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reimpieghi

giugno 3, 2016

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La culla del rinascimento è in una tomba, diceva André Jolles. Lo storico dell’arte alludeva ai tanti artisti come Brunelleschi, Donatello e Mantegna che s’ispirarono ai motivi iconografici dei sarcofagi romani per arricchire il proprio linguaggio formale. Si pensi alla sepoltura di Meleagro, un tema presente in molti rilievi funerari, il cui braccio spiombante fu ripreso da Raffaello e poi da Caravaggio nelle loro Deposizioni, fino a ritrovarlo in quella pietà laica che è la Morte di Marat di Jacques Louis David. Ma la riscoperta dei sarcofagi come repertorio di exempla risale già al Medioevo, ne è una prova il pulpito del Duomo di Pisa scolpito da Nicola Pisano, che citava il sarcofago utilizzato dalla madre di Matilde di Canossa come proprio sepolcro. La versatilità dei sarcofagi romani nasce anche dalla perdita della memoria circa l’identità dei titolari. Una volta disperse le ossa e cancellato il nome di chi ospitavano, quelle bare sono diventate mille altre cose. Per esempio le fontanelle di Piazza del Popolo, o delle fioriere, o mangiatoie, o altari per chiese (come nella pieve romanica di San Vito, a Ostellato), o ancora il trono del Castello Federiciano di Lagopesole, dove si dimostra che il laicismo imperiale affondava le sue radici nel paganesimo. Ma il riutilizzo più sorprendente è frutto dell’inventiva moderna, e lo si può ammirare sul Lungotevere Marzio. Lì un sarcofago strigilato è usato abitualmente come cassonetto, mentre nei casi di cronaca nera spesso succede il contrario, cioè nei cassonetti vengono abbandonate le carcasse di animali domestici e perfino i feti abortiti.

 

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