamente si è rifiutata di farmi entrare prendendomi per pazzo, così mi sono limitato a fotografare la porta d’entrata col numerino.doo Lo skyline di Ginevra è un sottile crinale d’angoscia su un cielo bigio, qualcosa che tiene a distanza e che soggioga, come il presentimento della totale irrilevanza di ciò che siamo e di tutto ciò che portiamo con noi: i nostri ricordi, i nostri affetti, i nostri beni. Chi dice che vita e morte sono concetti non laicizzabili non conosce Ginevra. Non ha visto i ricchi pensionati sulle panchine del lungolago con l’espressione bovina, il viso reclinato e la bavetta che cola, quegli esseri fantasmatici e vuoti che non aspirano né si aspettano altro se non rimandare il più possibile la propria fine, e ai quali non importa un fico secco del futuro del mondo, per la semplice ragione che quel futuro non li riguarda più. Vegetano e si spengono nell’indifferenza generale come a ribadire la celebre frase di Voltaire (sì, lui, l’unità di misura dell’Illuminismo), che lodava Ginevra perché vi si poteva morire tranquillamente, ognuno a modo suo, senza obiezioni di sorta. Ma in realtà è perché a nessuno frega niente del prossimo, e non c’è fascino ricchezza o fama che tenga. Per alcuni è una manna, come Borges, che veniva da un paese latino dove le celebrità sono assediate dalla curiosità popolare, soprattutto se si sono convertite in simboli e icone; per altri invece, i più disperati, come Lucio Magri e Fabiano Antoniani, il discreto solipsismo svizzero era l’ultima spiaggia per poter affermare una volontà conculcata.

il minimo comune multiplo

febbraio 23, 2017

terzetto

Che cosa accomuna le mie passioni artistico-letterarie? Che c’entrano un pittore lombardo che si trasferisce a Roma alla fine del ‘500, uno scrittore francese antisemita e due argentini, un vate cieco e un cronopio emigrato a Parigi? Apparentemente nulla. Non le biografie, alcune maledette, altre banali e monotone come quella di un travet. Non il modo di esprimersi, che oscilla dal rap of consciousness a un aristocratico classicismo. E a ben vedere neppure la poetica, che va dal fantastico quotidiano a un naturalismo recitato, quasi teatrale. Insomma, nessun punto di contatto, quattro artisti diversissimi. A parte un piccolo dettaglio zoofilo, e cioè che tutti e quattro amavano gli animali e cercavano la loro compagnia.

Caravaggio aveva un cane nero che si chiamava Cornacchia dal quale non si separava mai. Così riferisce Giovanni Baglione, il biografo rivale, per poi aggiungere il dettaglio che il Merisi gli aveva insegnato “bellissimi giuochi”, altro segno inequivoco della loro assidua frequentazione. Possiamo pure azzardare qualche ipotesi sull’aspetto del suo cane, dato che Caravaggio ritraeva sempre dal vivo e usava modelli conosciuti. Questo perché un cane nei suoi dipinti compare una volta, e lo si vede nella sua opera meno nota, l’affresco alchemico del Casino Ludovisi commissionatogli dal cardinale Francesco Maria Del Monte. Lì con ogni probabilità Caravaggio ritrasse nel Cerbero a tre teste proprio il suo fido Cornacchia, un bastardino dal pelo nero sul dorso ma bianco intorno al naso, sul petto e la gola gatto5

A riprova di questa ipotesi un’analogia non casuale, e cioè che il cane a tre teste si riflette nel triplice autoritratto del pittore (Giove, Nettuno e Plutone), quasi a ribadire lo stretto legame.

Poi Céline, che dedicò il suo ultimo libro, Rigodon, agli animali, perché ne ebbe sempre tanti (gatti, cani, pappagalli…), a cominciare da Bebert, il gatto più famoso della letteratura francese. La sua fuga rocambolesca dalla Germania in fiamme nascosto nel panciotto dello scrittore è diventata leggendaria, tanto da diventare il protagonista della trilogia tedesca. E’ stata perfino scritta una biografia sul suo conto, onore riservato a pochi suoi simili, che ne ripercorre i vari passaggi e le peripezie, dall’attore Robert Le Vigan, che lo acquista ai grandi magazzini, fino alle scorribande su e giù per la butte di Montmartre. Ma anche i cani furono un grande amore di Céline, come testimoniato dal brano straziante che racconta la morte di Bessy a Meudon (in Da un castello all’altro), malata terminale di cancro, con la sua agonia senza affettazione, sdraiata per terra, il muso rivolto a nord, verso le brughiere danesi dove Céline l’aveva raccolta libera e felice anni prima.  celine-bebert-bessy-danemark

E ancora Jorge Luis Borges, che riusciva a”vedere” stirarsi il suo enorme gatto d’angora Beppo, morto di vecchiaia nell’aprile 1985, pochi mesi prima che lo facesse anche il suo padrone a Ginevra. Il nome di Beppo fu preso in prestito da un personaggio di Byron, il protagonista di A Venetian story, un marito saggio e cornuto che si riconcilia con la moglie adultera dopo aver sorbito una buona tazza di tè. Viziato e coccolato tanto che solo a lui era consentito salire sul gatto2letto della scomparsa madre Leonor, Beppo ispirò i versi di una poesia di Borges in cui si allude ai loro tratti comuni, come il celibato e l’identità fantasmatica.

Infine Julio Cortázar, che adoperava la parola “gatto” come sinonimo di “libertà”. L’argentino amava i felini (ma non i cani) perché non si annoiano mai e sono i veri esploratori del noto, vivendo all’insegna del jamais vu, che è il contrario del déjà vu, l’atteggiamento di chi sente la routine quotidiana come un’avventura appassionante e piena di sorprese. Li scelse sempre trovatelli, come Adorno, il gatto grigio immortalato nella celebre foto scattata nel casale provenzale di Saignon che acquistò con la moglie Aurora Bernardez, mentre gratta per entrare dalla portafinestra.

gatto1E la morbida Flanelle (“se llama así por su pelaje y no por su líbido“), che viveva in rue Martel 5 a Parigi, l’ultima dimora di Cortazar. Flanelle che usciva di rado in cortile, pur potendolo fare, e che preferiva guardare la pioggia dal vetro della finestra, o accoccolarsi sul petto del suo padrone, oppure sdraiarsi di spalle attaccata al termosifone bollente per tutta la sera. Julio la vide morire pochi giorni prima di Carol Dunlop, la fidanzata canadese, i due grandi amori dei suoi ultimi anni, e la seppellì nel giardino della casa parigina di un suo caro amico, il pittore Luis Tomasello.c

Manca solo Piero della Francesca, che ho tenuto fuori dall’elenco per l’assenza di notizie al riguardo, anche se di lui si sa ben poco in generale, dati i secoli trascorsi e la fama relativamente recente. Eppure sarei pronto a scommettere che ce l’avesse anche lui un animale da compagnia, che lo attendeva paziente a Borgo San Sepolcro, secondo me un cane, magari di una razza araldica e impassibile come i suoi personaggi, magari regalatogli da uno dei suoi ricchi committenti, come gli alani simmetrici che sorvegliano l’affresco riminese di Sigismondo Malatesta.gatto6

colleghi dinieghi

novembre 9, 2016

nab

Nel 1961, quando assegnarono il Premio Formentor ex aequo a Borges e Beckett, un giornalista chiese a Nabokov che ne pensasse dei due vincitori, e lui rispose: “Borges non l’ho mai letto, Beckett, sfortunatamente, sì“.

nozionismo e cultura

luglio 8, 2016

quiz

Oggi l’uomo vitruviano è quello che possiede una memoria vischiosa, che trattiene nomi e date come insetti sulla carta moschicida, che non stabilisce gerarchie e collegamenti ma ritiene tutto separatamente e sullo stesso piano: fondi oro e formazioni della Sampdoria, gli sfidanti di Jack La Motta e la biografia di Kafka, le sonate di Mozart e i vincitori della Liegi Baston Liegi. Si invidia la memoria onnivora come l’appetito di uno squalo, da alimentare in continuazione e che non distingue ciò che ingurgita, tanto che quando lo squalo viene preso e aperto si trovano targhe automobilistiche, triglie, pezzi di surf e pneumatici. Molti scambiano il nozionismo per cultura, come nella vecchia regola della pedagogia ottocentesca secondo la quale tantum scimus quantum memoria tenemus. Ma il pensiero è collegamento, associazione, astrazione, tutto il contrario del nozionismo. Come insegnano le parabole di Irineo Funes e di Shereshevsky raccontate da Borges e da Alexander Lurija.

Come quando si nuota, si dorme o si ama

novembre 20, 2012

Fortunatamente Cortázar non abbiamo ancora finito di leggerlo. A distanza di ventotto anni dalla sua morte continuano a uscire inediti preziosi, tanto che a questo ritmo presto la mole delle pubblicazioni postume supererà quella di quando era in vita. Si tratta soprattutto di lettere, come Cartas a los Jonquières, il bel volume edito da Alfaguara che raccoglie circa un centinaio di missive e cartoline indirizzate all’amico Eduardo e a sua moglie Maria nell’arco di più di trent’anni, dal 1950, la vigilia del suo trasferimento a Parigi, fino all’84, pochi mesi prima di morire. I due si conoscevano dai tempi della scuola Mariano Acosta di Buenos Aires, quando scrivevano su Addenda, la rivista letteraria del collegio.

Vuole la leggenda, in parte alimentata dallo stesso scrittore, che da giovane Cortázar conducesse una vita ritirata e dedita unicamente alla lettura. In realtà amò sempre circondarsi di amici coi quali condividere le sue passioni culturali, e questo carteggio con Eduardo Jonquières, che fu poeta e pittore, ne è la dimostrazione evidente. Il grosso delle lettere fu scritto negli anni Cinquanta, perché nel ’59 Jonquières e famiglia traslocheranno pure loro a Parigi, e quindi le occasioni di sentirsi diventeranno più facili, ciononostante il rapporto epistolare s’interromperà solo con la morte di Julio. Purtroppo non si sono salvate le lettere di Eduardo, di modo che le sue parole vanno indovinate attraverso quelle di Cortázar.

I temi trattati sono diversi. Julio racconta gli inizi stentati a Parigi, la ricerca di un lavoro stabile, i continui cambi di domicilio contrassegnati dalla sigla “c/o” nell’indirizzo, lo stigma dei grandi scrittori nel loro momento aurorale, quando si subaffitta una stanza presso altri perché non ci si può permettere un alloggio proprio. Poi le lunghe passeggiate per la città, i giri in bici e in vespa, le visite ai musei e i viaggi in autostop sembrano per lui un unico apprendistato allo sguardo (“sobretodo camino y miro, tengo que aprender a ver”). Grazie a queste lettere, che costituiscono l’autobiografia che non scrisse mai, abbiamo accesso a un Cortázar inedito e sorprendente, colui che Vargas Llosa definì “un uomo eminentemente privato, con un mondo interiore costruito e preservato come un’opera d’arte”.

Con grande pudore e affettuosa cautela Julio si confida all’amico, gli comunica le preoccupazioni economiche, i dubbi di aver fatto la cosa giusta (“que hago aquì?”, si chiede il 31/10/52). Si rivolge a lui forse perché Eduardo rappresenta il suo contraltare: la distanza fra loro infatti non è solo geografica. Eduardo è l’amico fraterno rimasto in Argentina, sposatosi presto e con una famiglia numerosa; Julio invece fa il bohémien sradicato, e a volte pare invidiargli la sicurezza degli affetti e la stentata agiatezza della vita in patria. Presto però la situazione si ribalta. La presenza di Aurora Bernardez al suo fianco lo sprona a lottare in una città che lo ignora, mentre Eduardo si sente al palo. Così arriverà per Julio l’impiego come interprete all’Unesco grazie all’interessamento di Victoria Ocampo (la direttrice della rivista Sur per cui scrisse pure Borges), poi l’incarico di tradurre i libri di Edgar Allan Poe e a poco a poco anche la serenità economica per poter viaggiare. In Italia lui e Aurora vanno a Siena, Venezia, Como, Roma, dove s’innamorano della pizza (“la locura más inconmensurable del sistema solar”, 27/10/53); ma i resoconti di viaggio negli anni, di pari passo con la sua progressiva affermazione artistica, comprendono paesi come l’Uganda, l’Austria (che chiama musilianamente Cacania), Cuba, Svizzera, Nicaragua, India, Danimarca, Brasile, Kenia e Inghilterra, a volte anche con soggiorni di mesi.

Non mancano le osservazioni sull’arte e la letteratura dei posti visitati, così come i sapidi ritratti degli illustri colleghi conosciuti (Octavio Paz, di cui fu ospite a New Delhi, o Albert Camus a una festa di Gaston Gallimard), e i ragguagli sulla genesi dei propri libri (come quando annuncia il 30/5/52 l’idea dei cronopios e dei famas, che Aurora giudica troppo moralistici). Tutto l’epistolario nasce e termina a Marsiglia, la città dove sbarca nel 1951 proveniente da Buenos Aires, e dove 34 anni dopo approda in furgone con Carol Dunlop da Parigi, come scrive nell’ultima lettera in cui illustra Gli autonauti della cosmopista, il reportage intimo e fiabesco scritto assieme a lei, pieno di gioia di vivere malgrado il presagio della loro fine imminente.

Pur essendo intessuto da molti riferimenti colti, questo libro non somiglia affatto a quei fastidiosi epistolari letterari in cui lo scrivente si prefigura un grande pubblico e autorevoli esegeti postumi. L’interlocutore resta uno, e Cortázar è tutto tranne che un monologhista. Chiede sempre a Eduardo come gli vanno le cose, s’informa sulla sua famiglia e sulla sua carriera ed è prodigo di consigli, tanto che parla molto più dei suoi libri che dei propri. Ma il lato umano è preponderante in questo carteggio, ed è questa la sua vera forza, ciò che più attrae il lettore, tanto che alla fine si potrebbe dire che il tema principale del dialogo sia il dilemma tra restare o andarsene, lottare in patria o cercare fortuna all’estero. In una commovente lettera del 27/8/55, questa volta tocca a Julio trovare le parole giuste per incoraggiare Eduardo in preda allo sconforto. Lo invita così a seguire la sua vocazione senza trincerarsi dietro l’alibi del “tengo famiglia”, e al contempo enuncia una filosofia di vita: “al mundo no hay que resistirle, lo que hay que hacer es elegir bien el mundo que uno prefiera y al cual hay que darse; y a ése, ah, a ése hay que darse a fondo, como cuando se nada, se duerme o se quiere“.

(uscito su l’Unità del 20/11/2012)

il mio esordio all’Unità

luglio 10, 2012

il venerdì (pag.95)

agosto 7, 2011

venerdì