Posts Tagged ‘Caravaggio’

Salini di ieri e di oggi

ottobre 9, 2018

salini

Tommaso Salini era un pittore dei primi del Seicento attivo a Roma e allievo di Giovanni Baglione, passato alla storia soprattutto per qualche scazzo con Caravaggio (tanto che in un’occasione il Merisi lo chiamò “becco fottuto”). A me ricorda molto Gianni Biondillo, un mio fratello d’inchiostro dei gloriosi tempi di Nazione Indiana. In questo ritratto dell’Accademia di San Luca sono evidenti le somiglianze fisiche tra i due, dai capelli ricci al viso tondo e paffuto, ma la verità è che anche il carattere doveva essere simile, se il suo maestro Baglione di lui disse che “fu di favella soverchiamente libero, ed in gran parte mordace”.

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morirci sopra

ottobre 3, 2018

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“Ci moriva sopra a riguardarla”. È la frase su Caravaggio detta da un suo contemporaneo che mi è più rimasta impressa. Si riferisce alla Santa Margherita di Annibale Carracci, e la pronunciò un allievo del bolognese. Il Merisi che si strugge per il dipinto di un collega, di un “rivale”, al punto da morirci, come si dice di qualcosa o qualcuno che ci piace tantissimo, “mi fai morire”. Io non ci vedo invidia, ma solo un atto di resa, l’ammirazione incondizionata per un’opera molto diversa dalle sue, così composta e ariosa, paragonabile al massimo al Riposo nella fuga in Egitto del lombardo, di contro alle tele della cappella Contarelli, piene di dramma e di pathos, di interrogativi e di ombre. Che poi non è neanche così diversa, son due naturalismi paralleli, entrambi originali, due splendide monadi come probabilmente furono le vite di Caravaggio e del Carracci, isolate e incomunicanti ma con un comune orizzonte di qualità e di obiettivi.

Per cosa si muore sopra al riguardarlo? Cosa ci trafigge il cuore con la sua bellezza, come il pugnale o la spada che Caravaggio si portava dietro senza licenza e che gli furono sequestrati e disegnati nell’interrogatorio del suo arresto? Ognuno ha i suoi innamoramenti estetici, e chi sostiene di non averne in realtà ha un problema. Io di recente muoio sopra L’impero dei segni di Roland Barthes, la sua luminosa intelligenza, il suo stile prezioso e asciutto che dice tutto in due righe. E la pala di Brera di Piero, quell’uovo penzoloni come il lampadario degli Arnolfini, poi il Bellini di San Zaccaria, le mani del Crivelli, il mare dei faraglioni di Lipari d’estate, ma solo la scrittura ha un effetto dissuasivo in me, solo lei mi fa morire qualcosa dentro per davvero, rendendo evidente sia la maestria di chi leggo che i miei limiti.

I nuovi bari

aprile 13, 2018

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che casino

marzo 5, 2018

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Che casino, il casino Boncompagni Ludovisi. Tu ci vai per vedere Caravaggio, il Caravaggio più difficile da vedere, quello meno conosciuto, l’unico suo murale, a soffitto, e quindi mai spostatosi da lì, che per vederlo devi sorbirti una trafila di richieste e permessi che non finisce più perché sta in una casa abitata, appunto il casino Boncompagni Ludovisi, residenza dei Principi Boncompagni Ludovisi, nobili un po’ decaduti che però convivono con un Caravaggio sopra la testa, e poi ci trovi di tutto, perfino un Rembrandt, o meglio una scala elicoidale buia, scrostata, attorciagliata su se stessa e col corrimano basso20180303_114147che sembra trasportata paro paro da un quadro di Rembrandt, il filosofo in meditazione del Louvre, e infatti è dello stesso periodo.remb

Ci trovi di tutto in quel casino. Anche un ritratto a olio dei padroni di casa, rigidi e impalati come la coppia immortalata da Grant Wood nel suo Gotico americano; gli manca giusto il forcone.IMG-20180305-WA0001In uno dei saloni di rappresentanza scopro pure Agostino Tassi, che lavorò in collaborazione col Guercino, il primo occupandosi delle architetture a trompe-l’œil in mezzo alle quali volteggiano le aeree figure del secondo. Agostino l’amico e collega di Orazio Gentileschi, Agostino lo stupratore di sua figlia Artemisia, e lo fai presente alla guida, che sa tutto ma che su quel particolare aveva taciuto, e lei allora a mezza voce dice eh sì, purtroppo commise “quell’errore”, come fosse un inciampo, una gaffe spiacevole sulla quale sarebbe sbagliato soffermarsi troppo perché era un grande pittore, e quell’episodio ne oscura i tanti meriti artistici; ed era una donna la guida, certo non una #metoo.20180303_110851

Invece il Caravaggio alchemico sta nascosto in un disimpegno, una specie di breve corridoio laterale, e non sembra neppure in buone condizioni, fra ridipinture moralistiche volte a coprire “le vergogne” e restauri maldestri, però tu te lo immagini allora, nel 1597, chiuso in questo stanzino del cardinale Del Monte, il suo studiolo pieno di alambicchi e pozioni, nudo come un verme in piedi su uno specchio in cima a un piccolo ponteggio, perché il soffitto è basso, e probabilmente ci stette almeno qualche mese lì sopra, a volte col suo cane Cornacchia che posò come Cerbero, per smentire le malelingue che lo accusavano di non saper fare il sotto in su, gli scorci arditi e gli affreschi, anche se questo non è un affresco ma un olio su muro.casi

E’ lui? Non è lui? Si è autoritratto tre volte nei panni di Nettuno, Giove e Plutone? Non si sa con sicurezza, però le somiglianze ci sono, tenendo conto della descrizione coeva fatta da un garzone di barbiere nel luglio del 1597. Ecco l’immagine molto dark di Caravaggio (vestito) pochi mesi prima, al tempo in cui lavorava nella bottega del siciliano Lorenzo Carli in via della Scrofa: “Questo pittore è un giovenaccio grande di vinti o vinticinque anni con poca di barba negra grassotto con ciglia grosse et occhio negro, che va vestito di negro non troppo bene in ordine che portava un paro di calzette negre un poco stracciate che porta li capelli grandi longhi dinanzi…

Di affreschi veri, cioè dipinti sull’intonaco ancora fresco, ne è pieno il casino, come quelli anamorfici posti all’entrataIMG-20180305-WA0000 eseguiti dalla malalingua per eccellenza, lo stroncatore velenoso, Federico Zuccari, il vecchio barbogio dell’Accademia di San Luca, che quando Caravaggio ultimò le storie di san Matteo fu trascinato a forza nella cappella Contarelli dai suoi allievi entusiasti e, una volta entrato, esclamò infastidito: “Ma che rumore è questo?”, come a dire Che casino state facendo per niente? E poi chiosò: “io non ci vedo altro che il pensiero di Giorgione”, quindi dejá-vù, roba fritta e rifritta, più o meno come quando a Cristina Campo chiesero cosa pensasse dei Novissimi, i poeti avanguardisti, e lei rispose: “I Novissimi son morti 50 anni fa”.

il primo Caravaggio

febbraio 13, 2018

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Questa è la chiesa di Santo Stefano, nell’omonima piazza del centro di Milano. Ci sono passato davanti migliaia di volte, e qualche volta ci sono pure entrato, quando studiavo alla Statale, cioè dall’82 all’86, infatti si trova vicino a via Festa del Perdono, proprio lungo il tragitto che va dalla metropolitana di San Babila all’università. A pochi passi c’è anche il palazzo moderno tutto vetro e acciaio di via Albricci 7, dove viveva Mia Cinotti, la storica dell’arte che si tolse la vita nel 1992 e che aveva firmato gli studi più illuminanti su Caravaggio. Non lo sapeva lei, come non lo sapevo neanch’io, che in quella chiesa il 30 settembre 1571 venne battezzato Michelangelo Merisi. Il documento del battesimo è stato scoperto di recente da un archivista dilettante, Vittorio Pirami, ex dirigente Fininvest, e ha messo fine a una lunga diatriba su quale fosse il vero luogo di nascita del pittore, così come la data precisa in cui venne al mondo. La sua importanza dipende anche dal fatto che Milano, la sua città natale, non conserva tracce del suo passaggio, come se non ci fosse mai stato, o avesse vissuto ai margini, lui che poi divenne uno dei protagonisti indiscussi del suo tempo. All’epoca l’università era un grande ospedale voluto da Francesco Sforza e progettato dal Filarete, e assieme alla chiesa affacciavano entrambi sul laghetto del naviglio che faceva da porto per le chiatte cariche dei marmi del Duomo. La chiesa si chiamava Santo Stefano in brolo, dal terreno circostante di proprietà di un arcivescovo, ma la struttura non è cambiata col tempo, e neppure le dimensioni. Lì dentro Michelangelo fece la sua prima uscita pubblica, molto probabilmente sotto gli sguardi protettivi e amorevoli di Fermo e Lucia, i suoi genitori dai nomi manzoniani.

la mente ambulatoria

gennaio 24, 2018

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Se avessi la bacchetta magica, e potessi scegliere un quadro di qualsiasi artista di ogni epoca da tenere tutto per me a casa mia, non vorrei Caravaggio o qualche altro gigante della storia dell’arte. No, vorrei un’operetta del Lotto, magari un’allegoria, oppure una natura morta con strumenti musicali di Evaristo Baschenis. Non necessariamente questa della foto ma una simile, sempre con le ditate sulla polvere dei liuti, con questi volumi tondeggianti e sinuosi così sexy (un bel culo non è a mandolino?), la tenda con la passamaneria a far da quinta e un tappeto orientale come tovaglia. Non si sa molto di lui, della sua vita, documenti ufficiali ne son rimasti pochi, ma qualche breve illuminazione ce l’ha lasciata e mi è rimasta impressa. Come l’incipit di un codicillo al suo ultimo testamento, dettato a un notaio il 15 marzo 1677, alla vigilia della sua morte, nel quale dice: “Essendo che la mente del huomo sia ambulatoria sino al ultimo di sua vitta”.

Ercole de Maria, o del successo

aprile 10, 2017

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Una volta Tiziano Scarpa mi ha deluso, scrivendo delle cose che non mi aspettavo da lui. Ho pensato: sarà lo Strega. Si è montato la testa e si sente diverso dagli altri. Ma lui non è così. Tutta la sua vita testimonia il contrario. È uno che non è mai andato all’incasso. Anzi, se scorge qualche causa persa se ne invaghisce subito come di una bella gnocca. Forse è l’unico Premio Strega che non scrive stabilmente su un grosso giornale, e regala le sue perle sul blog del Primo amore, come questa per il centenario di Mattina. E poi sperimenta sempre nuovi linguaggi: testi per fumetti, per fiabe, per piece teatrali, per canzoni, per cataloghi di artisti contemporanei, tutte attività che lo entusiasmano ma di scarsa remunerazione, tanto che ultimamente in alcuni suoi versi è parso quasi preoccupato per il suo futuro economico (“come affronterò la vecchiaia senza pensione?“, “tiz datti da fare“). Quindi sono io ad aver equivocato, sicuro. (more…)

trovarsi

aprile 3, 2017
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Inserisci una didascalia

A fine gennaio “mi trovavo” a Parigi per una piccola vacanza, e lì vidi una bella mostra che metteva in parallelo Giacometti e Picasso. Pur con la notevole differenza di età e di formazione artistica che li divideva, i due si stimarono e frequentarono a lungo influenzandosi a vicenda, non solo dallo spagnolo allo svizzero come sarebbe lecito aspettarsi, e l’accostamento delle loro opere lo rende chiaro anche a un visitatore non particolarmente esperto. Spero che in futuro vedremo sempre più spesso questo tipo di esposizioni binarie, che  hanno il pregio di evidenziare prestiti, citazioni e parentele anche lontane, come successe con Caravaggio e Bacon alla Galleria Borghese qualche anno fa. In ogni caso, mentre ero lì che ammiravo le creazioni di Giacometti, dalle ingenue imitazioni picassiane alle più elaborate sciarade surrealiste, mi è tornato in mente un appunto trascritto da Cioran sui suoi Quaderni negli anni 60, subito dopo aver visitato una mostra parigina dello svizzero, in cui il pensatore rumeno dice: “Giacometti è grande quando si trova, cioè quando giraffizza“. Poche parole fondamentali che in fondo valgono per chiunque, che si faccia arte o meno, perché per chiunque l’importante è trovarsi, capire ciò che si è. Solo allora si è grandi per davvero. E come è evidente, poi, agli altri e a te stesso, che ti sei trovato, che tu sei quello lì e che il te stesso di prima indossava una maschera ridicola pensando di stare benissimo.

castelli in Spagna

marzo 19, 2017

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Non conoscevo questa espressione. L’ho scoperta a cinquant’anni, leggendo un libro su Baudelaire. “Castelli in Spagna” è un modo di dire comune in francese, e pure antico, infatti risale al Roman de la rose. Significa progetti irrealizzabili, l’equivalente del nostro “castelli in aria”.

Chissà perché proprio in Spagna, come se non potessero esistere dei castelli lì. Quando la lessi mi suonò una campanella, come se all’improvviso qualcosa andasse a posto da solo, s’incastrasse alla perfezione con un altro pezzo spaiato che avevo accantonato tempo addietro. (more…)

il minimo comune multiplo

febbraio 23, 2017

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Che cosa accomuna le mie passioni artistico-letterarie? Che c’entrano un pittore lombardo che si trasferisce a Roma alla fine del ‘500, uno scrittore francese antisemita e due argentini, un vate cieco e un cronopio emigrato a Parigi? Apparentemente nulla. Non le biografie, alcune maledette, altre banali e monotone come quella di un travet. Non il modo di esprimersi, che oscilla dal rap of consciousness a un aristocratico classicismo. E a ben vedere neppure la poetica, che va dal fantastico quotidiano a un naturalismo recitato, quasi teatrale. Insomma, nessun punto di contatto, quattro artisti diversissimi. A parte un piccolo dettaglio zoofilo, e cioè che tutti e quattro amavano gli animali e cercavano la loro compagnia.

Caravaggio aveva un cane nero che si chiamava Cornacchia dal quale non si separava mai. Così riferisce Giovanni Baglione, il biografo rivale, per poi aggiungere il dettaglio che il Merisi gli aveva insegnato “bellissimi giuochi”, altro segno inequivoco della loro assidua frequentazione. Possiamo pure azzardare qualche ipotesi sull’aspetto del suo cane, dato che Caravaggio ritraeva sempre dal vivo e usava modelli conosciuti. Questo perché un cane nei suoi dipinti compare una volta, e lo si vede nella sua opera meno nota, l’affresco alchemico del Casino Ludovisi commissionatogli dal cardinale Francesco Maria Del Monte. Lì con ogni probabilità Caravaggio ritrasse nel Cerbero a tre teste proprio il suo fido Cornacchia, un bastardino dal pelo nero sul dorso ma bianco intorno al naso, sul petto e la gola gatto5

A riprova di questa ipotesi un’analogia non casuale, e cioè che il cane a tre teste si riflette nel triplice autoritratto del pittore (Giove, Nettuno e Plutone), quasi a ribadire lo stretto legame.

Poi Céline, che dedicò il suo ultimo libro, Rigodon, agli animali, perché ne ebbe sempre tanti (gatti, cani, pappagalli…), a cominciare da Bebert, il gatto più famoso della letteratura francese. La sua fuga rocambolesca dalla Germania in fiamme nascosto nel panciotto dello scrittore è diventata leggendaria, tanto da diventare il protagonista della trilogia tedesca. E’ stata perfino scritta una biografia sul suo conto, onore riservato a pochi suoi simili, che ne ripercorre i vari passaggi e le peripezie, dall’attore Robert Le Vigan, che lo acquista ai grandi magazzini, fino alle scorribande su e giù per la butte di Montmartre. Ma anche i cani furono un grande amore di Céline, come testimoniato dal brano straziante che racconta la morte di Bessy a Meudon (in Da un castello all’altro), malata terminale di cancro, con la sua agonia senza affettazione, sdraiata per terra, il muso rivolto a nord, verso le brughiere danesi dove Céline l’aveva raccolta libera e felice anni prima.  celine-bebert-bessy-danemark

E ancora Jorge Luis Borges, che riusciva a”vedere” stirarsi il suo enorme gatto d’angora Beppo, morto di vecchiaia nell’aprile 1985, pochi mesi prima che lo facesse anche il suo padrone a Ginevra. Il nome di Beppo fu preso in prestito da un personaggio di Byron, il protagonista di A Venetian story, un marito saggio e cornuto che si riconcilia con la moglie adultera dopo aver sorbito una buona tazza di tè. Viziato e coccolato tanto che solo a lui era consentito salire sul gatto2letto della scomparsa madre Leonor, Beppo ispirò i versi di una poesia di Borges in cui si allude ai loro tratti comuni, come il celibato e l’identità fantasmatica.

Infine Julio Cortázar, che adoperava la parola “gatto” come sinonimo di “libertà”. L’argentino amava i felini (ma non i cani) perché non si annoiano mai e sono i veri esploratori del noto, vivendo all’insegna del jamais vu, che è il contrario del déjà vu, l’atteggiamento di chi sente la routine quotidiana come un’avventura appassionante e piena di sorprese. Li scelse sempre trovatelli, come Adorno, il gatto grigio immortalato nella celebre foto scattata nel casale provenzale di Saignon che acquistò con la moglie Aurora Bernardez, mentre gratta per entrare dalla portafinestra.

gatto1E la morbida Flanelle (“se llama así por su pelaje y no por su líbido“), che viveva in rue Martel 5 a Parigi, l’ultima dimora di Cortazar. Flanelle che usciva di rado in cortile, pur potendolo fare, e che preferiva guardare la pioggia dal vetro della finestra, o accoccolarsi sul petto del suo padrone, oppure sdraiarsi di spalle attaccata al termosifone bollente per tutta la sera. Julio la vide morire pochi giorni prima di Carol Dunlop, la fidanzata canadese, i due grandi amori dei suoi ultimi anni, e la seppellì nel giardino della casa parigina di un suo caro amico, il pittore Luis Tomasello.c

Manca solo Piero della Francesca, che ho tenuto fuori dall’elenco per l’assenza di notizie al riguardo, anche se di lui si sa ben poco in generale, dati i secoli trascorsi e la fama relativamente recente. Eppure sarei pronto a scommettere che ce l’avesse anche lui un animale da compagnia, che lo attendeva paziente a Borgo San Sepolcro, secondo me un cane, magari di una razza araldica e impassibile come i suoi personaggi, magari regalatogli da uno dei suoi ricchi committenti, come gli alani simmetrici che sorvegliano l’affresco riminese di Sigismondo Malatesta.gatto6