Posts Tagged ‘Claudio Magris’

Rileggendo Danubio

Mag 25, 2017

magr

La scena è la seguente. Siamo nell’estate del 1983, a Kierling, un piccolo paese vicino a Vienna. Claudio e alcuni suoi amici stanno facendo un viaggio in macchina seguendo il corso del Danubio.

Claudio è l’io narrante di tutta la storia, ha quarantasei anni e insegna letteratura tedesca all’università di Trieste. Era da un po’ che progettava questo viaggio, ma ha dovuto attendere che i figli diventassero grandi per concedersi questo lusso. Dei suoi amici invece non sappiamo granché.

Uno si chiama Gigi, ed è un saggista e un gastronomo. Poi c’è Amedeo, uno scienziato, più precisamente un sedimentologo, che sta stendendo una relazione sulle sorgenti del grande fiume mitteleuropeo, per cui nel suo caso quel viaggio riveste anche un interesse professionale. Ha la corporatura massiccia ma la sua penna non è priva di grazia, “si posa lieve e precisa sui particolari come una farfalla sui fiori”. (more…)

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alter ego

gennaio 21, 2017

magris

Per un paio di mesi, nel 2015, ho lavorato in un ufficio i cui bagni avevano un porta carta igienica della marca Magris. L’oggetto mi divertiva e lo fotografai perché il tema degli omonimi delle celebrities mi ha sempre attratto, soprattutto come declinazione del tema dell’identità, non a caso il mio primo romanzo si intitolava Il nome giusto. C’era qualcosa di inquietante e ambivalente, nel rapporto con quell’altro te stesso più famoso, che pensavo meritasse di essere approfondito. Ricordo un’intervista all’omonimo di un noto arbitro di calcio, forse un Pierluigi Collina, che si lamentava delle telefonate di insulti che riceveva spesso la domenica sera, al punto da essere costretto a far oscurare il proprio numero dall’elenco telefonico; e poi alcune dichiarazioni di un Francesco Totti fruttivendolo, che in qualche caso si avvantaggiò dell’omonimia, come quando arrivò in ritardo all’aeroporto, ma avendo telefonato per chiedere se il volo fosse in orario, dichiarando le proprie generalità, lo attesero a lungo sulla pista scambiandolo per il capitano della Roma. Io stesso provai a pubblicare sul mio profilo facebook delle foto di un mio giovane omonimo che giocava nella squadra di calcio del Catania, con la didascalia “Sergio Garufi assieme alla fidanzata“, provocando stizzite reazioni da parte della mia compagna verso quella coppia di impostori; e un giorno, in vacanza con amici nel ponente ligure, telefonai per prenotare in un ristorante rinomato sempre pieno, e grazie al mio nome si liberò magicamente un tavolo perché mi avevano scambiato per un altro Garufi, il potente broker assicurativo genovese che ricopriva la carica di vicepresidente della Sampdoria. Ecco, forse quello che più mi affascina nei casi di omonimia con vip è il sentimento di sottrazione, come se quella semplice presenza parallela ci defraudasse un po’, togliendoci uno spicchio di ribalta che ci spettava. Più tardi mi accorsi dell’esistenza di una sottocategoria degli omonimi dei vip ancora più interessante, soprattutto per le interrogazioni che suscitava sulla natura di quella relazione. Parlo delle omonimie fra uno sconosciuto e un vip che ha assunto un nome e cognome d’arte, come ad esempio Fabio Volo. Oggi so che c’è un Fabio Volo sessantenne che abita a Londra e lavora in borsa, ma probabilmente ne esiste qualcuno anche in Italia. Come vivranno costoro la presenza di un altro Fabio Volo, ricco, invidiato, su cui sono puntati tutti i riflettori, e che per giunta non si chiama davvero Fabio Volo come loro, bensì Fabio Bonetti? Gli sembrerà un’ingiustizia terribile, lo sentiranno come un alter ego fraudolento, una specie di ladro di identità? A volte penso che solo per caso non è ancora apparso un Mark Chapman dei vip omonimi. Così scrissi il paper format di un programma sugli omonimi che prevedeva delle interviste condotte da personaggi tipo Pif, una trasmissione con la camera a mano sul genere della selfie television de Il testimone, in cui venivano messi a confronto due nomi identici con due stili e due tenori di vita profondamente diversi, e la registrai alla SIAE proponendola a qualche addetto ai lavori, ma alla fine rimase lettera morta, come tanti altri progetti miei.

Una vera scrittrice

novembre 24, 2012

di Luigi Mascheroni

Rassicurando i lettori italiani, con un tweet che vale più di qualsiasi stroncatura, qualcuno ha ironizzato: «Philip Roth ha smesso di scrivere? Niente paura, la Littizzetto continua».

Senza ironia, invece, ma scivolando nel grottesco, su La Stampa di qualche giorno fa Gabriele Ferraris ha recensito il nuovo libro di Luciana Littizzetto Madama Sbatterflay (Mondadori) parlandone come di un «evento editoriale», «perché stiamo parlando di una vera scrittrice», una scrittrice con «quel suo inconfondibile stile, quella sua voglia di raccontare vizi e vezzi della contemporaneità con disincanto e, insieme, passione». «Una scrittrice vera». «Con buona pace dei critici spocchiosi».

Con buona pace dei critici di bocca buona, Luciana Littizzetto non è una scrittrice. È una comica di successo che scrive sketch raccolti in un libro. Che è un’altra cosa. Brevi monologhi pensati per il palcoscenico televisivo e finiti in pagina, che in alcuni casi fanno ridere, in altri no. Madama Sbatterflay, ad esempio, a parte il capitolo-sketch «Appello agli uomini», non a caso anticipato dalla Stampa, non fa ridere. Capita. Capita anche, però, e sempre più spesso purtroppo, che si tenti di far passare una brava cabarettista-attrice per scrittrice tout court, soltanto perché pubblica un libro, o collabora con un quotidiano. Soltanto per caso lo stesso che lo recensisce, gridando al capolavoro. Facendo tre danni in un colpo solo: a chi scrive il pezzo e al giornale che lo pubblica, che si coprono di ridicolo; al recensito, che di sicuro ha un senso delle proporzioni e dell'(auto)ironia superiore al recensore; e al lettore, che crede di avere di fronte Achille Campanile, o Carletto Manzoni, o anche solo il Paolo Villaggio di Fantozzi, e invece si ritrova in mano un libro della Littizzetto. Che peraltro s’intitola Madama Sbatterflay, dove la «madama» è proprio quella cosa lì, la fissazione, più che degli uomini, di tante donne, che la mettono in mostra ogni volta che possono, al cinema, sui calendari, in televisione, su Internet e nei libri, come questo, dove si parla solo di “quella”, declinandola in tutti i sinonimi, le allusioni e le situazioni possibili, come da titoli dei capitoli: «La jolanda con la permanente», «La farfallina», «Imene perenne», «Le smutandate». Oppure, con un ribaltamento di Walterschauung, passando da “quella” a “quello”: «Il bell’addormentato nei boxer», «Il pacco in bagno», «Il bandolero stanco», «Preservativi griffati per walter di classe». Dove il “walter” è esattamente quel coso lì, per il quale le donne hanno una vera fissazione.

Fissata per gli organi genitali, maschili e femminili, per tutte le sfumature possibili dei rapporti sessuali, per «Supposte miracolose», «Auto a pipì», «Cremine anticoncezionali», «Chi arriva prima» all’orgasmo, «Le tette di Kate», «Lo scaldawalter», «Il piscivelox» (sono i titoli dei rimanenti capitoli), la Littizzetto usa ed abusa, e stufa, del genere porn-mom. Che non ha mai tirato così tanto. Luciana Littizzetto non è una mamma, neppure porno, eppure ci gioca pensate col gioco più vecchio del mondo. Senza neppure una particolare originalità. Ma con un supporto mediatico, alimentato dal potentissimo salotto editoriale di Fabio Fazio, che la lancerà nella top ten delle classifiche di vendita prima della fine della settimana. E tutto questo col pericolosissimo supporto di certi critici compiacenti cui sfugge il senso della misura, e lo sconfortante smarrimento dei lettori che rischiano di confondere, come già sta succedendo in politica, un comico per un genio.

Non basta scrivere un libro per essere scrittori. E non basta leggerlo per essere dei critici. La lettura, notoriamente, è qualcosa di più complesso. Soprattutto «la Lettura», l’inserto culturale della domenica del Corriere della Sera: un supplemento ricchissimo, molto curato e corposo, che parla di libri e letteratura, di media e nuovi linguaggi, che guarda all’arte, alla storia, alla filosofia, al design con firme prestigiose, italiane e internazionali. Domenica scorsa ha festeggiato il suo primo compleanno sul palco della leggendaria sala Buzzati, a Milano. E chi era l’ospite d’onore della festa del più importante inserto culturale del più prestigioso quotidiano italiano, seduta accanto al direttore Ferruccio de Bortoli? Luciana Littizzetto. Non una grande firma della «Lettura»: Claudio Magris, o Francesco Piccolo, o Alessandro Piperno, o Erri De Luca… No. Luciana Littizzetto. Avvalorando l’idea – scorretta e pericolosa, e di certo neppure condivisa dalla diretta interessata – che si tratti di una grande scrittrice. E può essere una giustificazione il fatto che i libri della Littizzetto vendano molto? Difficile. Altrimenti E.L. James, l’autrice di Cinquanta sfumature di grigio, dovrebbe dirigere il supplemento letterario di The Times. Cosa che non è. In Inghilterra. Ma in Italia, chi può dirlo?

Quanto conta la critica

dicembre 17, 2011

Sto bel fieou si chiama Domenico Pinto. Non ho mai capito se traduce soltanto, dirige una collana o è il proprietario della piccola casa editrice Lavieri, che sta in Puglia. Io lo conobbi per il blog  Nazione Indiana, lui ci entrò quando io ne uscii ma ci incrociammo prima per mail e poi di persona alla festa nel castello di Fosdinovo. L’editore Lavieri pubblica testi per palati finissimi, tipo quelli di Arno Schmidt, e lui fu così gentile da spedirmene qualche volume (Specchi neri, Brand’s Haide e Dalla vita di un fauno di Schmidt, Turritani di Cossu, Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti). Ogni tanto lo leggo su Alias, ma di rado. E’ bravo e stimato da tutti. Qualche volta ci siam sentiti per telefono, discutendo su un autore o una polemica letteraria, spesso pensandola diversamente. Alcuni mesi fa ero a Foligno, in una bella libreria che prima fu un cinema, e del cinema conserva ancora una fila di poltroncine rosse disseminate fra i libri. Lì ho comprato Alfabeti di Magris, che mi mancava. E’ una raccolta di articoli che scrisse per il Corriere. La sera mi metto a leggerlo e trovo Domenico Pinto. Lo citava in un articolo dell’ottobre 2006, che parlava di Dalla vita di un fauno. Era una paginata intera. Diceva in sintesi che è un libro bellissimo, che aveva venduto solo 10 copie e meritava molto di più. Poi faceva i complimenti a Pinto per la traduzione. Allora ho mandato un sms a Domenico, congratulandomi con lui. Gli ho scritto “deve essere stata una bella soddisfazione leggere questa recensione di Magris!”. E lui mi ha risposto subito: “Sì, una bella soddisfazione, peccato che spostò pochissimo i dati di vendita, alla fine furono vendute 90 copie, cioè 80 in più di prima della recensione”. Ecco, se si voleva misurare quanto sia screditata la critica letteraria italiana, quanto i lettori non si fidino più delle recensioni ufficiali, questo è un dato preciso. Certo, c’è l’attenuante che Arno Schmidt è roba per lettori non forti ma erculei, e che probabilmente quasi nessuno fra i lettori di Magris corsi in libreria per acquistarlo avrà trovato subito il libro. E ordinarlo non è la stessa cosa, magari ti passa la voglia, ci rinunci. Però resta che un lungo ed elogiativo pezzo di Magris sul Corriere della Sera – ossia l’ articolo di un critico notissimo e stimatissimo uscito sul quotidiano più venduto in Italia – alla fin fine fa vendere al massimo 80 copie.

Tecchi

novembre 3, 2011

Bonaventura Tecchi, chi era costui? Mi sono imbattuto nel suo nome diverse volte, eppure non ho mai letto niente di suo. So che era un saggista, direttore di Solaria, che pubblicò Gadda semisconosciuto e recensì sul Corriere l’esordio di Claudio Magris nell’anno in cui nacqui. Il triestino ricorda spesso questo episodio, dice che a lui deve molto della propria carriera, che senza quella lettura complice, e la conseguente segnalazione sul giornale, sarebbe stato tutto diverso. Il mio Tecchi era Magris. Se penso a qualcuno che avrebbe potuto leggere il mio libro con uno spirito simile e apprezzarlo, penso a lui. Il nome giusto nasce da Danubio, è l’espressione diretta di quella visione del mondo. E oltretutto Magris scrive sullo stesso giornale su cui scriveva Tecchi. Ogni esordiente sogna il suo Tecchi.

Le categorie dell’eros

novembre 28, 2009

Sarà l’età, ma ultimamente mi capita spesso di ascoltare da parte dei miei amici discorsi che puzzano di bilancio. Paolo mi raccontava che la scorsa estate, nelle ore oziose trascorse sotto l’ombrellone, si era messo a contare il numero di donne con cui era stato nella sua vita, e la cifra a cui era giunto era 37. Il primo commento che mi veniva da fare e non ho fatto era quello del principe Salina nel Gattopardo a proposito delle case: solo quelle di cui non si conosce l’esatto numero delle stanze sono degne di essere vissute; dal che s’intuisce che ci toccano tempi grami e ragionieristici, brevi locazioni di angusti bilocali già arredati. Dal canto mio mi sono sempre rifiutato di fare simili bilanci. Più interessante sarebbe una catalogazione delle tipologie di amori, se cioè è stata preponderante la categoria dell’appetitio, intesa come l’attrazione meramente sessuale, quella della perditio, una sorta di vagheggiamento platonico e stilnovistico totalmente disincarnato, o se abbiamo avuto l’improbabile  fortuna di molte affectio, vale a dire l’amour fusionnel, l’unione di attrazione fisica e intesa intellettuale. Claudio Magris fornisce i prototipi di queste categorie ricorrendo alle figure femminili dell’Odissea, per cui Circe è l’appetitio, Calipso la perditio e Penelope l’affectio, da cui si ricava che forse quest’ultima non è una condizione così auspicabile come si credeva. E se invece fosse la bella e disinibita Nausicaa il destino di ognuno? Una quarta categoria puramente potenziale, un concentrato di desideri, speranze e promesse, l’idilliaco inizio di un rapporto che può diventare tutto o finire miseramente in niente?