Posts Tagged ‘de Coubertin’

Ercole de Maria, o del successo

aprile 10, 2017

ercol

Una volta Tiziano Scarpa mi ha deluso, scrivendo delle cose che non mi aspettavo da lui. Ho pensato: sarà lo Strega. Si è montato la testa e si sente diverso dagli altri. Ma lui non è così. Tutta la sua vita testimonia il contrario. È uno che non è mai andato all’incasso. Anzi, se scorge qualche causa persa se ne invaghisce subito come di una bella gnocca. Forse è l’unico Premio Strega che non scrive stabilmente su un grosso giornale, e regala le sue perle sul blog del Primo amore, come questa per il centenario di Mattina. E poi sperimenta sempre nuovi linguaggi: testi per fumetti, per fiabe, per piece teatrali, per canzoni, per cataloghi di artisti contemporanei, tutte attività che lo entusiasmano ma di scarsa remunerazione, tanto che ultimamente in alcuni suoi versi è parso quasi preoccupato per il suo futuro economico (“come affronterò la vecchiaia senza pensione?“, “tiz datti da fare“). Quindi sono io ad aver equivocato, sicuro. (more…)

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dalla parte del torto

settembre 20, 2012

Ci vorrebbe Manganelli. Lo pensavo leggendo l’articolo di Francesco Piccolo sul supplemento letterario del “Corriere” a proposito dell’incapacità italiana di accettare la sconfitta. Allora ho chiesto il permesso al giornale di replicare, e la risposta è stata: “cosa non ti torna di quel pezzo?” Già, suona strano obiettare qualcosa a Piccolo. La verità è che ha ragione, in ciò che scrive tutto torna. Qualsiasi tema affronti il suo argomentare è pacato, equilibrato, saggio, ispirato al buon senso, sembra Napolitano quando auspica l’abbassamento dei toni. Leggendolo non si può non concordare, e ci si sente a posto con la coscienza, si sta dalla parte giusta. Per sostenere la tesi secondo cui noi italiani saremmo incapaci di perdere (e di vincere, esultando in modo sguaiato), Piccolo fa alcuni esempi. Uno sportivo: la gara degli 800 metri vinta dal keniano Rudisha alle olimpiadi. Piccolo ha rischiato di non vederla in diretta perché contemporaneamente c’era una semifinale di taekwondo con un italiano, e la tv stava dando priorità a quest’ultima dato che gli italiani sono “interessati solo al medagliere”. Non sono sicuro che le scelte del palinsesto olimpico interpretassero alla lettera la volontà degli italiani, e dubito che sia un vizio tipicamente nostro quello di esultare o recriminare in modo eccessivo. Guardando un’altra sfida epica delle olimpiadi, i 100 metri vinti da Bolt, ho avuto un’impressione completamente diversa. A Pechino Bolt era stato l’unico prima dello start a ostentare sicurezza esibendosi in smorfie e balletti, invece quest’anno a Londra tutti gli sprinter finalisti lo imitavano, provando a distinguersi con delle mosse particolari. Le figure che rimangono più impresse nella memoria hanno tutte a che fare con un modo di esultare originale, dal lanciatore del disco che si strappa la maglia come Hulk (e nel calcio da noi togliersela vale un’ammonizione), alla saltatrice in alto croata (Blanka Vlašić) che improvvisa balletti ammiccanti dopo aver superato l’asticella. Questo per dire che è il sistema a istigare atteggiamenti eccentrici, rendendoli appetibili per contratti pubblicitari. Ma è soprattutto l’inclinazione al piagnisteo, il nostro peggior vizio per Piccolo. E dato che il senso del suo ragionamento ricalca certe sentenze di If di Kipling, laddove invita a trattare la vittoria e la sconfitta come due impostori, mi son ricordato che a Wimbledon quel motto è inciso all’entrata come benvenuto. Lì ad esempio era McEnroe, non un italiano, chi dava spesso in escandescenze, ma il suo talento era così limpido che i tifosi americani gli accordavano senza sforzo una franchigia morale. In Open, l’autobiografia di Agassi, si dice che: “una vittoria non è così piacevole com’è dolorosa una sconfitta”. I media a quello puntano cercando le emozioni forti, ecco perché a Marco Bellocchio, dopo Venezia, i giornalisti chiedono con insistenza che si prova a restare a bocca asciutta. Il motto di de Coubertin è la foglia di fico della cattiva coscienza. Manganelli lo sapeva, tanto da sottolineare la volgarità e l’assurdità logica dell’equazione secondo cui chi vince (la guerra, le elezioni, il campionato, lo Strega) ha ragione, e da ricordarci innanzitutto che “vivere significa avere torto”. La maggioranza, per intenderci, tra Gesù e Barabba scelse Barabba. Ora, in tempi di antielitismo e aristofobia, all’intellettuale si chiede di darle voce, d’incarnare la vox populi, e i corsivi riflettono ciò che sentiresti al bar sotto casa, solo espresso e argomentato meglio; mentre anni fa gli interventi degli intellettuali provocavano, facevano discutere, non sembravano aver ragione perché ci davano ragione. Basta pensare alle posizioni di Pasolini sul referendum per l’aborto e sul tema delle manifestazioni studentesche, o a Manganelli, entrambi vere coscienze critiche del paese. Manganelli stava volentieri “dalla parte del torto”, come nel titolo del bel libro dell’altro Bellocchio, Piergiorgio. Il quotidiano “La Stampa” gli chiedeva di commentare la notizia dell’albergatore ligure che aveva cacciato un gruppo di spastici e lui faceva proprie le istanze dell’albergatore, fingeva di aderirvi, diceva “ci sono molti e fondati motivi per detestare gli spastici”. Noi oggi manco questa parola sapremmo pronunciare, figuriamoci adoperare un registro antifrastico così urtante ed efficace nel mostrarci il ribrezzo di quel modo di pensare.

(pubblicato su l’Unità, 20/9/2012)

le magagne e il silenzio

agosto 20, 2012

C’è stato un momento, verso metà giugno di quest’anno, che ero incazzato nero. Mi è durata giusto un paio di giorni, ma non riuscivo a pensare ad altro. Volevo far sapere a tutto il mondo che razza d’ingiustizia avevo subito, che porcherie scandalose succedevano nell’ambiente letterario italiano. Asfissiai la mia compagna e un paio di amici citandogli di continuo l’episodio incriminato, sviscerandolo in ogni minimo dettaglio, finché evidentemente asfissiai anche me stesso e lasciai perdere. Non so se feci la cosa giusta. Se quelle porcherie continuano nel silenzio degli addetti ai lavori, compresi gli irreprensibili TQ, che si presentano come i moralizzatori dell’ambiente proprio a partire da queste cose, è anche perché chi subisce l’ingiustizia poi se ne lamenta solo in privato. Però non è per vigliaccheria, o quieto vivere, che si tace. L’ho capito assistendo alla cerimonia di assegnazione dello Strega nel ninfeo di Villa Giulia e alle polemiche che ne sono seguite. E’ che qualsiasi prova tu possa portare a sostegno della tua tesi, anche la più evidente e incontrovertibile, passerà in secondo piano o verrà del tutto ignorata per il semplice fatto che tu sei la vittima. Agli occhi del pubblico quella posizione t’impone di tacere. Il brutto è che anche la posizione contraria, quella del vincitore, non consente una denuncia o lamentela. Nel primo caso risulterai patetico e interessato (“rosica”), nel secondo un ingrato che sputa nel piatto dove mangia. Partecipando accetti ogni nefandezza; questo, in letteratura, significa “stare al gioco”. Altro che de Coubertin. L’unica salvezza sta nel non partecipare, nello smettere di sperare, e non è facile, soprattutto quando le occasioni di riconoscimento si ripresentano (tipo qui).