Posts Tagged ‘Caravaggio’

Racchette

novembre 29, 2018

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Questa è una racchetta da pallacorda dipinta dal Tiepolo ne La morte di Giacinto (Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid). Sembra una Donnay Allwood, come quella che usava Bjorn Borg, o una Wilson, insomma quelle racchette da tennis che ora espongono i negozi chic di abbigliamento sportivo per far credere che hanno una tradizione. Roba vintage insomma, di fine anni 70 o primi Ottanta. Invece la racchetta è del XVIII secolo, e probabilmente Caravaggio ne adoperò una simile il fatidico 28 maggio 1606 (cioè circa un secolo prima) contro Ranuccio Tomassoni da Terni, poco prima di ammazzarlo.

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Salini di ieri e di oggi

ottobre 9, 2018

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Tommaso Salini era un pittore dei primi del Seicento attivo a Roma e allievo di Giovanni Baglione, passato alla storia soprattutto per qualche scazzo con Caravaggio (tanto che in un’occasione il Merisi lo chiamò “becco fottuto”). A me ricorda molto Gianni Biondillo, un mio fratello d’inchiostro dei gloriosi tempi di Nazione Indiana. In questo ritratto dell’Accademia di San Luca sono evidenti le somiglianze fisiche tra i due, dai capelli ricci al viso tondo e paffuto, ma la verità è che anche il carattere doveva essere simile, se il suo maestro Baglione di lui disse che “fu di favella soverchiamente libero, ed in gran parte mordace”.

morirci sopra

ottobre 3, 2018

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“Ci moriva sopra a riguardarla”. È la frase su Caravaggio detta da un suo contemporaneo che mi è più rimasta impressa. Si riferisce alla Santa Margherita di Annibale Carracci, e la pronunciò un allievo del bolognese. Il Merisi che si strugge per il dipinto di un collega, di un “rivale”, al punto da morirci, come si dice di qualcosa o qualcuno che ci piace tantissimo, “mi fai morire”. Io non ci vedo invidia, ma solo un atto di resa, l’ammirazione incondizionata per un’opera molto diversa dalle sue, così composta e ariosa, paragonabile al massimo al Riposo nella fuga in Egitto del lombardo, di contro alle tele della cappella Contarelli, piene di dramma e di pathos, di interrogativi e di ombre. Che poi non è neanche così diversa, son due naturalismi paralleli, entrambi originali, due splendide monadi come probabilmente furono le vite di Caravaggio e del Carracci, isolate e incomunicanti ma con un comune orizzonte di qualità e di obiettivi.

Per cosa si muore sopra al riguardarlo? Cosa ci trafigge il cuore con la sua bellezza, come il pugnale o la spada che Caravaggio si portava dietro senza licenza e che gli furono sequestrati e disegnati nell’interrogatorio del suo arresto? Ognuno ha i suoi innamoramenti estetici, e chi sostiene di non averne in realtà ha un problema. Io di recente muoio sopra L’impero dei segni di Roland Barthes, la sua luminosa intelligenza, il suo stile prezioso e asciutto che dice tutto in due righe. E la pala di Brera di Piero, quell’uovo penzoloni come il lampadario degli Arnolfini, poi il Bellini di San Zaccaria, le mani del Crivelli, il mare dei faraglioni di Lipari d’estate, ma solo la scrittura ha un effetto dissuasivo in me, solo lei mi fa morire qualcosa dentro per davvero, rendendo evidente sia la maestria di chi leggo che i miei limiti.

I nuovi bari

aprile 13, 2018

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che casino

marzo 5, 2018

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Che casino, il casino Boncompagni Ludovisi. Tu ci vai per vedere Caravaggio, il Caravaggio più difficile da vedere, quello meno conosciuto, l’unico suo murale, a soffitto, e quindi mai spostatosi da lì, che per vederlo devi sorbirti una trafila di richieste e permessi che non finisce più perché sta in una casa abitata, appunto il casino Boncompagni Ludovisi, residenza dei Principi Boncompagni Ludovisi, nobili un po’ decaduti che però convivono con un Caravaggio sopra la testa, e poi ci trovi di tutto, perfino un Rembrandt, o meglio una scala elicoidale buia, scrostata, attorciagliata su se stessa e col corrimano basso20180303_114147che sembra trasportata paro paro da un quadro di Rembrandt, il filosofo in meditazione del Louvre, e infatti è dello stesso periodo.remb

Ci trovi di tutto in quel casino. Anche un ritratto a olio dei padroni di casa, rigidi e impalati come la coppia immortalata da Grant Wood nel suo Gotico americano; gli manca giusto il forcone.IMG-20180305-WA0001In uno dei saloni di rappresentanza scopro pure Agostino Tassi, che lavorò in collaborazione col Guercino, il primo occupandosi delle architetture a trompe-l’œil in mezzo alle quali volteggiano le aeree figure del secondo. Agostino l’amico e collega di Orazio Gentileschi, Agostino lo stupratore di sua figlia Artemisia, e lo fai presente alla guida, che sa tutto ma che su quel particolare aveva taciuto, e lei allora a mezza voce dice eh sì, purtroppo commise “quell’errore”, come fosse un inciampo, una gaffe spiacevole sulla quale sarebbe sbagliato soffermarsi troppo perché era un grande pittore, e quell’episodio ne oscura i tanti meriti artistici; ed era una donna la guida, certo non una #metoo.20180303_110851

Invece il Caravaggio alchemico sta nascosto in un disimpegno, una specie di breve corridoio laterale, e non sembra neppure in buone condizioni, fra ridipinture moralistiche volte a coprire “le vergogne” e restauri maldestri, però tu te lo immagini allora, nel 1597, chiuso in questo stanzino del cardinale Del Monte, il suo studiolo pieno di alambicchi e pozioni, nudo come un verme in piedi su uno specchio in cima a un piccolo ponteggio, perché il soffitto è basso, e probabilmente ci stette almeno qualche mese lì sopra, a volte col suo cane Cornacchia che posò come Cerbero, per smentire le malelingue che lo accusavano di non saper fare il sotto in su, gli scorci arditi e gli affreschi, anche se questo non è un affresco ma un olio su muro.casi

E’ lui? Non è lui? Si è autoritratto tre volte nei panni di Nettuno, Giove e Plutone? Non si sa con sicurezza, però le somiglianze ci sono, tenendo conto della descrizione coeva fatta da un garzone di barbiere nel luglio del 1597. Ecco l’immagine molto dark di Caravaggio (vestito) pochi mesi prima, al tempo in cui lavorava nella bottega del siciliano Lorenzo Carli in via della Scrofa: “Questo pittore è un giovenaccio grande di vinti o vinticinque anni con poca di barba negra grassotto con ciglia grosse et occhio negro, che va vestito di negro non troppo bene in ordine che portava un paro di calzette negre un poco stracciate che porta li capelli grandi longhi dinanzi…

Di affreschi veri, cioè dipinti sull’intonaco ancora fresco, ne è pieno il casino, come quelli anamorfici posti all’entrataIMG-20180305-WA0000 eseguiti dalla malalingua per eccellenza, lo stroncatore velenoso, Federico Zuccari, il vecchio barbogio dell’Accademia di San Luca, che quando Caravaggio ultimò le storie di san Matteo fu trascinato a forza nella cappella Contarelli dai suoi allievi entusiasti e, una volta entrato, esclamò infastidito: “Ma che rumore è questo?”, come a dire Che casino state facendo per niente? E poi chiosò: “io non ci vedo altro che il pensiero di Giorgione”, quindi dejá-vù, roba fritta e rifritta, più o meno come quando a Cristina Campo chiesero cosa pensasse dei Novissimi, i poeti avanguardisti, e lei rispose: “I Novissimi son morti 50 anni fa”.

il primo Caravaggio

febbraio 13, 2018

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Questa è la chiesa di Santo Stefano, nell’omonima piazza del centro di Milano. Ci sono passato davanti migliaia di volte, e qualche volta ci sono pure entrato, quando studiavo alla Statale, cioè dall’82 all’86, infatti si trova vicino a via Festa del Perdono, proprio lungo il tragitto che va dalla metropolitana di San Babila all’università. A pochi passi c’è anche il palazzo moderno tutto vetro e acciaio di via Albricci 7, dove viveva Mia Cinotti, la storica dell’arte che si tolse la vita nel 1992 e che aveva firmato gli studi più illuminanti su Caravaggio. Non lo sapeva lei, come non lo sapevo neanch’io, che in quella chiesa il 30 settembre 1571 venne battezzato Michelangelo Merisi. Il documento del battesimo è stato scoperto di recente da un archivista dilettante, Vittorio Pirami, ex dirigente Fininvest, e ha messo fine a una lunga diatriba su quale fosse il vero luogo di nascita del pittore, così come la data precisa in cui venne al mondo. La sua importanza dipende anche dal fatto che Milano, la sua città natale, non conserva tracce del suo passaggio, come se non ci fosse mai stato, o avesse vissuto ai margini, lui che poi divenne uno dei protagonisti indiscussi del suo tempo. All’epoca l’università era un grande ospedale voluto da Francesco Sforza e progettato dal Filarete, e assieme alla chiesa affacciavano entrambi sul laghetto del naviglio che faceva da porto per le chiatte cariche dei marmi del Duomo. La chiesa si chiamava Santo Stefano in brolo, dal terreno circostante di proprietà di un arcivescovo, ma la struttura non è cambiata col tempo, e neppure le dimensioni. Lì dentro Michelangelo fece la sua prima uscita pubblica, molto probabilmente sotto gli sguardi protettivi e amorevoli di Fermo e Lucia, i suoi genitori dai nomi manzoniani.

la mente ambulatoria

gennaio 24, 2018

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Se avessi la bacchetta magica, e potessi scegliere un quadro di qualsiasi artista di ogni epoca da tenere tutto per me a casa mia, non vorrei Caravaggio o qualche altro gigante della storia dell’arte. No, vorrei un’operetta del Lotto, magari un’allegoria, oppure una natura morta con strumenti musicali di Evaristo Baschenis. Non necessariamente questa della foto ma una simile, sempre con le ditate sulla polvere dei liuti, con questi volumi tondeggianti e sinuosi così sexy (un bel culo non è a mandolino?), la tenda con la passamaneria a far da quinta e un tappeto orientale come tovaglia. Non si sa molto di lui, della sua vita, documenti ufficiali ne son rimasti pochi, ma qualche breve illuminazione ce l’ha lasciata e mi è rimasta impressa. Come l’incipit di un codicillo al suo ultimo testamento, dettato a un notaio il 15 marzo 1677, alla vigilia della sua morte, nel quale dice: “Essendo che la mente del huomo sia ambulatoria sino al ultimo di sua vitta”.

Ercole de Maria, o del successo

aprile 10, 2017

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Una volta Tiziano Scarpa mi ha deluso, scrivendo delle cose che non mi aspettavo da lui. Ho pensato: sarà lo Strega. Si è montato la testa e si sente diverso dagli altri. Ma lui non è così. Tutta la sua vita testimonia il contrario. È uno che non è mai andato all’incasso. Anzi, se scorge qualche causa persa se ne invaghisce subito come di una bella gnocca. Forse è l’unico Premio Strega che non scrive stabilmente su un grosso giornale, e regala le sue perle sul blog del Primo amore, come questa per il centenario di Mattina. E poi sperimenta sempre nuovi linguaggi: testi per fumetti, per fiabe, per piece teatrali, per canzoni, per cataloghi di artisti contemporanei, tutte attività che lo entusiasmano ma di scarsa remunerazione, tanto che ultimamente in alcuni suoi versi è parso quasi preoccupato per il suo futuro economico (“come affronterò la vecchiaia senza pensione?“, “tiz datti da fare“). Quindi sono io ad aver equivocato, sicuro. (more…)

trovarsi

aprile 3, 2017
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A fine gennaio “mi trovavo” a Parigi per una piccola vacanza, e lì vidi una bella mostra che metteva in parallelo Giacometti e Picasso. Pur con la notevole differenza di età e di formazione artistica che li divideva, i due si stimarono e frequentarono a lungo influenzandosi a vicenda, non solo dallo spagnolo allo svizzero come sarebbe lecito aspettarsi, e l’accostamento delle loro opere lo rende chiaro anche a un visitatore non particolarmente esperto. Spero che in futuro vedremo sempre più spesso questo tipo di esposizioni binarie, che  hanno il pregio di evidenziare prestiti, citazioni e parentele anche lontane, come successe con Caravaggio e Bacon alla Galleria Borghese qualche anno fa. In ogni caso, mentre ero lì che ammiravo le creazioni di Giacometti, dalle ingenue imitazioni picassiane alle più elaborate sciarade surrealiste, mi è tornato in mente un appunto trascritto da Cioran sui suoi Quaderni negli anni 60, subito dopo aver visitato una mostra parigina dello svizzero, in cui il pensatore rumeno dice: “Giacometti è grande quando si trova, cioè quando giraffizza“. Poche parole fondamentali che in fondo valgono per chiunque, che si faccia arte o meno, perché per chiunque l’importante è trovarsi, capire ciò che si è. Solo allora si è grandi per davvero. E come è evidente, poi, agli altri e a te stesso, che ti sei trovato, che tu sei quello lì e che il te stesso di prima indossava una maschera ridicola pensando di stare benissimo.

castelli in Spagna

marzo 19, 2017

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Non conoscevo questa espressione. L’ho scoperta a cinquant’anni, leggendo un libro su Baudelaire. “Castelli in Spagna” è un modo di dire comune in francese, e pure antico, infatti risale al Roman de la rose. Significa progetti irrealizzabili, l’equivalente del nostro “castelli in aria”.

Chissà perché proprio in Spagna, come se non potessero esistere dei castelli lì. Quando la lessi mi suonò una campanella, come se all’improvviso qualcosa andasse a posto da solo, s’incastrasse alla perfezione con un altro pezzo spaiato che avevo accantonato tempo addietro. (more…)