Posts Tagged ‘David Foster Wallace’

il terrore delle fiamme

giugno 9, 2017

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Le edizioni Via del Vento sono una piccola casa editrice di Pistoia. C’era un tempo in cui mi mandavano spesso i loro libretti, volumi di piccolo formato e con poche pagine ma con un testo mai banale. Credo di averne ricevuti parecchi negli anni, e di conservarne almeno una ventina. Mi arrivavano in omaggio, con un foglietto all’interno che diceva semplicemente: “con preghiera di segnalazione”.

Mi piaceva il loro modo timido di invitarti a parlarne sui giornali. Allora scrivevo su un quotidiano, forse Liberazione, ma non gli proposi mai nulla perché quasi sicuramente me l’avrebbero rifiutato. Con le case editrici minuscole che non hanno una vera distribuzione nelle librerie spesso i giornali fanno così. I libri recensiti devono poter essere comprati subito, non ordinati, anche se oggi, con tanta gente che compra su Amazon, forse questo discorso non ha più molto senso.

Ad ogni modo, uno di questi libretti delle edizioni Via del Vento lo apprezzai particolarmente. Si intitolava Le onde, ed era un inedito di Céline, composto da un racconto scritto a bordo di una nave che lo riportava in Francia nel 1917, e da due lettere indirizzate all’amica di gioventù Simone Saintu, scritte quando l’autore viveva e lavorava in Africa in qualità di amministratore di una piantagione di cacao in Camerun.

In una di queste Céline racconta all’amica di un giochino fatto dagli indigeni che gli ha “fatto una profonda impressione”. In pratica dice che “si fa un cerchio con delle liane, del diametro di 50 centimetri, si poggia il cerchio a terra e si mette al centro del cerchio uno scorpione – si dà fuoco alle liane, lo scorpione si ritrova allora accerchiato, circoscritto dal fuoco, cerca immediatamente di uscire ma invano – gira e rigira, va e viene ma non può uscire allora s’immobilizza all’interno del cerchio, e pungendosi a lungo sul corsetto, si avvelena e muore quasi istantaneamente”.

Il suicidio di un animale fa sempre impressione, è quasi inconcepibile, si pensa che nulla possa vincere il suo attaccamento alla vita, il suo istinto di sopravvivenza. Eppure il mio pensiero leggendo questo brano va immediatamente ai jumpers delle torri gemelle di New York, quelli che la mattina dell’11 settembre preferirono gettarsi nel vuoto al morire bruciati; e in subordine va a una riflessione di David Foster Wallace, che si trova a pag. 927 di Infinite Jest (nell’edizione Fandango), in cui si fa un parallelo coi suicidi in generale. Parole, quelle dell’americano, che acquistano un peso e un senso diverso se lette oggi, alla luce del suo suicidio, che per la sorella fu causato da “un cancro dell’anima”, e che sono anche un invito a interrogarsi sul fuoco del talento e della creazione, con le fiamme che lo alimentano e quelle che lo minacciano:

“La persona che ha una c.d. depressione psicotica e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette per sfiducia o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme.”

il turismo dell’orrore letterario

ottobre 23, 2016

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Esiste un turismo dell’orrore che non suscita riprovazione e sarcasmo nei confronti di chi lo pratica. Al contrario, è visto come qualcosa di nobile, un segno di elezione spirituale, eppure si nutre della stessa attrazione morbosa per la cronaca nera. Riguarda la letteratura, in particolare gli scrittori suicidi, ecco perché viene inteso come una sorta di  pellegrinaggio laico. Per i suoi adepti, l’aura scomparsa dell’opera risorge più luminosa dalle ceneri delle biografie omaggiate nel luogo del loro tragico epilogo. C’è chi sosta in raccoglimento di fronte all’albergo torinese di Cesare Pavese, e chi nella stessa città indugia assorto sulle scale delle case di Primo Levi e di Franco Lucentini. Chi preferisce la meditazione sul prato intorno all’abbazia di Chiaravalle per Antonia Pozzi, chi fa tappa in via del Corallo a Roma per Amelia Rosselli e chi, come me, fotografa il cortile in cui finì riversa Mia Cinotti. C’è pure chi va all’estero a far trekking espiativo sui Pirenei, ripercorrendo la route Lister (nella foto), il sentiero lungo il quale s’incamminò Walter Benjamin nelle sue ultime ore per sfuggire ai nazisti; e chi attraversa l’oceano per visitare la Ketchum di Ernest Hemingway, o la californiana Clermont di David Foster Wallace. Insomma, ce n’è per tutti i gusti, l’importante è sfoderare al  momento giusto la moleskine d’ordinanza. Armati delle migliori intenzioni, certo, e tuttavia armati, non per niente il taccuino è “d’ordinanza” come uno strumento poliziesco, ed è “sfoderato” come uno strumento d’offesa. Operazione non innocente, dunque, ma vi è letteratura ove si dia innocenza?

la scatola nera

giugno 19, 2016

scatola nera

La scatola nera è quell’aggeggio che registra i dati di volo di un aereo e le voci in cabina di pilotaggio. Serve soprattutto quando c’è stato un disastro aereo, per appurare i veri motivi della tragedia. La cosa curiosa, che ho scoperto pochi anni fa, è che la scatola nera non è nera. Potrebbe essere una domanda trabocchetto, tipo quelle dei croceristi (“a che ora è il cocktail di mezzanotte?”) riportate da  David Foster Wallace nel suo reportage per Harpers (Una cosa divertente che non farò mai più), ma la sua storia in realtà è molto sensata. Si chiama scatola nera perché all’inizio la realizzarono così, e solo dopo i primi disastri aerei ne cambiarono il colore, rendendosi conto che fra le macerie era più facile rinvenirla con un colore più acceso, come appunto l’arancione. I bastian contrari di professione, tipo certi Foglianti, ne farebbero una bandiera: “Ecco, sempre detto che le apparenze ingannano, tutti dicono che il mondo è nero mentre è arancione!” Io penso invece che il ribaltamento sia più sottile. La scatola non è nera come viene chiamata, ma qualcosa di nero ce l’ha, ed è il suo interno, le notizie luttuose che porta, che sono poi l’unica ragione della sua esistenza, il solo motivo per cui a un certo punto se ne parla e la si cerca.

Chi manca

aprile 28, 2015

salin“Io, suppergiù, so soltanto che sento un po’ la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. Perfino del vecchio Stradlater e del vecchio Ackley, per esempio. Credo di sentire la mancanza perfino di quel maledetto Maurice. E’ buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.” Questo è il finale del Giovane Holden. Quindi il “Mi manca chiunque” di David Foster Wallace è il destino di chiunque scriva.

cuore e amore

dicembre 27, 2014

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Beghe letterarie: BEE vs. DFW

settembre 6, 2012

forse c’entra questa intervista

L’ultima casa di DFW a Claremont

agosto 24, 2012

e il suo patio (altre foto qui).

Gli oneri del successo

marzo 2, 2012

Come milioni di italiani, anch’io guardavo Che tempo che fa il 5 febbraio, quando Saviano fece il nome di Wislawa Szymborska. Ricordo che Fazio introdusse la cosa come particolarmente meritevole: per una volta un ospite non faceva pubblicità a un proprio prodotto (libro, film, disco ecc.), ma a quello di un altro. In verità il sacrificio era minimo. Chiunque conosca la tv sa che si promuove soprattutto sé stessi, non un prodotto specifico. La presenza di un artista in un programma così seguito fa sì che il suo rating generale si elevi in modo tale che tutte le sue azioni ne beneficino, non solo quelle di cui si discute; e questo vale sia che si stia rispondendo a un’intervista sull’ultimo libro o che si parli di quello di un altro.

 In ogni caso era una grande occasione. Saviano gode di un consenso vastissimo e quasi fideistico, il nome fatto da lui avrebbe sicuramente avuto un grande risalto nei giorni seguenti. E la scelta di una poetessa, cioè di promuovere un’artista che utilizza la forma di espressione più negletta in assoluto, era molto azzeccata. Purtroppo ha deciso di parlare di una poetessa celeberrima morta da pochi giorni; e si sa, i premi Nobel sono una manna da quando li ricevi a quando crepi, ma hanno due momenti in particolare in cui le vendite raggiungono il picco: appunto quando si ricevono e quando si muore.

Insomma, non vedevo tutto questo bisogno di promuoverla; oltretutto con dei versi (“Ascolta come mi batte forte il tuo cuore”) talmente noti e citati sui social network che ne stavano per fare una suoneria da cellulare. Ciononostante la mia delusione rimase solo mia, non la comunicai a nessuno, anche perché non conviene esprimere delle critiche a Saviano, nel migliore dei casi passi per invidioso.

Poi lessi Paolo Repetti, il responsabile di Einaudi stile libero, che commentava su facebook il successo delle poesie della Szymborska, giunte in vetta alle classifiche di vendita, come il risultato di un nuovo modo di trattare i lettori “con rispetto”, e mi rammentai la pubblicità della Pepsi citata da David Foster Wallace, quella ambientata in una spiaggia gremita di bulli e pupe in costume, dove a un certo punto arriva il ragazzo delle bibite col baracchino. Lo apre, tira fuori una Pepsi, la stappa provocando il classico rumore delle bollicine che affiorano e all’istante tutti i frequentatori della spiaggia si voltano e corrono verso di lui ad acquistare la stessa bibita. Nella ressa finale attorno al baracchino compare la scritta “Pepsi, the choice of the new generation“. Per me, quella di chi aveva comprato il libro di poesie della Szymborska dopo il consiglio di Saviano era una cosa simile: un riflesso pavloviano spacciato per scelta consapevole.

Quando è morto Lucio Dalla ho ripensato all’ultima volta in cui l’ho visto, sul palco di Sanremo, col cantante che sponsorizzava, Pierdavide Carone. Ecco, mi son detto, così si fa. Il successo è un dono che va ricambiato, e quando arrivi in cima è tuo dovere promuovere un giovane sconosciuto sul cui talento scommetti. A parlar bene dei mostri sacri son buoni tutti, non si rischia niente. Su twitter oggi ho visto questo blog http://notizie.bol.it/2012/03/02/5-libri-consigliati-da-roberto-saviano/, il cui titolare vantava di aver ricevuto direttamente da Saviano degli ottimi consigli di lettura. Erano tutti autori morti. In ordine di apparizione: Omero, Varlam Salamov, Albert Camus, Primo Levi, José Saramago.

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maggio 8, 2011

Prima e ultima volta al Macro. Non sapevo fosse il vecchio mattatoio. Oggi era pieno di gente colta con la birra in mano che discuteva di quadri, video e installazioni. C’era pure una ragazza nuda dipinta di bianco su un cavallo bianco. Poi ho visto i macchinari arrugginiti, i ganci dove appendevano le carcasse, i colatoi del sangue, tutti gli strumenti di morte. Il contrasto era terribile, come se avessero montato il Cirque du Soleil ad Auschwitz. Sembrava un paradosso arguto, invece era la verità: “l’apocalisse ha assunto le sembianze di un cocktail party” (DFW)

Houellebecq e DFW: azione parallela.

gennaio 12, 2010

Stando al parere dei più autorevoli critici letterari, David Foster Wallace e Michel Houellebecq rappresentano due fra i pochi narratori che sicuramente rimarranno negli anni a venire. Houellebecq lo incontrai in un paio di occasioni. La prima volta per la presentazione del suo romanzo Piattaforma in una libreria Feltrinelli di Milano, e l’ultima a Crema, per un reading di poesie all’interno del festival letterario Squilibri promosso dalla locale biblioteca civica. Mentre Foster Wallace a volte si presentava alle interviste con bandana in testa e t-shirt informale, quasi certificando in questo modo il suo passato di sportivo semi-professionista, Houellebecq è solito mostrare un aspetto più dimesso e sedentario, conforme all’immagine tradizionale del tipico intellettuale europeo tabagista e misantropo. (more…)