Posts Tagged ‘Carlo Crivelli’

morirci sopra

ottobre 3, 2018

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“Ci moriva sopra a riguardarla”. È la frase su Caravaggio detta da un suo contemporaneo che mi è più rimasta impressa. Si riferisce alla Santa Margherita di Annibale Carracci, e la pronunciò un allievo del bolognese. Il Merisi che si strugge per il dipinto di un collega, di un “rivale”, al punto da morirci, come si dice di qualcosa o qualcuno che ci piace tantissimo, “mi fai morire”. Io non ci vedo invidia, ma solo un atto di resa, l’ammirazione incondizionata per un’opera molto diversa dalle sue, così composta e ariosa, paragonabile al massimo al Riposo nella fuga in Egitto del lombardo, di contro alle tele della cappella Contarelli, piene di dramma e di pathos, di interrogativi e di ombre. Che poi non è neanche così diversa, son due naturalismi paralleli, entrambi originali, due splendide monadi come probabilmente furono le vite di Caravaggio e del Carracci, isolate e incomunicanti ma con un comune orizzonte di qualità e di obiettivi.

Per cosa si muore sopra al riguardarlo? Cosa ci trafigge il cuore con la sua bellezza, come il pugnale o la spada che Caravaggio si portava dietro senza licenza e che gli furono sequestrati e disegnati nell’interrogatorio del suo arresto? Ognuno ha i suoi innamoramenti estetici, e chi sostiene di non averne in realtà ha un problema. Io di recente muoio sopra L’impero dei segni di Roland Barthes, la sua luminosa intelligenza, il suo stile prezioso e asciutto che dice tutto in due righe. E la pala di Brera di Piero, quell’uovo penzoloni come il lampadario degli Arnolfini, poi il Bellini di San Zaccaria, le mani del Crivelli, il mare dei faraglioni di Lipari d’estate, ma solo la scrittura ha un effetto dissuasivo in me, solo lei mi fa morire qualcosa dentro per davvero, rendendo evidente sia la maestria di chi leggo che i miei limiti.

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mani di donna

settembre 3, 2018

mani crivelli

Le mani di donna più belle in assoluto, le mani femminili per antonomasia, le mani della donna ideale per me, che io indicherei come perfette, talmente eleganti, sottili e nervose da non sembrare vere, con le dita quasi disarticolate, che pare disegnino nell’aria fitti e raffinatissimi arabeschi floreali alla William Morris, beh, quelle mani lì le ha dipinte più di mezzo secolo fa un pazzo, ma un pazzo vero, quello scappato-di-casa di Carlo Crivelli, un pittore rinascimentale cresciuto nella bottega patavina dello Squarcione, che era piena di talenti come il Mantegna, e infatti i suoi allievi li pigliava tutti piccoli, poveri e geniali come l’amichetta della Ferrante; ebbene questo scapestrato del Crivelli ha disseminato in varie cittadine del Veneto e delle Marche parecchie sue madonne con le mani bizantine, a forchetta, per esempio quella della rondine o l’angelo annunziante di Sant’Emidio, ma quelle mani non sono soprannaturali, giuro, esistono davvero, e secondo me la femminilità, la sua essenza più intima, è proprio questa cosa qui, una grazia effimera, un segreto ineffabile che noi maschi fatichiamo a credere possibile, come se non appartenesse a questa terra, all’anatomia di un essere umano, alla vita di tutti i giorni, come se non fossero di un nostro simile, e invece un bel giorno all’improvviso te le ritrovi davanti, proprio di fronte a te, al bar, due mani giovani e diafane che ti servono un caffè come fosse la cosa più ovvia e naturale del mondo.

Noli me tangere

marzo 20, 2009

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Io conto le lettere delle parole (2-5-2-7-5-6). Di quante lettere è formata ogni parola (2-6-7-1-7-4-6). Lo faccio da sempre, mentalmente (2-6-2-6-11). Le poche persone cui l’ho detto mi hanno preso per pazzo, e mi chiedono tutte il motivo (2-5-7-3-1-2-5-2-5-5-3-5-1-2-8-5-2-6). Non c’è un motivo particolare (3-1-1-2-6-11). E’ un’abitudine (1-2-9). Poi, certo, ho le mie preferenze (3-5-2-2-3-10). Diciamo che non amo le parole fatte di numeri primi (7-3-3-3-2-6-5-2-6-5). Di tredici lettere, per esempio (2-7-7-3-7). Già la parola tredici è orrenda (3-2-6-7-1-7). Sono sette lettere (4-5-7). Ma anche sette è brutta (2-5-5-1-6). E’ che non sono divisibili (1-3-3-4-10). O meglio, sono divisibili solo per uno o per se stesse. Divisibili è una parola stupenda (10-1-3-6-8). Con la sua struttura semplice, consonante-vocale-consonante-vocale; sempre la stessa vocale. Il massimo è una parola di dodici lettere (2-7-1-3-6-2-6-7). Mi trasmette una sensazione di ordine e di armonia (2-9-3-10-2-6-1-2-7). La puoi dividere per due, per tre, per quattro, per sei (2-4-8-3-3-3-3-3-7-3-3). Dodici come gli apostoli (6-4-3-8). Dodici come i mesi dell’anno, le ore del giorno e della notte. Dodici che Olivier Beigbeder definisce “il numero delle relazioni con il mondo”. Dodici come la somma delle lettere che compongono il mio nome e cognome (6-4-2-5-5-7-3-10-2-3-4-1-7).  (more…)