Posts Tagged ‘David Foster Wallace’

il destino in impermeabile

maggio 7, 2018

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“Quasi nessuna delle cose importanti ti accade perché l’hai progettata così. Il destino non ti avverte; il destino sbuca sempre da un vicolo e, avvolto nell’impermeabile, ti chiama con un psss che di solito non riesci neppure a sentire perché stai correndo da o verso qualcosa di importante che hai cercato di pianificare”.

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Un mio pezzo allegro sul Foglio

aprile 6, 2018

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Era proprio logorroico

novembre 20, 2017

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Una cartolina di David Foster Wallace a Don DeLillo (che oggi fa gli anni)

Il tuffo

settembre 11, 2017

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L’11 settembre 2001 più di duecento persone si lanciarono nel vuoto per sfuggire alle fiamme e al fumo che avvolgevano il World Trade Center. Alcuni adoperarono una tovaglia come fosse un paracadute, altri si buttarono in coppia, tenendosi per mano. Furono chiamati jumpers, saltatori, ed esistono innumerevoli video e fotografie che li ritraggono sospesi nel vuoto in quei tragici istanti.

La foto che più ha colpito l’immaginario collettivo ritrae una posa composta, armoniosa, da tuffatore. Il protagonista precipita perfettamente in asse con l’edificio, la testa perpendicolare al pavimento che lo attende, quasi indifferente al suo destino, le braccia distese lungo i fianchi, i vestiti aderenti al corpo e una gamba leggermente piegata. Del volo di quest’uomo esiste una sequenza di dodici fotografie, tutte scattate da Richard Drew alle 9.41 di quella mattina. Negli altri scatti i movimenti sono scomposti, disperati, com’è naturale che siano. La casacca si apre e mostra una maglietta arancione, le braccia si allargano, la posizione del corpo ruota fino a diventare orizzontale, l’espressione del viso è allucinata, consapevole della fine.

Le fotografie di Drew furono utilizzate per cercare di dare un’identità a quell’uomo. Due anni dopo l’attacco alle torri gemelle, Tom Junod della rivista Esquire scrisse un articolo dal titolo The falling man, in cui tentava di ricostruirne la storia. Attraverso ingrandimenti si notò che la sua pelle era scura, che il volto aveva un pizzetto, e che la giacca era del tipo di quelle in uso presso i dipendenti del Windows of the World, il ristorante all’ultimo piano della torre nord. Ben settantanove impiegati di quel ristorante erano morti la mattina dell’11 settembre. Si pensò a un ispanico, Norberto Hernandez, che faceva il cuoco di pasticceria e viveva nel Queens. Inizialmente le figlie e la moglie si rifiutarono di parlare con i giornalisti. Alcuni miseri resti di Hernandez erano stati rinvenuti fra le macerie e il test del DNA aveva confermato la sua identità. Durante i funerali la figlia maggiore acconsentì a guardare l’immagine, e rispose: “quel pezzo di merda non è mio padre”.

L’idea disturbante e inaccettabile era quella del suicidio. Suo padre non poteva aver scelto di morire, sebbene la scelta riguardasse unicamente la modalità della propria morte, non il fatto di morire. La reazione della figlia, che qui e ora appare del tutto ingiustificata, a New York e in quei giorni rifletteva in realtà un sentimento diffuso, più di orrore che di pietas. I quotidiani che il giorno successivo alla tragedia pubblicarono quella foto furono subissati di telefonate, mail e lettere di protesta. L’accusa era di voyeurismo morboso, così la foto di Drew sparì dai telegiornali e dalla carta stampata per venir relegata nello spazio libero del web. Poco a poco tutte le immagini dei jumpers subirono la stessa sorte, prima riducendosi a piccoli punti indistinti ripresi in campo lungo, e infine totalmente censurate. Il tabù del suicidio, nel caso di Hernandez, si univa all’intollerabilità della qualità estetica dell’immagine. La morte non può essere bella, meno che mai una morte volontaria, seppur indotta, anche perché una morte bella può essere una morte desiderabile.

Pure David Foster Wallace l’aveva fatto notare, nel saggio intitolato La vista da casa della Sig.ra Thompson (incluso in Considera l’aragosta, Einaudi), parlando della “abominevole bellezza di quei filmati”. Tommaso Pincio, in uno splendido pezzo uscito sul Manifesto del 30/6/2007, recensisce l’ultimo libro di Don DeLillo, intitolato The falling man (Scribner, pp.256, $26), e si sofferma sul brano in cui un artista, appeso a un cavo con un’imbracatura come un trapezista, mima la posizione ritratta nella celebre foto di Drew, suscitando per le vie di New York sdegno e irritazione nei passanti. Pincio sostiene che DeLillo intende mostrarci la qualità estetica di quella tragedia, qualcosa che molti pensano ma che nessuno oserebbe chiamare col suo vero nome: un’opera d’arte. In realtà alcuni lo hanno fatto. Per esempio il compositore tedesco Karlheinz Stockhausen, che per questa dichiarazione scandalosa (“l’11 settembre è la più grande opera d’arte mai realizzata”) si vide annullare diversi concerti, non solo in America; e un altro è Vittorio Sgarbi, che ideò la mostra Il Male alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, e alla fine del percorso espositivo piazzò un grande video che trasmetteva le immagini dei due aerei che si scontravano con le Torri Gemelle.

Del falling man di New York non conosciamo la precisa identità. Furono fatte altre ipotesi dopo il mancato riconoscimento della figlia di Hernandez, e tuttavia nessuna di queste tacitò del tutto i molti dubbi. Si optò alla fine per la soluzione più onorevole, quella di considerare la foto di Drew il monumento al milite ignoto di quel giorno di guerra non dichiarata.

Ma esiste invece un altro caduto di cui sappiamo tutto, grazie a un film girato da Eric Steel. Si tratta di Gene Romal Allen Sprague, 34enne di San Francisco, che alle 2 di pomeriggio dell’11 maggio 2004 (ancora un 11) si gettò dal Golden Gate. Le differenze col cosiddetto milite ignoto non sono da poco. Il primo si lanciò nel vuoto per sfuggire a un altro tipo di morte, il secondo a causa di una profonda depressione che lo minava da anni, come hanno riferito amici e parenti. Del primo conserviamo una sequenza di dodici fotografie per la durata di pochi secondi, tutte relative a quel breve volo disperato; mentre del secondo abbiamo 90 minuti di riprese filmate, giusto il tempo di un film.

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Il film in questione (The Bridge) non è tutto su di lui. Riguarda altri cinque suicidi dal ponte (su un totale di ventiquattro ripresi da Steel nel 2004), inframezzati dalle interviste ai conoscenti che ne ricostruiscono le biografie. Il regista prese spunto proprio da quell’articolo della rivista Esquire sui jumpers dell’11 settembre e decise di chiedere, con motivazioni falsamente neutre, i permessi alle autorità locali per piazzare le telecamere sul ponte per un anno intero. Il Golden Gate è uno dei posti preferiti dai suicidi americani, li importa anche da fuori. E’ il fascino oscuro di questa icona della modernità, l’idea di terminare la propria esistenza in modo spettacolare da un luogo altamente simbolico, qui trasformato in un magnetico e beffardo cenotafio del Senso della Vita.

Il documentario di Steel ha vinto il Tribeca film festival, suscitando aspre polemiche sul voyeurismo di quelle riprese. Tranne in rari casi, i suicidi di solito avvengono in luoghi appartati, al riparo da occhi indiscreti. Le notizie che li riguardano si limitano a brevi trafiletti sui giornali, e gli stessi parenti non amano pubblicizzare la cosa, qualche volta giungendo perfino a negare la volontarietà dell’atto. Sul suicida continua a gravare il peso dell’interdetto religioso, che si esplica nel rifiuto di celebrarne la messa funebre (vedi il caso di Piergiorgio Welby), oltre che nella minaccia della dannazione eterna.

The Bridge è invece un film in cui gli attori principali sono tutti suicidi, gente che non sapeva di essere un attore e che non lo saprà mai. Alle accuse di voyeurismo Steel ha replicato affermando di averne salvati diversi, comunicando i movimenti sospetti alle autorità del ponte. E in effetti c’è una ragazza cui viene impedito all’ultimo di saltare. Quelle che la ritraggono sono tra le scene più inquietanti della pellicola. Si vede una giovane che scavalca il parapetto e un ragazzo vicino che sta fotografando la vista dal ponte. Accortosi delle intenzioni suicide volge l’obiettivo su di lei, e continua a scattare fino a che un sussulto di coscienza lo spinge a desistere per recuperarla quando lei si sta già sporgendo nel vuoto. Nel film compare pure l’intervista a un sopravvissuto, un ragazzo che si è gettato nell’abisso e miracolosamente non è morto.

Ma è Gene Sprague l’interprete principale, è lui l’atto d’accusa definitivo nei confronti di Steel. Lo si vede subito, pedinato dalla telecamera mentre cammina pensieroso sul ponte. Poi le riprese inquadrano altre storie, le parole investigano altre solitudini, ma le immagini di questo ragazzone dai lunghi capelli scuri completamente vestito di nero che cammina avanti e indietro fanno da trait d’union agli altri casi, e dopo poco s’intuisce che a lui spetterà il compito di chiudere in bellezza il film. Lo si capisce per esempio dal fatto che le testimonianze che lo riguardano risultano meno profonde e commoventi delle altre, restituiscono il profilo biografico di un giovane sicuramente tormentato, senza lavoro e con la madre da poco morta di cancro, un sognatore incapace di stare coi piedi per terra che si considerava una nullità e che con gli amici scherzava spesso sui suoi propositi autodistruttivi, a tal punto da non essere quasi più creduto, o ascoltato. Gli altri casi denunciano sofferenze che sembrano più autentiche, se non altro per le parole più ispirate di coloro che le raccontano, ma il loro difetto imperdonabile è di natura estetica: il tuffo di questi poveretti somiglia troppo alle istantanee scartate da Drew, perché la posa è goffa, impacciata, poco consona a un momento così solenne, a quel tragico suggello.

Sprague no. Dopo un lungo e angosciante peregrinare su e giù per il Golden Gate, sostando per qualche minuto sulla balaustra con lo sguardo perso nell’acqua sottostante e ricomponendo i capelli scompigliati dal forte vento, a un certo punto Gene si è issato sulla ringhiera, di spalle, e in piedi, incurante di tutto, si è lasciato cadere all’indietro con un volo elegante, armonioso, uno schiaffo in faccia a questa vita sgraziata, in cui le cose non vanno mai per il verso giusto, non vanno mai come le avevamo immaginate.

(post che uscì su nazione indiana e Liberazione nel luglio 2007)

Come si trattano i libri

agosto 23, 2017

Sottolineare i libri - Wallace annota su Don De Lillo

Una copia di un libro di Don De Lillo (La stella di Ratner) piena di note di David Foster Wallace (qui altri esempi della sua biblioteca). Chi ama i libri li tratta male.

il terrore delle fiamme

giugno 9, 2017

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Le edizioni Via del Vento sono una piccola casa editrice di Pistoia. C’era un tempo in cui mi mandavano spesso i loro libretti, volumi di piccolo formato e con poche pagine ma con un testo mai banale. Credo di averne ricevuti parecchi negli anni, e di conservarne almeno una ventina. Mi arrivavano in omaggio, con un foglietto all’interno che diceva semplicemente: “con preghiera di segnalazione”.

Mi piaceva il loro modo timido di invitarti a parlarne sui giornali. Allora scrivevo su un quotidiano, forse Liberazione, ma non gli proposi mai nulla perché quasi sicuramente me l’avrebbero rifiutato. Con le case editrici minuscole che non hanno una vera distribuzione nelle librerie spesso i giornali fanno così. I libri recensiti devono poter essere comprati subito, non ordinati, anche se oggi, con tanta gente che compra su Amazon, forse questo discorso non ha più molto senso.

Ad ogni modo, uno di questi libretti delle edizioni Via del Vento lo apprezzai particolarmente. Si intitolava Le onde, ed era un inedito di Céline, composto da un racconto scritto a bordo di una nave che lo riportava in Francia nel 1917, e da due lettere indirizzate all’amica di gioventù Simone Saintu, scritte quando l’autore viveva e lavorava in Africa in qualità di amministratore di una piantagione di cacao in Camerun.

In una di queste Céline racconta all’amica di un giochino fatto dagli indigeni che gli ha “fatto una profonda impressione”. In pratica dice che “si fa un cerchio con delle liane, del diametro di 50 centimetri, si poggia il cerchio a terra e si mette al centro del cerchio uno scorpione – si dà fuoco alle liane, lo scorpione si ritrova allora accerchiato, circoscritto dal fuoco, cerca immediatamente di uscire ma invano – gira e rigira, va e viene ma non può uscire allora s’immobilizza all’interno del cerchio, e pungendosi a lungo sul corsetto, si avvelena e muore quasi istantaneamente”.

Il suicidio di un animale fa sempre impressione, è quasi inconcepibile, si pensa che nulla possa vincere il suo attaccamento alla vita, il suo istinto di sopravvivenza. Eppure il mio pensiero leggendo questo brano va immediatamente ai jumpers delle torri gemelle di New York, quelli che la mattina dell’11 settembre preferirono gettarsi nel vuoto al morire bruciati; e in subordine va a una riflessione di David Foster Wallace, che si trova a pag. 927 di Infinite Jest (nell’edizione Fandango), in cui si fa un parallelo coi suicidi in generale. Parole, quelle dell’americano, che acquistano un peso e un senso diverso se lette oggi, alla luce del suo suicidio, che per la sorella fu causato da “un cancro dell’anima”, e che sono anche un invito a interrogarsi sul fuoco del talento e della creazione, con le fiamme che lo alimentano e quelle che lo minacciano:

“La persona che ha una c.d. depressione psicotica e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette per sfiducia o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme.”

il turismo dell’orrore letterario

ottobre 23, 2016

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Esiste un turismo dell’orrore che non suscita riprovazione e sarcasmo nei confronti di chi lo pratica. Al contrario, è visto come qualcosa di nobile, un segno di elezione spirituale, eppure si nutre della stessa attrazione morbosa per la cronaca nera. Riguarda la letteratura, in particolare gli scrittori suicidi, ecco perché viene inteso come una sorta di  pellegrinaggio laico. Per i suoi adepti, l’aura scomparsa dell’opera risorge più luminosa dalle ceneri delle biografie omaggiate nel luogo del loro tragico epilogo. C’è chi sosta in raccoglimento di fronte all’albergo torinese di Cesare Pavese, e chi nella stessa città indugia assorto sulle scale delle case di Primo Levi e di Franco Lucentini. Chi preferisce la meditazione sul prato intorno all’abbazia di Chiaravalle per Antonia Pozzi, chi fa tappa in via del Corallo a Roma per Amelia Rosselli e chi, come me, fotografa il cortile in cui finì riversa Mia Cinotti. C’è pure chi va all’estero a far trekking espiativo sui Pirenei, ripercorrendo la route Lister (nella foto), il sentiero lungo il quale s’incamminò Walter Benjamin nelle sue ultime ore per sfuggire ai nazisti; e chi attraversa l’oceano per visitare la Ketchum di Ernest Hemingway, o la californiana Clermont di David Foster Wallace. Insomma, ce n’è per tutti i gusti, l’importante è sfoderare al  momento giusto la moleskine d’ordinanza. Armati delle migliori intenzioni, certo, e tuttavia armati, non per niente il taccuino è “d’ordinanza” come uno strumento poliziesco, ed è “sfoderato” come uno strumento d’offesa. Operazione non innocente, dunque, ma vi è letteratura ove si dia innocenza?

la scatola nera

giugno 19, 2016

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La scatola nera è quell’aggeggio che registra i dati di volo di un aereo e le voci in cabina di pilotaggio. Serve soprattutto quando c’è stato un disastro aereo, per appurare i veri motivi della tragedia. La cosa curiosa, che ho scoperto pochi anni fa, è che la scatola nera non è nera. Potrebbe essere una domanda trabocchetto, tipo quelle dei croceristi (“a che ora è il cocktail di mezzanotte?”) riportate da  David Foster Wallace nel suo reportage per Harpers (Una cosa divertente che non farò mai più), ma la sua storia in realtà è molto sensata. Si chiama scatola nera perché all’inizio la realizzarono così, e solo dopo i primi disastri aerei ne cambiarono il colore, rendendosi conto che fra le macerie era più facile rinvenirla con un colore più acceso, come appunto l’arancione. I bastian contrari di professione, tipo certi Foglianti, ne farebbero una bandiera: “Ecco, sempre detto che le apparenze ingannano, tutti dicono che il mondo è nero mentre è arancione!” Io penso invece che il ribaltamento sia più sottile. La scatola non è nera come viene chiamata, ma qualcosa di nero ce l’ha, ed è il suo interno, le notizie luttuose che porta, che sono poi l’unica ragione della sua esistenza, il solo motivo per cui a un certo punto se ne parla e la si cerca.

Chi manca

aprile 28, 2015

salin“Io, suppergiù, so soltanto che sento un po’ la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. Perfino del vecchio Stradlater e del vecchio Ackley, per esempio. Credo di sentire la mancanza perfino di quel maledetto Maurice. E’ buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.” Questo è il finale del Giovane Holden. Quindi il “Mi manca chiunque” di David Foster Wallace è il destino di chiunque scriva.

cuore e amore

dicembre 27, 2014

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