Posts Tagged ‘Céline’

Ercole de Maria, o del successo

aprile 10, 2017

ercol

Una volta Tiziano Scarpa mi ha deluso, scrivendo delle cose che non mi aspettavo da lui. Ho pensato: sarà lo Strega. Si è montato la testa e si sente diverso dagli altri. Ma lui non è così. Tutta la sua vita testimonia il contrario. È uno che non è mai andato all’incasso. Anzi, se scorge qualche causa persa se ne invaghisce subito come di una bella gnocca. Forse è l’unico Premio Strega che non scrive stabilmente su un grosso giornale, e regala le sue perle sul blog del Primo amore, come questa per il centenario di Mattina. E poi sperimenta sempre nuovi linguaggi: testi per fumetti, per fiabe, per piece teatrali, per canzoni, per cataloghi di artisti contemporanei, tutte attività che lo entusiasmano ma di scarsa remunerazione, tanto che ultimamente in alcuni suoi versi è parso quasi preoccupato per il suo futuro economico (“come affronterò la vecchiaia senza pensione?“, “tiz datti da fare“). Quindi sono io ad aver equivocato, sicuro. (more…)

castelli in Spagna

marzo 19, 2017

tempesta east coast

Non lo sapevo. L’ho scoperto a cinquant’anni, leggendo un libro su Baudelaire. “Castelli in Spagna” è un modo di dire comune in francese, e pure antico, infatti risale al Roman de la rose. Un po’ l’equivalente del nostro “castelli in aria”.

Chissà perché proprio in Spagna, come se non potessero esistere dei castelli lì. Ad ogni modo l’espressione “castelli in Spagna” per i francesi allude ai progetti chimerici, e quando lo lessi mi suonò una campanella, come se all’improvviso qualcosa andasse a posto da solo, s’incastrasse alla perfezione con un altro pezzo spaiato che avevo accantonato tempo addietro. (more…)

il minimo comune multiplo

febbraio 23, 2017

terzetto

Che cosa accomuna le mie passioni artistico-letterarie? Che c’entrano un pittore lombardo che si trasferisce a Roma alla fine del ‘500, uno scrittore francese antisemita e due argentini, un vate cieco e un cronopio emigrato a Parigi? Apparentemente nulla. Non le biografie, alcune maledette, altre banali e monotone come quella di un travet. Non il modo di esprimersi, che oscilla dal rap of consciousness a un aristocratico classicismo. E a ben vedere neppure la poetica, che va dal fantastico quotidiano a un naturalismo recitato, quasi teatrale. Insomma, nessun punto di contatto, quattro artisti diversissimi. A parte un piccolo dettaglio zoofilo, e cioè che tutti e quattro amavano gli animali e cercavano la loro compagnia.

Caravaggio aveva un cane nero che si chiamava Cornacchia dal quale non si separava mai. Così riferisce Giovanni Baglione, il biografo rivale, per poi aggiungere il dettaglio che il Merisi gli aveva insegnato “bellissimi giuochi”, altro segno inequivoco della loro assidua frequentazione. Possiamo pure azzardare qualche ipotesi sull’aspetto del suo cane, dato che Caravaggio ritraeva sempre dal vivo e usava modelli conosciuti. Questo perché un cane nei suoi dipinti compare una volta, e lo si vede nella sua opera meno nota, l’affresco alchemico del Casino Ludovisi commissionatogli dal cardinale Francesco Maria Del Monte. Lì con ogni probabilità Caravaggio ritrasse nel Cerbero a tre teste proprio il suo fido Cornacchia, un bastardino dal pelo nero sul dorso ma bianco intorno al naso, sul petto e la gola gatto5

A riprova di questa ipotesi un’analogia non casuale, e cioè che il cane a tre teste si riflette nel triplice autoritratto del pittore (Giove, Nettuno e Plutone), quasi a ribadire lo stretto legame.

Poi Céline, che dedicò il suo ultimo libro, Rigodon, agli animali, perché ne ebbe sempre tanti (gatti, cani, pappagalli…), a cominciare da Bebert, il gatto più famoso della letteratura francese. La sua fuga rocambolesca dalla Germania in fiamme nascosto nel panciotto dello scrittore è diventata leggendaria, tanto da diventare il protagonista della trilogia tedesca. E’ stata perfino scritta una biografia sul suo conto, onore riservato a pochi suoi simili, che ne ripercorre i vari passaggi e le peripezie, dall’attore Robert Le Vigan, che lo acquista ai grandi magazzini, fino alle scorribande su e giù per la butte di Montmartre. Ma anche i cani furono un grande amore di Céline, come testimoniato dal brano straziante che racconta la morte di Bessy a Meudon (in Da un castello all’altro), malata terminale di cancro, con la sua agonia senza affettazione, sdraiata per terra, il muso rivolto a nord, verso le brughiere danesi dove Céline l’aveva raccolta libera e felice anni prima.  celine-bebert-bessy-danemark

E ancora Jorge Luis Borges, che riusciva a”vedere” stirarsi il suo enorme gatto d’angora Beppo, morto di vecchiaia nell’aprile 1985, pochi mesi prima che lo facesse anche il suo padrone a Ginevra. Il nome di Beppo fu preso in prestito da un personaggio di Byron, il protagonista di A Venetian story, un marito saggio e cornuto che si riconcilia con la moglie adultera dopo aver sorbito una buona tazza di tè. Viziato e coccolato tanto che solo a lui era consentito salire sul gatto2letto della scomparsa madre Leonor, Beppo ispirò i versi di una poesia di Borges in cui si allude ai loro tratti comuni, come il celibato e l’identità fantasmatica.

Infine Julio Cortázar, che adoperava la parola “gatto” come sinonimo di “libertà”. L’argentino amava i felini (ma non i cani) perché non si annoiano mai e sono i veri esploratori del noto, vivendo all’insegna del jamais vu, che è il contrario del déjà vu, l’atteggiamento di chi sente la routine quotidiana come un’avventura appassionante e piena di sorprese. Li scelse sempre trovatelli, come Adorno, il gatto grigio immortalato nella celebre foto scattata nel casale provenzale di Saignon che acquistò con la moglie Aurora Bernardez, mentre gratta per entrare dalla portafinestra.

gatto1E la morbida Flanelle (“se llama así por su pelaje y no por su líbido“), che viveva in rue Martel 5 a Parigi, l’ultima dimora di Cortazar. Flanelle che usciva di rado in cortile, pur potendolo fare, e che preferiva guardare la pioggia dal vetro della finestra, o accoccolarsi sul petto del suo padrone, oppure sdraiarsi di spalle attaccata al termosifone bollente per tutta la sera. Julio la vide morire pochi giorni prima di Carol Dunlop, la fidanzata canadese, i due grandi amori dei suoi ultimi anni, e la seppellì nel giardino della casa parigina di un suo caro amico, il pittore Luis Tomasello.c

Manca solo Piero della Francesca, che ho tenuto fuori dall’elenco per l’assenza di notizie al riguardo, anche se di lui si sa ben poco in generale, dati i secoli trascorsi e la fama relativamente recente. Eppure sarei pronto a scommettere che ce l’avesse anche lui un animale da compagnia, che lo attendeva paziente a Borgo San Sepolcro, secondo me un cane, magari di una razza araldica e impassibile come i suoi personaggi, magari regalatogli da uno dei suoi ricchi committenti, come gli alani simmetrici che sorvegliano l’affresco riminese di Sigismondo Malatesta.gatto6

sedimenti

febbraio 20, 2017

fitzroy_road_london_-_sylvia_plath_-_w-b-_yeats

Questo è il 23 di Fitzroy road a Londra. Qui Sylvia Plath si uccise l’11 febbraio 1963. Qualche anno prima, in quella stessa abitazione, aveva vissuto William Butler Yeats. Mi incuriosiscono questi cortocircuiti, queste vite eccezionali che si sedimentano fra le stesse mura, come palazzo Bellavite a Venezia, dove vissero il licenzioso Giorgio Baffo e poi il cattolicissimo Alessandro Manzoni; o la casa parigina di rue Lepic dove Céline scrisse il Viaggio al termine della notte nel 1929, e dove mezzo secolo dopo si uccise Dalida, o come quella di Trieste che appartenne sia a Saba che a Joyce (ma in ordine inverso), o quella romana di piazza delle Coppelle 48, che fu di Giorgio Manganelli e poi di Giorgio Agamben.

far parlare i libri

gennaio 15, 2017

voyage

Quanti anni sono passati? Diciotto, diciassette? Molti di sicuro, eppure nonostante le tante trasmissioni di libri che si sono succedute alla RAI, quelle di Baricco sono rimaste insuperabili, forse anche in termini di ascolto, oltre che di qualità. In confronto, i programmi di Augias tipo Babele sono vecchi e polverosi come un materasso abbandonato per strada. Quello che aveva di bello e vivo Totem era che non parlava di libri, come succede in tutti gli altri, ma faceva parlare i libri. Potrà sembrare una formuletta vuota, un’inversione furba ma insensata “far parlare i libri” anziché “parlare di libri”, e invece è esattamente quello che gli riuscì e che ora sembra impossibile ripetere. Come esempio basta rivedere questo pezzo del programma, quando lui, Gabriele Vacis e Stefania Rocca declamarono (non lessero) un brano famoso del Viaggio al termine della notte, quello americano su Molly, con le tre voci che si inseguono e rettificano a vicenda pescando da traduzioni diverse.

vendette

dicembre 9, 2016

cicerone

La gente si vendica quando le fai i favori, diceva Céline. Lo sperimentò sulla propria pelle Cicerone. Il grande avvocato difese in tribunale Popilio dall’accusa di parricidio e riuscì con la sua fine oratoria a farlo assolvere. Anni dopo, finito nelle liste di proscrizione di Ottaviano Augusto, Cicerone incontrerà come sicario proprio quello stesso Popilio, che così passò dall’uccisione (impunita) del padre a quella (ancora impunita) del patrono e patrocinante.

sentenze oracolari

ottobre 22, 2016

solitudine

Céline, nei Colloqui col Prof. Y, protestava con veemenza: “Non ho idee, io; nessuna! Non trovo nulla di più volgare, comune e disgustoso delle idee!” Oggi che sono tornate in auge, e che di molti scrittori si loda soprattutto “la prodigiosa intelligenza”, conviene ribadire quel saggio monito. Il fascino della letteratura non appartiene all’ordine delle idee, ma scaturisce dall’insinuazione ereticale che, in verità, non ci sia niente da dire. Per Blanchot proprio questo era l’ideale della letteratura: “non dire nulla, parlare per non dire nulla, e fare del nulla il tutto”, come nel finale del racconto sul pogrom in Dolori precoci di Danilo Kiš. Non c’è storia, non c’è sviluppo, non c’è direzione, piuttosto un turbinio furioso di suoni, odori e gesti che si accavallano senza sosta. Lì, fra il parossismo cinetico della folla che depreda un grande magazzino e lo sguardo incredulo del piccolo narratore che assiste alla razzia, salta ogni logica del pieno e del vuoto, del significante e del significato, perché sostanzialmente estranea alla letteratura, che costituisce la revoca di qualunque significato nella sfida delle apparenze insignificanti, la destituzione di qualunque pieno nella vertigine del puro vuoto. Ciò che resta è solo la registrazione dell’indifferente laconismo delle cose, come la scatola di conserva che, reliquia del saccheggio, il bambino si ritrova in mano senza volere alla fine di tutto. Scritta a grandi lettere rosse, vi si legge una sinistra sentenza oracolare: “spaghetti alla bolognese“.

sorpassi

luglio 31, 2016

luc

Il 20 luglio scorso Lucie Almansor, la vedova di Céline, ha compiuto 104 anni. Abita ancora nella villa di Meudon dove lui scrisse Rigodon e morì nel 1961, cioè più di mezzo secolo fa. Nella sua lunga vita ha superato due guerre mondiali e la nouvelle cousine, il crollo delle torri gemelle e facebook, Charles Aznavour e Gordon Ramsay, ma prima di seppellirla dovranno cambiare la scritta sulla pietra tombale del cimitero di Longs-Réages, perché ha superato anche il secolo.

tartufi e patate

gennaio 8, 2013

houelIeri sera Chiara mi ha chiesto un libro. Aveva finito Limonov e voleva cominciare un nuovo romanzo. Non avendo nulla di nuovo da darle se non saggi, che lei non ama, l’ho indirizzata su Houellebecq, che sapevo piacerle, e la scelta è caduta su L’Estensione del dominio della lotta, l’unica sua opera che le mancava. Io l’avevo letto diversi anni fa, dopo Le Particelle elementari, pur essendo uscito prima in Francia. Lo recensii pure da qualche parte, ma i miei ricordi erano abbastanza opachi. Giusto la trama essenziale e lo stile. Stamattina me lo ha rinverdito. Le stava piacendo e me ne ha letto qualche brano. Mentre ascoltavo alcuni passaggi ripensavo alle discussioni letterarie che avevo seguito in questi anni. Come un articolo di Francesco Pacifico uscito di recente su Orwell a proposito di letteratura di qualità e di intrattenimento, che innescò un piccolo dibattito in rete e sui giornali. O tipo un hashtag di twitter, #paroleorrende, lanciato dal mio editor. Nel primo caso Pacifico individuava il discrimine fra le due categorie nello stile: sciatto quello della narrativa commerciale; ricercato invece quello della vera letteratura. Più o meno lo stesso discorso vale per il giochino di twitter, che resta un esercizio senza valenze prescrittive, ma che è sintomatico di un’attenzione al linguaggio molto diffusa fra gli addetti ai lavori, il cui compito è essenzialmente quello di selezionare la gran messe di inediti che aspirano alla pubblicazione. Questo giochino poi ha figliato, tanto che su facebook è apparsa la variante sulle espressioni automatiche, quelle in cui si associa in modo meccanico un sostantivo e un aggettivo.

A me questo atteggiamento non convince. Lo trovo scontato, ben più di quanto lo siano le parole o le espressioni condannabili per questo motivo. E la dimostrazione è proprio Houellebecq, la sua scrittura, estremamente piatta e semplice. Non sto dicendo che quello sia lo stile migliore. Non sarei neppure credibile. Il mio romanzo è stato criticato da alcuni proprio per il suo linguaggio forbito, per l’eccesso di parole ricercate che sono parse uno sfoggio di cultura. Sto dicendo che lo stile è la nostra voce, l’impronta di ciò che si è su ciò che si fa, e che ciascuno ha il suo modo di esprimersi, il suo linguaggio. A volte ricco ed esuberante, come quello di Gadda, a volte secco e violento, come l’argot di Céline, a volte paranoico e ossessivo, come le ripetizioni di Bernhard e l’anacoluto di Nori, e altre volte prosaico e dimesso, come quello di Carver o di Houellebecq. Chi si appella a Queneau non capisce che un conto è padroneggiare diversi registri espressivi, un altro usarli a vanvera o per épater il lettore. La mia impressione è che un malinteso Gadda ha indirizzato la nostra narrativa verso delle sterili secche linguistiche, che solo agli occhi di uno sprovveduto sono sinonimo di raffinatezza.

Avevo già fatto il paragone col gioco di società Taboo, ora provo a esplicitarlo. In questo gioco si pesca una carta con scritta una parola e, senza mostrarla al proprio compagno di squadra, bisogna suggerirgliela evitando di dire i cinque sinonimi più comuni. Ecco, la nuova narrativa italiana, quella insegnata nelle scuole di scrittura creativa, incentivata da parecchi editor, premiata e recensita sui giornali, e che però già a Chiasso svapora all’istante, spesso esibisce lo stile Taboo, non solo con scelte lessicali eccentriche, ma anche con un eccesso di metafore ingegnose. Ricordo il brillante l’esordio di Viola Di Grado, salutato a ragione dalla critica con toni entusiasti (Giovanni Pacchiano sul Domenicale del Sole 24 Ore disse “Se c’è giustizia a questo mondo farà piazza pulita dei premi“, e difatti vinse il Campiello Opera Prima), che rimarcavano però tutti la pirotecnia verbale, l’ampio spettro lessicale, lo stile sorprendente, più che la struttura del racconto o la caratterizzazione dei personaggi (come Camelia, sua madre, Wen), appoggiandosi a metafore tipo “le chiome degli alberi che sembravano appena uscite dal parrucchiere”, o “a Leeds tutto ciò che non è inverno è una band di apertura che si sgola due minuti e poi muore”.

Sono convinto che ci sia un nesso fra questo tipo di scrittura e il suo provincialismo, oltre al sostanziale disinteresse che suscita nel lettore medio italiano. Rifugiarsi nel comodo alibi del pubblico pigro e della qualità che non vende non fa che protrarre l’errore. L’esordio di Houellebecq ebbe una tiratura altissima, fu tradotto in tutto il mondo, e oggi gran parte della critica considera il suo autore un classico contemporaneo e gli ha assegnato i riconoscimenti più prestigiosi come il Goncourt. Tuttavia nelle sue pagine quasi non trova cittadinanza l’imperativo “show don’t tell“. Sono infarcite di ciò che da noi è considerato blasfemo: una voice off molto presente, frequenti annotazioni saggistiche, pochi dialoghi, una lingua piana e quotidiana. Ma si esprime così perché le sue storie lo esigono, i suoi libri sono redatti come un referto autoptico, quello di un’autopsia morale, l’autopsia del desiderio. Un critico di peso – di quelli con cattedra all’università, che leggono solo conterranei, curano collane editoriali, presidiano giurie di premi e terze pagine – col quale mi sono scontrato spesso discutendo di letteratura, quando facevo il nome di Houellebecq replicava seccato: “Houellebecq non è nessuno”. Sì, per chi non sa distinguere un tartufo da una patata (con tutto che io fra un risotto al tartufo e delle buone patate al forno preferisco le seconde).

Autografi

settembre 15, 2012

A me piace molto il quartiere latino di Parigi. Da qualche parte Emanuele Trevi ha scritto che Saint-Germain gli sembra falso, come il museo di se stesso, di quando era il crocevia delle discussioni intellettuali, con i due bar letterari e le cave esistenzialiste in cui si ascoltava il jazz. Io invece lo sento ancora autentico, forse perché non vado in cerca di quelle cose, non mi siedo al Deux Magots o al Flore sperando di rivivere gli anni di Sartre e compagnia. Certo abitarci è proibitivo, le case costano un’occhio e i turisti l’assediano in continuazione, ma in qualche angolo sopravvive ancora uno slargo di quiete, come in quelle belle piazzette confidenziali tipo Place Furstenberg.  Mi piace il quartiere latino perché è elegante e ci sento ancora una tradizione colta, di buon gusto, in chi lo frequenta, tant’è che è pieno di librerie aperte fino a tardi. Poi mi piace sbirciare i negozi di tessuti d’arredamento, la mia vita precedente, e ogni tanto entro in una libreria antiquaria dove vendono autografi d’artisti. Di un paio ricevo per posta pure i cataloghi. Lì dentro mi sento in un’oasi di pace e di cultura, come se la corsa del tempo si sospendesse. Mi faccio mostrare qualche lettera di Céline, una cartolina di Kafka o di Benjamin, e sono felice. Non me le posso permettere ma faccio come se fossi in un museo, per cui mi godo la solitudine e non mi rammarico di non poter comprare. E comunque prima o poi qualcosa prenderò, in fondo non sono carissimi. E la cosa più bella, per me, è che non ubbidiscono completamente alle ferree leggi del mercato, quelle di domanda e offerta. Il vero discrimine resta l’arte. Per esempio di Cioran o Benjamin esistono pochi autografi in commercio, perlomeno rispetto a Céline, che era un vero grafomane, eppure gli autografi di quest’ultimo valgono molto di più. Questo non perché Cioran e Benjamin fossero scrittori meno importanti di Céline, ma perché nelle loro lettere adoperavano uno stile più burocratico. Scrivevano “Gentile signore”, “cordiali saluti”, “la presente per dirvi” ecc; mentre Céline scriveva lettere e cartoline come i suoi libri, in argot, coi tre puntini di sospensione, il tono esclamativo e un po’ delirante, le similitudini sorprendenti. Sono, insomma, delle piccole opere d’arte, mentre le lettere di Cioran e Benjamin hanno un mero valore documentario. E poi quelle farmacie dello spirito le amo perché sono in via di estinzione. Fra poco spariranno, come i loro vecchi e dotti titolari. Con gli sms, le mail e Word non resterà più traccia fisica di un testo: niente correzioni, sbavature e grafia tipiche di una persona. Perfino le dediche sui libri sono a rischio, se s’imporrà l’uso dei tablet per leggere; e allora io voglio godermi almeno il tramonto di questo bel mondo.