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la domus dei tappeti di pietra

dicembre 24, 2016

domus

Nel 1993, durante gli scavi per la realizzazione di un parcheggio nel centro di Ravenna, hanno trovato il più esteso edificio privato di epoca bizantina. Le stratificazioni erano diverse, riguardavano case dal 1600 al 1300, poi un’abitazione medievale, una necropoli dell’VIII  e IX sec., quindi il complesso bizantino, che comincia nel V sec. e prosegue per tutto il VI sec., più sotto un impianto termale del III sec., e prima ancora un edificio di epoca augustea. La cosa più rilevante della domus bizantina è il mosaico con la splendida danza delle stagioni, eseguita con paste vitree e tessere d’oro, dove risaltano il verde del mantello che avvolge l’inverno, il rosa albicocca della tunica della primavera e i violacei dei grappoli d’uva dell’autunno. I mosaici coprono una superficie di 700 mq. Il proprietario doveva essere un alto funzionario imperiale con notevoli contatti con Bisanzio. Da lì infatti provengono i disegni in base ai quali fu eseguito il mosaico della danza delle stagioni, che secondo gli esperti deriva sicuramente da un dipinto bizantino, un quadro a cavalletto di origine ellenistica (ecco perché sembra più antico di quel che è). La rappresentazione è insolita. Generalmente le stagioni danzano in fila, perché il tempo ha uno sviluppo lineare, qui invece si muovono con un girotondo, e filosoficamente alludono al ritorno ciclico del tempo. L’edificio alla fine bruciò, ma ci sono rimasti i suoi tappeti di pietra, come li chiamava Federico Zeri, che fu fra i primi ad ammirarli.

Forse, di tutti i possibili soggetti artistici, quello del ciclo delle stagioni o dei mesi è il mio preferito, ne avrò visti a decine. Quello dipinto nel Castello del Buonconsiglio a Trento, con la prima rappresentazione pittorica della neve nel mese di gennaio; quello di Schifanoia, la delizia estense a Ferrara, commissionato da Borso d’Este a Cosmé Tura, Francesco del Cossa ed Ercole de Roberti, con anche i riquadri zodiacali; quello scultoreo di Benedetto Antelami nel Battistero di Parma; quello sbalzato sulla patera romana di Parabiago, il gioiello del museo archeologico milanese, per altri versi così povero di opere; quello del pavimento musivo della Cattedrale di Otranto e tanti, tanti altri, che non mi stanco mai di rivedere perché sotto sotto spero che sia vera la storia del tempo ciclico (a differenza di Woody Allen).

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