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castelli in Spagna

marzo 19, 2017

tempesta east coast

Non lo sapevo. L’ho scoperto a cinquant’anni, leggendo un libro di Baudelaire. “Castelli in Spagna” è un modo di dire comune in francese, e pure antico, infatti risale al Roman de la rose. Un po’ l’equivalente del nostro “castelli in aria”.

Chissà perché proprio in Spagna, come se non potessero esistere dei castelli lì. Ad ogni modo l’espressione “castelli in Spagna” per i francesi allude ai progetti chimerici, e quando lo lessi mi suonò una campanella, come se all’improvviso qualcosa andasse a posto da solo, s’incastrasse alla perfezione con un altro pezzo spaiato che avevo accantonato tempo addietro.

Mi successe qualcosa di simile con l’espressione “quinto quarto”, il giorno in cui mio suocero disse che la cucina romana che amavo io era quella del quinto quarto, la carne più povera, quella che non voleva nessuno. E io gli feci ripetere la frase, poi chiesi delucidazioni, e dentro di me dissi ecco, che è il mio eureka timido, un eureka che non ha il coraggio di affacciarsi da solo e si fa accompagnare da un forse. Tutto tornava, il quinto quarto, gli scarti, il pezzo in più. Beh, con i castelli in Spagna ho avuto lo stesso sussulto. In questo caso per ragioni biografiche. Mia madre era spagnola, e io i miei fratelli da piccoli passavamo le villeggiature lì, che costava molto meno a causa della dittatura franchista. Tre mesi al mare e quasi un mese a Natale, sempre negli stessi posti vicino a Barcellona. Una villa con giardino vicino al mare di Castelldefels, e una mansarda in montagna a Castellterçol, a 700 mt di altitudine. Eccoli i miei castelli, le mie chimere.

Dopo Il superlativo di amare mi è passata la voglia di narrativa. Progetto libri tassonomici, piccoli cataloghi dell’esistente che sono fatti di tante storie minime, le tessere del mio inscape, il mio paesaggio interiore.

L’oblioteca, un obituario laico, un’arca che raccoglie persone e cose dimenticate (come questa), perché l’oblio non ha solo la forma della memoria perduta, ma anche quella della memoria riscattata, metabolizzata, qualcosa che testimonia l’insostituibile presenza di chi ci ha lasciato.

Il quinto quarto, una riflessione sul modello de Il punto cieco di Javier Cercas, che racconta storie di scarti nel duplice senso di rifiuti e di deviazioni dalla norma, come quella drammatica di Mohammed Sceab, il giovane egiziano che tentò la fortuna a Parigi con Ungaretti.

Un almanacco dei momenti perduti, come questo del tapiro quando terminò di scrivere l’Hilarotragoedia.

manga

E infine una mappa delle stelle, le case dei miei lari e penati, il mio atlante letterario e artistico. Sulle tracce della poesia degli indirizzi, che fu già di Peter Altenberg e del Finnegans wake (a pag.420), ritorno al gabbiotto del camping di Castelldefels dove lavorò Bolaño come guardiano notturno, ripasso dalla camera d’albergo di Venezia dove conobbi Borges, dalle fondamenta degli Incurabili di Brodskij, dalla Parigi di CélineCortázar, Perec, Modigliani, alla Ginevra dell’esilio di Mercé Rodoreda e della morte di Musil, alla Vienna universitaria e operaia di Joseph Roth, fino all’indirizzo londinese condiviso da Sylvia Plath e William Butler Yeats, alla Milano bigia di Mia Cinotti e Antonia Pozzi, al rissoso vicolo romano di Caravaggio, al nobile palazzetto di Piero della Francesca a Borgo San Sepolcro, e ancora Manganelli a Prati, Walter Benjamin nella locanda di Portbou, Soma Morgenstern a New York, Vivian Maier a Chicago e tanti, tanti altri. Un’opera a metà strada fra le Tombe di Cees Nooteboom e le quadrerie di Giovanni Paolo Pannini, ma anche un’interrogazione del mondo sub specie viarum e una cerimonia di omaggi e commiati, in bilico fra il languore e l’intemperanza come la prece di un santo.

Ginevra o dell’irrilevanza

febbraio 28, 2017

cortazar-en-ginebra-1955

Ce l’ho avuta per mezzo secolo a un tiro di schioppo, mezz’ora di macchina da casa mia a Monza, e proprio per questo non ci andavo mai. Giusto per una mostra a Lugano su Bacon, o per un’altra su Giacometti a Basilea. La verità è che credevo di conoscerla già, non la consideravo neppure un paese straniero. Formaggio a buchi, coltellini multiuso, orologi, banche, ordine e pulizia, una noia assurda. D’altronde, da un paese che ha come eroe nazionale Guglielmo Tell, che cosa ci si può aspettare?

Anche Cortazar andava malvolentieri in Svizzera. Il suo megaepistolario di tremila pagine afferma in quarta di copertina che fu un uomo che non si annoiò mai, ma in verità mente. Perché in una lettera da Ginevra, dove si recò spesso per ragioni di lavoro con l’Unesco, disse che in quella città si annoiava a morte. L’unico vantaggio è che la trovava talmente pallosa e brutta che era perfetta per scrivere e concentrarsi. Nessuna distrazione, o tentazione estetica.

Una mattina del mese scorso sono entrato nel Residence St. James in rue Versonnex, a pochi passi dal lago res. All’incaricato della reception ho spiegato che ero un fan dello scrittore argentino Cortazar, che nel 1973 soggiornò per due mesi nell’appartamento n°32, e poi sono salito a bussare alla porta. Una donna sudamericana mi ha aperto non più di uno spiraglio, aveva sui trent’anni e indossava solo un asciugamano arrotolato sopra il seno. Le ho chiesto se potevo fotografare la stanza, perché ci aveva vissuto un romanziere famoso, e lei ovviamente si è rifiutata di farmi entrare prendendomi per pazzo, così mi sono limitato a fotografare la porta d’entrata col numerino.doo Lo skyline di Ginevra è un sottile crinale d’angoscia su un cielo bigio, qualcosa che tiene a distanza e che soggioga, come il presentimento della totale irrilevanza di ciò che siamo e di tutto ciò che portiamo con noi: i nostri ricordi, i nostri affetti, i nostri beni. Chi dice che vita e morte sono concetti non laicizzabili non conosce Ginevra. Non ha visto i ricchi pensionati sulle panchine del lungolago con l’espressione bovina, il viso reclinato e la bavetta che cola, quegli esseri fantasmatici e vuoti che non aspirano né si aspettano altro se non rimandare il più possibile la propria fine, e ai quali non importa un fico secco del futuro del mondo, per la semplice ragione che quel futuro non li riguarda più. Vegetano e si spengono nell’indifferenza generale come a ribadire la celebre frase di Voltaire (sì, lui, l’unità di misura dell’Illuminismo), che lodava Ginevra perché vi si poteva morire tranquillamente, ognuno a modo suo, senza obiezioni di sorta. Ma in realtà è perché a nessuno frega niente del prossimo, e non c’è fascino ricchezza o fama che tenga. Per alcuni è una manna, come Borges, che veniva da un paese latino dove le celebrità sono assediate dalla curiosità popolare, soprattutto se si sono convertite in simboli e icone; per altri invece, i più disperati, come Lucio Magri e Fabiano Antoniani, il discreto solipsismo svizzero era l’ultima spiaggia per poter affermare una volontà conculcata.

il minimo comune multiplo

febbraio 23, 2017

terzetto

Che cosa accomuna le mie passioni artistico-letterarie? Che c’entrano un pittore lombardo che si trasferisce a Roma alla fine del ‘500, uno scrittore francese antisemita e due argentini, un vate cieco e un cronopio emigrato a Parigi? Apparentemente nulla. Non le biografie, alcune maledette, altre banali e monotone come quella di un travet. Non il modo di esprimersi, che oscilla dal rap of consciousness a un aristocratico classicismo. E a ben vedere neppure la poetica, che va dal fantastico quotidiano a un naturalismo recitato, quasi teatrale. Insomma, nessun punto di contatto, quattro artisti diversissimi. A parte un piccolo dettaglio zoofilo, e cioè che tutti e quattro amavano gli animali e cercavano la loro compagnia.

Caravaggio aveva un cane nero che si chiamava Cornacchia dal quale non si separava mai. Così riferisce Giovanni Baglione, il biografo rivale, per poi aggiungere il dettaglio che il Merisi gli aveva insegnato “bellissimi giuochi”, altro segno inequivoco della loro assidua frequentazione. Possiamo pure azzardare qualche ipotesi sull’aspetto del suo cane, dato che Caravaggio ritraeva sempre dal vivo e usava modelli conosciuti. Questo perché un cane nei suoi dipinti compare una volta, e lo si vede nella sua opera meno nota, l’affresco alchemico del Casino Ludovisi commissionatogli dal cardinale Francesco Maria Del Monte. Lì con ogni probabilità Caravaggio ritrasse nel Cerbero a tre teste proprio il suo fido Cornacchia, un bastardino dal pelo nero sul dorso ma bianco intorno al naso, sul petto e la gola gatto5

A riprova di questa ipotesi un’analogia non casuale, e cioè che il cane a tre teste si riflette nel triplice autoritratto del pittore (Giove, Nettuno e Plutone), quasi a ribadire lo stretto legame.

Poi Céline, che dedicò il suo ultimo libro, Rigodon, agli animali, perché ne ebbe sempre tanti (gatti, cani, pappagalli…), a cominciare da Bebert, il gatto più famoso della letteratura francese. La sua fuga rocambolesca dalla Germania in fiamme nascosto nel panciotto dello scrittore è diventata leggendaria, tanto da diventare il protagonista della trilogia tedesca. E’ stata perfino scritta una biografia sul suo conto, onore riservato a pochi suoi simili, che ne ripercorre i vari passaggi e le peripezie, dall’attore Robert Le Vigan, che lo acquista ai grandi magazzini, fino alle scorribande su e giù per la butte di Montmartre. Ma anche i cani furono un grande amore di Céline, come testimoniato dal brano straziante che racconta la morte di Bessy a Meudon (in Da un castello all’altro), malata terminale di cancro, con la sua agonia senza affettazione, sdraiata per terra, il muso rivolto a nord, verso le brughiere danesi dove Céline l’aveva raccolta libera e felice anni prima.  celine-bebert-bessy-danemark

E ancora Jorge Luis Borges, che riusciva a”vedere” stirarsi il suo enorme gatto d’angora Beppo, morto di vecchiaia nell’aprile 1985, pochi mesi prima che lo facesse anche il suo padrone a Ginevra. Il nome di Beppo fu preso in prestito da un personaggio di Byron, il protagonista di A Venetian story, un marito saggio e cornuto che si riconcilia con la moglie adultera dopo aver sorbito una buona tazza di tè. Viziato e coccolato tanto che solo a lui era consentito salire sul gatto2letto della scomparsa madre Leonor, Beppo ispirò i versi di una poesia di Borges in cui si allude ai loro tratti comuni, come il celibato e l’identità fantasmatica.

Infine Julio Cortázar, che adoperava la parola “gatto” come sinonimo di “libertà”. L’argentino amava i felini (ma non i cani) perché non si annoiano mai e sono i veri esploratori del noto, vivendo all’insegna del jamais vu, che è il contrario del déjà vu, l’atteggiamento di chi sente la routine quotidiana come un’avventura appassionante e piena di sorprese. Li scelse sempre trovatelli, come Adorno, il gatto grigio immortalato nella celebre foto scattata nel casale provenzale di Saignon che acquistò con la moglie Aurora Bernardez, mentre gratta per entrare dalla portafinestra.

gatto1E la morbida Flanelle (“se llama así por su pelaje y no por su líbido“), che viveva in rue Martel 5 a Parigi, l’ultima dimora di Cortazar. Flanelle che usciva di rado in cortile, pur potendolo fare, e che preferiva guardare la pioggia dal vetro della finestra, o accoccolarsi sul petto del suo padrone, oppure sdraiarsi di spalle attaccata al termosifone bollente per tutta la sera. Julio la vide morire pochi giorni prima di Carol Dunlop, la fidanzata canadese, i due grandi amori dei suoi ultimi anni, e la seppellì nel giardino della casa parigina di un suo caro amico, il pittore Luis Tomasello.c

Manca solo Piero della Francesca, che ho tenuto fuori dall’elenco per l’assenza di notizie al riguardo, anche se di lui si sa ben poco in generale, dati i secoli trascorsi e la fama relativamente recente. Eppure sarei pronto a scommettere che ce l’avesse anche lui un animale da compagnia, che lo attendeva paziente a Borgo San Sepolcro, secondo me un cane, magari di una razza araldica e impassibile come i suoi personaggi, magari regalatogli da uno dei suoi ricchi committenti, come gli alani simmetrici che sorvegliano l’affresco riminese di Sigismondo Malatesta.gatto6

due cronopios: Cortázar e Jovanotti

settembre 7, 2014

jova2La critica idraulica, come la chiamava ironicamente Cortázar, è sempre alla ricerca delle “fonti”, dei libri che hanno influenzato il tuo libro, come se le idee non potessero sfociare che da lì. È un approccio intellettualistico che lui rifiutava, tipico di chi pone l’accento sul sapiens anziché sull’homo. E difatti, di fronte a un’opera complessa e adamitica come Rayuela, la dichiarazione d’indipendenza della letteratura ispanoamericana, molti critici restarono spiazzati, non trovando appigli per le loro dotte esegesi. In una lettera del 24 novembre 1964 a Nestor Lugones, un laureando che gli chiedeva le fonti di Los Reyes, Cortázar rispose così, fingendo di confondere le fonti con le fontanelle:

Le uniche che vedo con chiarezza sono quelle della Piazza del Congresso, dove io passavo spesso in quell’epoca a causa di una ragazza che viveva vicino alla Confetteria del Mulino”. E poi aggiunse: “Non creda che mi sto burlando di lei […] Gli investigatori del fatto letterario partono quasi sempre dall’errore di credere che non c’è effetto senza causa. Più che un errore è una semplificazione. Io non usai nessuna fonte (copio i termini della sua lettera); in ogni caso vai a sapere quali remote e multiple fonti usarono me. Un disegno di Cocteau, per esempio, con un giovane minotauro che guarda lontano. O qualcuno che fischiettava sotto la mia finestra, disegnando un labirinto nell’aria. Lei mi cita il nome di Asterione, ma io mi resi conto di questo nome molto dopo, grazie a un bel racconto di Borges. Per me il minotauro non aveva e non ha nome. Il personaggio di Axto, per terminare, è pessimo per una tesi, perché non ha alcuna origine.  Lei forse ammetterà che di quando in quando a uno scrittore capita d’inventare un personaggio traendolo dal puro nulla. È triste, ma è così. Probabilmente per questo Minosse mandò a tortura e a morte Axto; anche Minosse cercava fonti, aveva una forte vocazione da filologo. E concluse con un invito perentorio: “Entri da solo nel labirinto, i gomitoli non le servono a nulla”.

superlCortázar è molto presente nel mio nuovo romanzo, Il superlativo di amare. Gino, il protagonista, non è solo il traduttore del suo epistolario, ma è un suo grande ammiratore, uno stalker postumo che ne spia le abitazioni e i rapporti sentimentali; eppure l’argentino non rappresenta una vera fonte d’ispirazione. Anche nel mio caso, ha contato più una fontanella secca vicino a un monastero di Bevagna, dalla quale fantasticavo potesse sgorgare all’improvviso un’acqua miracolosa, che tutti i libri che ho letto. Cortázar volevo che fosse solo una presenza fantasmatica, una sorta di spirito guida, come Humphrey Bogart per Woody Allen in Provaci ancora Sam; niente di più. E da questo confronto, dal ripercorrere i passi dell’argentino a Parigi, il protagonista avrebbe dovuto infine trovare la propria strada, capire che casa sua stava altrove, che doveva seguire un’altra stella, ascoltare un’altra musica.

Sulle note di Come musica ho conquistato la mia donna, come ho detto l’altro giorno in un’intervista radiofonica. L’effimera eternità di ogni storia d’amore danza intorno a una sua colonna sonora, e siccome il rapporto fra Gino e Stella ha parecchi spunti autobiografici, se dovessi indicare un’altra fonte del mio libro segnalerei quel bellissimo pezzo di Jovanotti. Anche il rapporto fra Gino e Stella è costellato da “false partenze”, sospetti infondati e fraintendimenti. Anche lui sa che “è successo già, che altri già si amarono non è una novità”, però fin dall’inizio vede in lei qualcosa di speciale, qualcosa che non ha nessun’altra. E alla fine, dopo una drammatica separazione, cercherà di riprendersela, consapevole che nella vita contano più gli affetti dei concetti, perché “solo l’amore rimane, tutto il resto è un gioco”. Nel poco tempo che sono stati assieme Gino e Stella “si sono attraversati fino nel profondo”, ma resta ancora da scoprire “al centro del suo cuore che c’è”, ed è questa insondabilità dei sentimenti ciò che più ci attrae in una persona. Ma forse Cortázar c’entra anche qui, perché il suo spirito rinasce ogni giorno nelle forme più diverse. Vedendo il videoclip di questa canzone, ogni suo lettore riconoscerà immediatamente, nel balletto degli escavatori meccanici come docili elefanti davanti al domatore, l’estro e la follia stralunata di un autentico cronopio.

sopralluoghi

novembre 10, 2013

foto

ancora Cortázar

novembre 30, 2012

corti2Non riesco a mollare Cartas a los Jonquières. Mi rigira per le mani da un sacco di tempo e non mi decido a riporlo sullo scaffale della libreria come una lettura archiviata. Ogni tanto provo a tradirlo con altri libri ma la nostalgia ha il sopravvento e torno sui miei passi. Lo apro appena ho un momento libero: vado in bagno e ne sbircio una pagina; in tv è una noia e allora l’ascolto in sottofondo mentre sfoglio qualche brano sul divano; prima di addormentarmi cerco su Google Earth i suoi domicili, guardo le foto delle case che abitò, mi immagino come potevano essere sessant’anni fa.

A Parigi, che perlustrò metro a metro con le sue lunghe gambe, Cortázar visse in rue d’Alésia 91, nel XIV arr.; poi in rue Le Regrattier 28, vicino a Notre Dame; in rue Mazarin 54, la via dei numismatici nei pressi di Saint-Germain-des-Pres; in rue Broca 91, dalle parti di Montparnasse; in rue Pierre Leroux 24 bis, nei dintorni de Les Invalides; a place du Général Beuret 9, dove scrisse Rayuela e dove tuttora risiede la prima moglie Aurora Bernardez; in rue Martel 4, a Porte Saint-Denis. E ancora a Vienna nella pensione Suzanne, 4 Walfischgasse. Quindi nell’appartamento n°32 del Residence Saint James in rue Versonnex 3, a Ginevra. Poi a Firenze in via della Spada 5, vicino al Duomo; e a Roma in via di Propaganda Fide 22, interno 3.

Quella di Roma l’ho visitata di persona, è nei pressi di Piazza di Spagna. Oggi è un indirizzo proibitivo, roba per ricchi, nel ’52 lui e Aurora (Julio adopera sempre la formula cavalleresca: “Aurora y yo“) vi presero in affitto una camera per pochi soldi dalla famiglia Sanvitale. La sera porto a spasso il cane e fantastico di inserire in qualche modo il carteggio nel mio secondo romanzo, vorrei che l’amore che gli porto fosse presente anche lì, lasciasse una traccia sulle mie pagine, magari con un personaggio che lo sta traducendo oppure leggendo come me.

Appena uscito l’articolo su l’Unità mi sono reso conto di quante lacune c’erano, anche per lo spazio limitato a disposizione sul giornale, e allora vorrei  colmarle, spiegare perché è un libro eccezionale, ma di certo dimenticherò altre cose, e poi magari sono solo fisime mie, ho sempre avuto ossessioni monomaniacali, probabilmente Cortázar è una di queste e la fissa per questo epistolario presto passerà. Non saprei neppure spiegare bene che ha di speciale questo libro, se non che non è un vero e proprio libro. Molti testi – in genere i peggiori – si sente che avevano l’ambizione di diventare un libro, cioè che quando venivano scritti i loro autori li immaginavano già con la forma del libro e nelle mani di un pubblico che li avrebbe letti con attenzione. Un pubblico vasto e indistinto, fatto di uomini e donne, giovani e vecchi, gente attenta e gente distratta. Questo peccato originale non è così infrequente, ed è tale solo quando viene avvertito dal lettore. Somiglia al passo indietro del pittore, che interrompe il suo lavoro per rimirare con distacco la tela che sta dipingendo, e inclina il viso provando a guardarla come la guarderebbe un estraneo, appunto il visitatore di una mostra.

Invece gli epistolari, soprattutto quelli degli scrittori non ancora famosi, ne sono esenti. E’ il loro bello. Sono confessioni private rivolte a un singolo e ritraggono fedelmente chi li scrive. Il ritratto di Cortázar che ci restituisce questo carteggio è quello di una bella persona, oltre che di un grande scrittore. Un uomo che visse con ottimismo anche gli anni d’indigenza e anonimato. Lontano dalla patria e dagli affetti, e tuttavia fiducioso nel proprio talento e nel mondo, e pieno di premure con l’amico e pure con la moglie dell’amico, alla quale scrive delle lettere personali di minor interesse per il lettore perché tradiscono la poca complicità fra i due, ma ugualmente indicative della sua cura degli affetti, del suo desiderio di non escluderla dal dialogo.

Poi colpiscono certi episodi intimi di Julio e Aurora, raccontati con un pudore e una delicatezza struggenti. La felicità contagiosa di quando si trasferiscono in una doppia camera in subaffitto al posto delle solite stanze singole, l’abitudine di addormentarsi tenendosi per mano, i problemi con la suocera, che vorrebbe che la figlia tornasse a Buenos Aires e le tenesse compagnia, il racconto del Natale romano del ’53, e il regalo della sottoveste alla Rinascente di via del Corso, dove oggi è Zara.

M’immagino la commessa che lo servì, ignara del genio che ebbe di fronte seppur per pochi istanti; così come i tanti che lo incrociarono in quegli anni, quelli per esempio che gli diedero un passaggio in autostop durante i suoi viaggi in Italia (per raggiungere Firenze da Napoli ne chiese nove!). E la notte del febbraio ’55, in cui Julio sveglia Aurora per farle prendere un antibiotico e lei è contrariata, perché stava sognando “una estupenda novela policial” ed era sul punto di scoprire l’assassino. E infine l’esilarante (e politicamente scorretta) cronaca scatologica del viaggio in nave (22/10/54) verso Dakar con la C.G.T.M., la Compagnie Générale des Transports Maritimes, il cui acronimo lui ribattezza con Cómo Güele Tanta Mierda, perché accanto alla sua minuscola cabina c’è l’olezzante gabinetto di terza classe per donne.

En este gabinetto ocurre un fenómeno de desconcierto universal, topológico y geográfico, que sólo Rabelais podría describirte como se debe. Entérate tan sólo de que el barco (viejo, atroz, lentisimo) está colmado de inmigrantes napolitanos (horresco referens!), grupos de armenios, y bandas de gallegos. Para las mujeres y su incontables hijos, el gabineto de referencia ofrece la insinuación bastante explícita de un rotundo buraco en el medio, y dos sólidos apoyos de piedra donde poner los zapatos. Ahora bien, como el psicoanálisis tiene probado que el agujero, el orificio es uno de los principales temas obsesivos del homo sapiens, ocurre que tanto las tanas como las hijas de Mahoma parecen retroceder ante el que la sanidad les pone por delante, como si la presencia de ese agujero le pusiera en peligro el propio, o algo así. La cuestión es que la sintonía, la concordancia, la coincidencia lógica no se produce, y al cabo de poco rato, en este gabineto y en todos los demás (pues me los tengo inspeccionados a todos) te encuentras con que el agujero funcional rutila y resplandece, mientras alrededor, en los bordes, en el techo, en las paredes, contra la puerta y fuera de la puerta, se alzan con toda la gama de las coloraciones nacionales y dietéticas, las pirámides fumantes y probatorias de la triste condición humana. A este paisaje marcadamente orográfico se suma la hidrografía adicional que provocan los rolidos de esta mala bestia náutica. Todo el aserrín del mundo no bastaría para cubrir la capacidad vomitiva de los hijos de Cumas, Baia y el Vesuvio. Para mí que Pompeya acabó cubierta de vomitadas: presentaré la tesis en algún congreso […]“.

Sarà per la coincidenza delle iniziali, che in spagnolo sono le stesse, ma oggi per me lui rappresenta lo spartiacque della Letteratura, tanto che la dividerei cronologicamente in a.C e d.C.

(la foto fu scattata negli anni 70 nella casa provenzale di Saignon, e il gatto dovrebbe essere Theo, chiamato così in onore di Adorno)

Così vorrei saper scrivere

agosto 22, 2012

“Oggi, quasi vent’anni dopo, la coppia non è più la stessa. Anche se stiamo ancora insieme, Parigi gioca da tempo la sua partita di drugstore e grattacieli, svende l’ossigeno e la calma alle automobili. Io invecchio accanto a lei, dimentico luoghi privilegiati e itinerari rituali. Paradosso beffardo: quanto più apparteniamo a una città, tanto meno la viviamo. Di notte però, girovagando per il Marais solitario o fumando seduto su una panchina del canale Saint-Martin, ritorna l’immagine nuda e tremante del primo incontro, e so che ci amiamo ancora e corriamo ai nostri appuntamenti.”

(Julio Cortázar, “Parigi, ultimo primo incontro”, 22 agosto ’77, in Carte inaspettate, Einaudi)