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Il turismo dell’orrore letterario

dicembre 20, 2010

Esiste un turismo dell’orrore che non suscita riprovazione verso chi lo pratica. Al contrario, è visto come qualcosa di nobile, un segno di elezione spirituale, eppure si nutre della stessa morbosità per la cronaca nera, sebbene non goda della medesima attenzione mediatica e non si avvalga di plastici e criminologi. Riguarda la letteratura, in particolare gli scrittori suicidi, ecco perché chi vi si dedica lo concepisce come un pellegrinaggio laico. L’aura smarrita dell’opera risorge più luminosa dalle ceneri di queste biografie maledette, omaggiate dagli adepti nel luogo del loro tragico epilogo.

C’è chi sosta in raccoglimento di fronte all’hotel torinese di Cesare Pavese; chi nella stessa città indugia sulle scale delle case di Primo Levi e Franco Lucentini; chi preferisce la meditazione mistica sul prato antistante l’abbazia di Chiaravalle per Antonia Pozzi; chi fa tappa in via del Corallo a Roma per Amelia Rosselli; e non sono pochi neppure coloro che visitano Ketchum in Idaho per Hemingway o Clermont in California per David Foster Wallace. Insomma, ce n’è per tutti i gusti. D’altronde, che l’idolatria letteraria non fosse un’attività innocente l’avevano spiegato bene sia Coetzee in Elizabeth Costello che Stephen King in Misery. Certo, i pellegrinaggi letterari restano un fenomeno marginale rispetto a quelli musicali o cinematografici. Nessun indirizzo letterario potrà mai competere col mitico Chelsea Hotel di New York, però la natura ostile è la stessa, e non solo per il desiderio di scovare quelle povere spoglie nel loro più indifeso succedaneo, appunto l’ultima dimora, ma pure per l’atteggiamento predatorio con cui s’inquadrano nel mirino delle macchine fotografiche quegli spazi e per come si sfoderano le moleskine d’ordinanza su cui vergare pensieri ispirati. Armati delle migliori intenzioni, per carità, e tuttavia armati, anche se solo di un taccuino, non a caso ”d’ordinanza” in quanto strumento poliziesco, e “sfoderato” in quanto strumento d’offesa.

Fra questi utili baedeker segnalo Fine terra. Benjamin a Portbou, a cura di Carlo Saletti (Ombre corte, pp.168, 16 euro), un pregevole saggio che ricostruisce in dettaglio le ultime disperate ore del pensatore ebreo-tedesco in fuga dalla Francia occupata dai nazisti. Giunto stremato il 25 settembre 1940 nel villaggio catalano di confine, Walter Benjamin fu arrestato dalla polizia di frontiera spagnola con la minaccia di essere consegnato l’indomani alla Gestapo, in quanto privo dei documenti necessari per l’espatrio. Di notte, in una modesta pensione vicino al mare (la Fonda Francia), per evitare l’internamento in un lager si uccise con alcune pastiglie di morfina. Grazie ai resoconti dei suoi compagni di viaggio, oggi è possibile ripercorrere fedelmente il sentiero di montagna sul quale s’incamminò Benjamin, l’impervia route Lister, un trekking espiativo ideale per tutti coloro che vogliono coniugare escursionismo e cultura nella suggestiva cornice dei Pirenei.

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