Posts Tagged ‘Caravaggio’

castelli in Spagna

marzo 19, 2017

tempesta east coast

Non lo sapevo. L’ho scoperto a cinquant’anni, leggendo un libro di Baudelaire. “Castelli in Spagna” è un modo di dire comune in francese, e pure antico, infatti risale al Roman de la rose. Un po’ l’equivalente del nostro “castelli in aria”.

Chissà perché proprio in Spagna, come se non potessero esistere dei castelli lì. Ad ogni modo l’espressione “castelli in Spagna” per i francesi allude ai progetti chimerici, e quando lo lessi mi suonò una campanella, come se all’improvviso qualcosa andasse a posto da solo, s’incastrasse alla perfezione con un altro pezzo spaiato che avevo accantonato tempo addietro.

Mi successe qualcosa di simile con l’espressione “quinto quarto”, il giorno in cui mio suocero disse che la cucina romana che amavo io era quella del quinto quarto, la carne più povera, quella che non voleva nessuno. E io gli feci ripetere la frase, poi chiesi delucidazioni, e dentro di me dissi ecco, che è il mio eureka timido, un eureka che non ha il coraggio di affacciarsi da solo e si fa accompagnare da un forse. Tutto tornava, il quinto quarto, gli scarti, il pezzo in più. Beh, con i castelli in Spagna ho avuto lo stesso sussulto. In questo caso per ragioni biografiche. Mia madre era spagnola, e io i miei fratelli da piccoli passavamo le villeggiature lì, che costava molto meno a causa della dittatura franchista. Tre mesi al mare e quasi un mese a Natale, sempre negli stessi posti vicino a Barcellona. Una villa con giardino vicino al mare di Castelldefels, e una mansarda in montagna a Castellterçol, a 700 mt di altitudine. Eccoli i miei castelli, le mie chimere.

Dopo Il superlativo di amare mi è passata la voglia di narrativa. Progetto libri tassonomici, piccoli cataloghi dell’esistente che sono fatti di tante storie minime, le tessere del mio inscape, il mio paesaggio interiore.

L’oblioteca, un obituario laico, un’arca che raccoglie persone e cose dimenticate (come questa), perché l’oblio non ha solo la forma della memoria perduta, ma anche quella della memoria riscattata, metabolizzata, qualcosa che testimonia l’insostituibile presenza di chi ci ha lasciato.

Il quinto quarto, una riflessione sul modello de Il punto cieco di Javier Cercas, che racconta storie di scarti nel duplice senso di rifiuti e di deviazioni dalla norma, come quella drammatica di Mohammed Sceab, il giovane egiziano che tentò la fortuna a Parigi con Ungaretti.

Un almanacco dei momenti perduti, come questo del tapiro quando terminò di scrivere l’Hilarotragoedia.

manga

E infine una mappa delle stelle, le case dei miei lari e penati, il mio atlante letterario e artistico. Sulle tracce della poesia degli indirizzi, che fu già di Peter Altenberg e del Finnegans wake (a pag.420), ritorno al gabbiotto del camping di Castelldefels dove lavorò Bolaño come guardiano notturno, ripasso dalla camera d’albergo di Venezia dove conobbi Borges, dalle fondamenta degli Incurabili di Brodskij, dalla Parigi di CélineCortázar, Perec, Modigliani, alla Ginevra dell’esilio di Mercé Rodoreda e della morte di Musil, alla Vienna universitaria e operaia di Joseph Roth, fino all’indirizzo londinese condiviso da Sylvia Plath e William Butler Yeats, alla Milano bigia di Mia Cinotti e Antonia Pozzi, al rissoso vicolo romano di Caravaggio, al nobile palazzetto di Piero della Francesca a Borgo San Sepolcro, e ancora Manganelli a Prati, Walter Benjamin nella locanda di Portbou, Soma Morgenstern a New York, Vivian Maier a Chicago e tanti, tanti altri. Un’opera a metà strada fra le Tombe di Cees Nooteboom e le quadrerie di Giovanni Paolo Pannini, ma anche un’interrogazione del mondo sub specie viarum e una cerimonia di omaggi e commiati, in bilico fra il languore e l’intemperanza come la prece di un santo.

il minimo comune multiplo

febbraio 23, 2017

terzetto

Che cosa accomuna le mie passioni artistico-letterarie? Che c’entrano un pittore lombardo che si trasferisce a Roma alla fine del ‘500, uno scrittore francese antisemita e due argentini, un vate cieco e un cronopio emigrato a Parigi? Apparentemente nulla. Non le biografie, alcune maledette, altre banali e monotone come quella di un travet. Non il modo di esprimersi, che oscilla dal rap of consciousness a un aristocratico classicismo. E a ben vedere neppure la poetica, che va dal fantastico quotidiano a un naturalismo recitato, quasi teatrale. Insomma, nessun punto di contatto, quattro artisti diversissimi. A parte un piccolo dettaglio zoofilo, e cioè che tutti e quattro amavano gli animali e cercavano la loro compagnia.

Caravaggio aveva un cane nero che si chiamava Cornacchia dal quale non si separava mai. Così riferisce Giovanni Baglione, il biografo rivale, per poi aggiungere il dettaglio che il Merisi gli aveva insegnato “bellissimi giuochi”, altro segno inequivoco della loro assidua frequentazione. Possiamo pure azzardare qualche ipotesi sull’aspetto del suo cane, dato che Caravaggio ritraeva sempre dal vivo e usava modelli conosciuti. Questo perché un cane nei suoi dipinti compare una volta, e lo si vede nella sua opera meno nota, l’affresco alchemico del Casino Ludovisi commissionatogli dal cardinale Francesco Maria Del Monte. Lì con ogni probabilità Caravaggio ritrasse nel Cerbero a tre teste proprio il suo fido Cornacchia, un bastardino dal pelo nero sul dorso ma bianco intorno al naso, sul petto e la gola gatto5

A riprova di questa ipotesi un’analogia non casuale, e cioè che il cane a tre teste si riflette nel triplice autoritratto del pittore (Giove, Nettuno e Plutone), quasi a ribadire lo stretto legame.

Poi Céline, che dedicò il suo ultimo libro, Rigodon, agli animali, perché ne ebbe sempre tanti (gatti, cani, pappagalli…), a cominciare da Bebert, il gatto più famoso della letteratura francese. La sua fuga rocambolesca dalla Germania in fiamme nascosto nel panciotto dello scrittore è diventata leggendaria, tanto da diventare il protagonista della trilogia tedesca. E’ stata perfino scritta una biografia sul suo conto, onore riservato a pochi suoi simili, che ne ripercorre i vari passaggi e le peripezie, dall’attore Robert Le Vigan, che lo acquista ai grandi magazzini, fino alle scorribande su e giù per la butte di Montmartre. Ma anche i cani furono un grande amore di Céline, come testimoniato dal brano straziante che racconta la morte di Bessy a Meudon (in Da un castello all’altro), malata terminale di cancro, con la sua agonia senza affettazione, sdraiata per terra, il muso rivolto a nord, verso le brughiere danesi dove Céline l’aveva raccolta libera e felice anni prima.  celine-bebert-bessy-danemark

E ancora Jorge Luis Borges, che riusciva a”vedere” stirarsi il suo enorme gatto d’angora Beppo, morto di vecchiaia nell’aprile 1985, pochi mesi prima che lo facesse anche il suo padrone a Ginevra. Il nome di Beppo fu preso in prestito da un personaggio di Byron, il protagonista di A Venetian story, un marito saggio e cornuto che si riconcilia con la moglie adultera dopo aver sorbito una buona tazza di tè. Viziato e coccolato tanto che solo a lui era consentito salire sul gatto2letto della scomparsa madre Leonor, Beppo ispirò i versi di una poesia di Borges in cui si allude ai loro tratti comuni, come il celibato e l’identità fantasmatica.

Infine Julio Cortázar, che adoperava la parola “gatto” come sinonimo di “libertà”. L’argentino amava i felini (ma non i cani) perché non si annoiano mai e sono i veri esploratori del noto, vivendo all’insegna del jamais vu, che è il contrario del déjà vu, l’atteggiamento di chi sente la routine quotidiana come un’avventura appassionante e piena di sorprese. Li scelse sempre trovatelli, come Adorno, il gatto grigio immortalato nella celebre foto scattata nel casale provenzale di Saignon che acquistò con la moglie Aurora Bernardez, mentre gratta per entrare dalla portafinestra.

gatto1E la morbida Flanelle (“se llama así por su pelaje y no por su líbido“), che viveva in rue Martel 5 a Parigi, l’ultima dimora di Cortazar. Flanelle che usciva di rado in cortile, pur potendolo fare, e che preferiva guardare la pioggia dal vetro della finestra, o accoccolarsi sul petto del suo padrone, oppure sdraiarsi di spalle attaccata al termosifone bollente per tutta la sera. Julio la vide morire pochi giorni prima di Carol Dunlop, la fidanzata canadese, i due grandi amori dei suoi ultimi anni, e la seppellì nel giardino della casa parigina di un suo caro amico, il pittore Luis Tomasello.c

Manca solo Piero della Francesca, che ho tenuto fuori dall’elenco per l’assenza di notizie al riguardo, anche se di lui si sa ben poco in generale, dati i secoli trascorsi e la fama relativamente recente. Eppure sarei pronto a scommettere che ce l’avesse anche lui un animale da compagnia, che lo attendeva paziente a Borgo San Sepolcro, secondo me un cane, magari di una razza araldica e impassibile come i suoi personaggi, magari regalatogli da uno dei suoi ricchi committenti, come gli alani simmetrici che sorvegliano l’affresco riminese di Sigismondo Malatesta.gatto6

lo yin e lo yang dell’arte

febbraio 13, 2017

mf

L’arte maschia: Masaccio, Caravaggio, Burri, Bacon, Vedova, Uncini

L’arte femmina: Gentile da Fabriano, Masolino da Panicale, Klimt, Chagall

un Caravaggio inedito

gennaio 23, 2017

carav

Allora, succede questo. L’altro giorno rispolvero un mio vecchio taccuino, addirittura del 2002/2003, e in mezzo a pensieri patetici e lacrimosi, perché mi ero appena separato, ho trovato alcuni appunti su una bella mostra che vidi all’anteprima per la stampa, dato che in quel periodo scrivevo per le pagine culturali del quotidiano La Sicilia. La mostra si intitolava La Celeste Galeria, si svolgeva a Mantova, e ricostruiva la mitica collezione d’arte che i Gonzaga raccolsero nell’arco di più di un secolo e che venne venduta e smembrata nel 1626. In sintesi era esposta una specie di antologia, 200 quadri riuniti sui 2000 che furono un tempo. (more…)

citazioni

ottobre 27, 2016

peter.jpg cara

Due deposizioni: quella di Simone Peterzano in San Fedele e quella di Caravaggio alla Pinacoteca Vaticana. Peterzano fu il primo maestro di Caravaggio, e la sua deposizione è del 1584, cioè poco prima che lo prendesse come garzone nella sua bottega milanese. Secondo me il Merisi la vide e se ne ricordò vent’anni dopo a Roma, quando si cimentò con lo stesso soggetto, soprattutto per il dettaglio dello spigolo della pietra angolare che sbuca e che si riflette nel gomito di Nicodemo come effetto tridimensionale (un espediente simile a quello della fiscella dell’Ambrosiana che sporge dal tavolo). Poi anche il braccio spiombante, va beh, ma lì c’è più Raffaello e prima ancora i rilievi di Meleagro nei sarcofagi romani (e dopo verrà la pietà laica del Marat di Jacques-Louis David, il bisnonno del parrucchiere).

Mia

ottobre 11, 2016

miac

Amalia Mia Cinotti nacque a Milano il 28 agosto 1920 da Aurelia Cena e da Guido. L’arte fu tutta la sua vita: il padre era un pittore, il suo compagno Ugo Nebbia sarà un pittore, e lei diventerà una storica dell’arte eccelsa. Chi vuole studiare Caravaggio oggi non può ignorare le sue monografie, e leggendole non potrà non gustare le sue folgoranti definizioni ossimoriche del Merisi, a partire dal Bacchino malato, l’autoritratto di un “giovane nostalgico“. Eppure a volte ho l’impressione che nonostante quegli studi importanti, quelle intuizioni critiche brillanti, tutto ciò che resta di lei sia solo un nome su delle copertine, la voce di una bibliografia. Per questo stamattina appena ha spiovuto mi sono incamminato verso il centro e sono entrato nel cortile di via Albricci 7, vicino al Duomo, a pochi metri dai resti dell’abside di San Giovanni, e ho chiesto il permesso di fotografare il palazzo – un palazzo anonimo e moderno come tanti altri – a un portiere attonito e diffidente che non si spiegava tutta quella curiosità. Da una di queste finestre infatti, il 17 maggio 1992 Mia Cinotti si buttò e morì. Erano i giorni convulsi di Mani pulite, e per quello, o per imbarazzo, i giornali e le tv non ne parlarono. Ho voluto renderle omaggio perché, pur essendo un nome noto fra gli addetti ai lavori, a volte temo, come disse Ungaretti, che “forse io solo so ancora che visse”.

i libri degli altri

ottobre 8, 2016

monco

Tempo fa proposi a un giornale un’inchiesta sulla cultura della nostra classe dirigente. Volevo intervistare politici, imprenditori e sindacalisti sulle loro letture preferite, pensavo che conoscere quali interessi culturali coltivassero nel tempo libero ci permettesse di capire meglio la loro personalità e di misurare il loro spessore intellettuale. Lo spunto mi venne scoprendo che Mario Monti era un fan dello scrittore brasiliano Paulo Coelho, tanto da avergli espresso grande stima e riconoscenza su twitter, sostenendo che i suoi “romanzi aiutano a capire meglio il nostro animo”. La proposta non fu accolta, perché come al solito piaceva solo a me, ma l’idea che i libri amati dicano molto di noi, soprattutto quelli che si leggono per diletto, m’è rimasta, e questo vale anche per i personaggi del passato. Quanto mi sarebbe piaciuto sapere, per esempio, di che parlavano i dodici libri che Caravaggio aveva nella sua casa romana di vicolo di San Biagio. Purtroppo l’ufficiale giudiziario che stese l’inventario dei beni confiscati ne riportò solo la quantità, non proprio ragguardevole, ma è pur vero che in un’occasione simile la scoperta dei titoli risultò abbastanza deludente. Parlo di Gian Lorenzo Bernini, che era un assiduo frequentatore della ricca biblioteca di don Orazio Morandi, l’abate del monastero di Santa Prassede. Nel catalogo dei prestiti, un quadernetto rilegato giunto a noi quasi per miracolo, lui sembrava interessato in particolare a testi classici e di mitologia, come Le Metamorfosi di Ovidio, e pensando a opere come l’Apollo e Dafne o il ratto di Proserpina si capisce che erano soprattutto letture di lavoro, più che di di svago.

i cronopios di Zara ed H&M

ottobre 5, 2016

santambrogio

Mi piace fare shopping con Chiara da H&M in via del Corso, perché lì tutto mi parla di Caravaggio. La zona intorno a quel negozio è la sua Roma molto più di altri luoghi canonici come via della Pallacorda, vicolo del Divino Amore, San Luigi dei Francesi o Sant’Agostino. Il fulcro è la basilica di Sant’Ambrogio, la chiesa dei milanesi e delle meretrici, che fu progettata dall’architetto Onorio Longhi, il miglior amico di Michelangelo nonché suo inseparabile compagno di baie e di risse. Di fronte, “riscontro al palazzo del Curenaschiere” (il responsabile dell’immondizia), abitava Maddalena Antognetti, detta Lena o la Roscina, la bellissima cortigiana dai capelli fluenti e il seno florido che gli fece da modella per la Madonna dei pellegrini, e per l’onore della quale ferì il notaio Mariano Pasqualone che l’aveva offesa. Caravaggio andava talmente spesso da lei che fu arrestato due volte in quello spiazzo, il 18 novembre 1604 e il 28 maggio dell’anno successivo. E subito dietro Sant’Ambrogio, intorno al Mausoleo di Augusto, si stendeva l’Ortaccio, il ghetto malfamato delle prostitute come Anna Bianchini, “la puttana de Dio” e “bugiarona” che per Caravaggio impersonò la Maddalena penitente e la Madonna nel Riposo durante la fuga in Egitto.

Ma Roma è fantastica perché ci sono passati tutti, a volte anche per fare shopping in quei negozi, non solo nei paraggi. Ecco perché dopo che siamo usciti da H&M, spesso facciamo un giro pure da Zara lì davanti. È che mi piace ripercorrere i passi di Julio Cortázar, e immaginarmi il pomeriggio del 24 dicembre 1953, quando l’argentino e sua moglie Aurora entrarono in quel palazzo, che allora ospitava La Rinascente, per farsi i regali di Natale. Fuori era già buio e il freddo pungente accompagnava le melodie rustiche degli zampognari, mentre la giovane coppia si aggirava tra la calca della vigilia alla ricerca di un dono da scambiarsi. Alla fine lei ricevette una sottoveste e lui un caleidoscopio del costo di 300 lire, che al rientro a Parigi, nella loro casa al 54 di rue Mazarine, Julio usò come infallibile “pruebacronopios“. Il test funzionava così: quando qualcuno entrava in casa loro, lui glielo porgeva e ne studiava le reazioni. Se rigirandosi in mano il caleidoscopio l’ospite “se enloquece, salta por el aire, ect, lo proclamo cronopio”, mentre “si condesciende con una sonrisa de buena educacion, lo mando mentalmente al corno.” Chissà che fine ha fatto quel caleidoscopio.

due milanesi a Roma

ottobre 4, 2016

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Nel centro di Roma, la notte di martedì 8 luglio 1597, verso le 22.30 circa, il musico Angelo Zanconi viene aggredito da alcuni uomini mentre sta rientrando a casa. Siamo nella contrada della Scrofa, tra la chiesa di Sant’Agostino e via del Pozzo delle Cornacchie. A causa del buio il malacapitato non riconosce gli assalitori. È ferito al ginocchio con un bastone ma riesce lo stesso a fuggire e perde il proprio ferraiolo, cioè il mantello. Nel frattempo Caravaggio è appena uscito dall’osteria della Lupa (che esiste ancora), dove ha cenato con due amici, il pittore Prospero Orsi, specializzato in grottesche, e il rigattiere Costantino Spada. In questa occasione Caravaggio è un semplice spettatore, che assiste alla scena e raccoglie da terra il mantello caduto di Zanconi. Il fatto viene riferito da Pietropaolo Pellegrini al giudice che lo interroga in seguito alla denuncia contro ignoti sporta da Zanconi. Il Pellegrini è il garzone di un barbiere che ha la bottega vicino alla chiesa di Sant’Agostino, e a lui Caravaggio consegna il ferraiolo, il quale a sua volta lo restituisce a Zanconi. L’incidente in sé e per sé è minimo, ma ci interessa perché nella sua lunga deposizione il Pellegrini ci fornisce parecchie informazioni su Caravaggio, la più importante delle quali riguarda il suo arrivo a Roma, che va spostato quattro anni dopo il previsto, ossia nel ’96 anziché nel ’92. Ci viene fornita un’accurata descrizione fisica dell’artista fatta da Luca, il figlio del barbiere, che ne dà un’immagine molto dark (“Questo pittore è un giovenaccio grande di vinti o vinticinque anni con poca di barba negra grassotto con ciglia grosse et occhio negro, che va vestito di negro non troppo bene in ordine che portava un paro di calzette negre un poco stracciate che porta li capelli grandi longhi dinanzi…”; e poi la conferma del suo praticantato presso il pittore siciliano Lorenzo Carli, che aveva casa e bottega in via della Scrofa. Infine una notazione linguistica curiosa: “che al parlare tengo sia milanese”, che viene subito dopo corretta: “mettete lombardo per che lui parla alla lombarda”.
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i giorni fantasma

luglio 15, 2016

scudo

Questo è uno scudo in argento di Filippo II, una moneta coniata dalla zecca di Milano nel 1582. Oggi è considerata rara, e sul mercato numismatico vale 1300 euro. Mi piace perché è legata a un momento speciale. In quell’anno infatti  papa Gregorio XIII stabilì che a giovedì 4 ottobre dovesse seguire venerdì 15 ottobre. In pratica, il 1582 fu un anno con dieci giorni in meno, e pure con i giorni della settimana sfalsati. Mi immagino lo sconcerto della popolazione per quella drastica riforma del calendario, e penso a come avrà reagito Caravaggio, che allora tutti chiamavano solo Michelangelo, ed era un ragazzino che aveva appena compiuto 11 anni e di lì a poco avrebbe iniziato la sua formidabile carriera artistica nella bottega milanese del pittore Simone Peterzano. Ecco, se dovessi mai scrivere un romanzo storico vorrei ambientarlo in quel periodo, in quei giorni inesistenti che somigliano a quelli trascorsi in un ospedale privi di coscienza dopo un incidente grave.