Posts Tagged ‘Borges’

Omaggio a Starobinski

marzo 7, 2019

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Visiterò anche rue de Candolle 12, a Ginevra, davanti all’Università. Oppure no, basterà tornare al Collegio Calvino, dove si diplomarono lui e Borges, e dove nel cortile, il giorno in cui Hitler occupò Vienna, gli studenti cantarono la Marsigliese. (Dirlo qui, in quella che per lui era insieme la Biblioteca di Alessandria e la Cloaca Massima).

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Relief

settembre 12, 2018

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Le tavole di Daniel Spoerri  (come questa del 1972) mi son sempre piaciute. Avessi avuto la bacchetta magica gliene avrei commissionata una per l’ultima cena con Borges e mio padre. Che bell’idea ebbe, così semplice, prendere una cosa orizzontale e disporla in modo verticale, giusto fissando i singoli oggetti perché non cadano. Aprì un ristorante a Duesseldorf per questo, cercando di coinvolgere altri artisti amici come Arman, Andy Warhol, Tinguely, Roy Lichtenstein e altri, come una moderna compagnia del Paiuolo, quella che riuniva Andrea del Sarto, Botticelli, Leonardo e Michelangelo. Eat art, per immortalare un momento conviviale e allo stesso tempo interrogarsi su come si era svolto quel pranzo dal solo esame dei resti sul tavolo, le tracce di rossetto sui mozziconi di sigaretta nel posacenere, la disposizione delle posate e dei piatti, chi mangiava cosa ecc. E poi il nome, relief, che in francese sta sia per “resti” che per “rilievi”, come un bassorilievo. Sculture insomma, che immortalano i nostri “avanzi”, cosa resta di noi dopo che ce ne siamo andati, dopo aver pagato il conto delle nostre scelte.

Borges, Genette e le soglie del testo

maggio 14, 2018

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E’ morto Gérard Genette, una delle mie bussole letterarie. L’avevo scoperto poco prima dei vent’anni grazie a Borges, perché scorrendo la bibliografia critica sull’argentino un suo saggio (“La Litterature selon Borges”, in Figure III) spiccava su tutti gli altri, specialmente quelli degli ispanoamericanisti più illustri, come Emir Rodriguez Monegal e Jaime Alazraki.

Borges faceva di queste cose, era un autore centrifugo, i suoi scritti invitavano a leggerne tanti altri, a fare mille collegamenti ipertestuali, a invertire genealogie (come per I precursori di Kafka, o gli esegeti del Chisciotte), e infatti per merito suo scoprii grandi critici come Maurice Blanchot e gemme preziose come Wakefield di Nathaniel Hawthorne Bartleby di Hermann Melville. Un esempio opposto di autore centripeto invece è Céline, una meraviglioso finisterrae che si esaurisce in se stesso.

Il passaggio di Figure III che mi rimase scolpito nella memoria fu una specie di apologia della lettura. Diceva: “La genesi di un’opera, nel tempo della storia e nella vita di un autore, è il momento più contingente e più insignificante della sua durata […] Il tempo delle opere non è il tempo definito della scrittura, bensì il tempo indefinito della lettura e della memoria. Il senso dei libri non sta dietro di loro ma davanti, e in noi: un libro non è un senso già compiuto, una rivelazione che dobbiamo subire, è «l’imminenza di una rivelazione che non si produce» e che ognuno deve produrre per sé“.

Dopo Figure III arrivai a Soglie, e lì capii che i paraggi del testo erano il cuore delle mie ossessioni letterarie, fin da quando alle medie andai in gita scolastica a Recanati e vidi la casa di Leopardi, o più tardi, al liceo, quando sempre in gita visitai il pomposo Vittoriale di D’Annunzio. Paratesto, tutto paratesto, al pari di una prefazione, un esergo, una quarta di copertina. Anzi, forse proprio quella era la soglia principale, la soglia di casa, il punto ideale tramite il quale accedere a un’opera, perché fra quelle mura domestiche fu concepita, nacque, prese forma. E lo stesso discorso vale per La fenomenologia dei ringraziamenti letterari, che analizzava la soglia di uscita, il suo commiato definitivo, come se la spigolatura fosse il mio destino, più che il corpo a corpo col testo.

andare a Roma

maggio 10, 2018

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Alla fine del 2009, quando mancavano pochi mesi al mio trasferimento a Roma, cominciai a leggere i resoconti dei miei più illustri predecessori, da Rutilio Namaziano a Goethe, Keats, fino a Julio Cortazar e Giorgio Manganelli. Scoprii così che intorno al viaggio a Roma si era sviluppata nei secoli una sterminata letteratura fatta di mirabilia, guide per pellegrini, cataloghi di monumenti e racconti di viaggio, tutti nel segno di un comune sentimento di ammirazione e di rimpianto. Mi rammentai all’improvviso le parole di Borges, quando nell’ottobre 1983 chiacchierammo un po’ nella sua suite all’Hotel Ambasciatori Palace di via Veneto. L’argentino era a Roma per una serie di incontri e interventi che sarebbero culminati con la cerimonia di consegna della laurea honoris causa alla Sapienza. Pur avendone ricevute parecchie dalle più prestigiose università del mondo, Borges mi sembrò particolarmente emozionato, e questo lo attribuii al fascino della città eterna, alla sua storia millenaria a cui un uomo di cultura come lui non poteva restare indifferente. Giunti nel suo albergo, dopo una conferenza nel secentesco Palazzo Corsini sede dell’Accademia dei Lincei, la più antica accademia scientifica del mondo, gli chiesi se conosceva Roma e ci era venuto altre volte. Lui mi rivolse un bel sorriso e, con lo sguardo perso nell’aria, disse con un soffio di voce: “Amico mio, a Roma non si viene, si torna”.

Al vero Eden

marzo 11, 2018

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Il ristorante Santa Lucia è un’istituzione milanese. Si trova in via San Pietro all’Orto, una traversa di corso Vittorio Emanuele a due passi dal Duomo, e resta aperto fino a tardi, il classico dopoteatro. Pur non essendo caro vanta una clientela di riguardo, e infatti le pareti sono gremite di foto di celebrities con dedica, pare siano più di 400. Io ci mangiai con Borges nell’autunno 1984, dopo una sua burrascosa conferenza all’Università Statale, ma in quell’occasione non lo fotografò nessuno, e io mi guardai bene dal segnalare la sua presenza.

In verità quell’angolo di Milano era rinomato da ben prima che si installasse il ristorante Santa Lucia. Infatti nel 1911 un altro grande scrittore del Novecento volle visitarlo in compagnia del suo migliore amico. La coppia era formata da due giovani praghesi di quasi trentanni, Franz Kafka e Max Brod, che si trovavano a Milano per una breve vacanza provenienti dalla Svizzera.

Erano i primi di settembre e la città era stordita dall’afa. L’Osservatorio di Brera registrò massime di 35 gradi. Franz e Max giunsero in treno alla Stazione e vagarono a piedi nella canicola finché presero alloggio in un hotel lussuoso dalle parti di piazza Diaz. In seguito visitarono il Duomo e la Galleria, dove si sedettero in un bar per bere qualcosa di fresco. I loro diari registrano le diverse impressioni riportate in parallelo. Franz predilige l’osservazione dei volti e dei gesti, il rapporto fra le persone e le architetture imponenti, l’ipnotico orbitare del tram intorno al monumento equestre di Vittorio Emanuele II, mentre Max è distratto e insofferente, teme di contrarre il colera, di cui aveva letto sui giornali svizzeri, e smania per andarsene al più presto. Di sera entrarono al teatro Fossati ma non apprezzarono la rappresentazione dialettale in programma, per loro incomprensibile, così alla fine approdarono in via San Pietro all’Orto 3, proprio dove oggi si trova il ristorante Santa Lucia.

A quel tempo via San Pietro all’Orto 3 era l’indirizzo del più famoso bordello milanese, Al vero Eden, frequentato da nobili e alto borghesi. Per un giovane viaggiatore dell’epoca andare a puttane in trasferta era un must, un modo per conoscere meglio il luogo che stava visitando. Ma l’atmosfera fredda e asettica del casino, unita all’aria annoiata delle prostitute, li indispose. Si aspettavano qualche sorriso, dei balli, un po’ di stuzzichini per i clienti in attesa, e invece incontrarono solo musi lunghi e sguardi calcolatori, allora Franz convinse Max ad andarsene senza “consumare”; con un dietro front simile a quello del finale dell’Educazione sentimentale di Flaubert, il romanzo preferito di Kafka.

Nel 1958 quel mondo scomparve da un giorno all’altro. Sull’esempio della Francia e di altri paesi venne emanata la legge Merlin, dal nome della senatrice socialista che vietò le case di tolleranza e introdusse i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione. Al vero Eden chiusero tutte le alcove e al loro posto aprì il ristorante Santa Lucia, con altri tipi di consumazione.

Luoghi del destino

dicembre 23, 2017

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È la più antica libreria di Ginevra. La Jullien esiste dal 1839. Ci andava Borges da ragazzino giusto un secolo fa, e pure Céline, o meglio il medico Louis-Ferdinand Destouches, che proprio fra quegli scaffali nell’autunno del ’26 conobbe Elizabeth Craig, la ballerina americana cui sei anni dopo avrebbe dedicato il Viaggio al termine della notte.

la quarta versione di Giuda

aprile 2, 2017

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Hanno scoperto un papiro, redatto in copto, risalente al III sec. d.C., chiamato il Vangelo di Giuda, che riabilita l’iscariota, affermando che Gesù gli chiese di tradirlo per aiutarlo a liberare la sua natura divina. Borges ci aveva visto giusto, allora. Inoltre, c’è un passo in cui Gesù ride dei suoi discepoli perché questi pregano il Dio minore del Vecchio Testamento. Gesù che ride! E qui mi sa che ci aveva visto giusto Umberto Eco.

il demone dell’analogia

marzo 31, 2017

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Oggi pensavo una cosa. E cioè che se Landolfi, da grande traduttore dal russo, “quando scriveva in proprio non faceva altro che tradursi, nascondendo in sé l’originale” (come sosteneva Montale), allo stesso modo Borges, critico brillante e lucidissimo (come si vede nei suoi textos cautivos o nelle inquisizioni), quando scriveva in proprio non faceva altro che recensirsi, risparmiandosi e risparmiandoci la fatica dell’opera prima.

castelli in Spagna

marzo 19, 2017

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Non conoscevo questa espressione. L’ho scoperta a cinquant’anni, leggendo un libro su Baudelaire. “Castelli in Spagna” è un modo di dire comune in francese, e pure antico, infatti risale al Roman de la rose. Significa progetti irrealizzabili, l’equivalente del nostro “castelli in aria”.

Chissà perché proprio in Spagna, come se non potessero esistere dei castelli lì. Quando la lessi mi suonò una campanella, come se all’improvviso qualcosa andasse a posto da solo, s’incastrasse alla perfezione con un altro pezzo spaiato che avevo accantonato tempo addietro. (more…)

“élite”

marzo 15, 2017

som

Di recente ho letto una dichiarazione curiosa del portavoce della Casa Bianca. Questi, per spiegare che le accuse di Trump a Obama non andavano prese alla lettera, ha detto che “il Presidente ha usato la parola intercettazioni tra virgolette“. Riferisco questo episodio non per opinare su fake news e post verità, che l’hanno già fatto e meglio di me tante altre persone, quanto perché la ricca polisemia delle virgolette si lega nel mio caso a una vicenda istruttiva occorsami anni fa. (more…)