Posts Tagged ‘Dustin Hoffman’

Quel che poteva essere e non è stato

ottobre 1, 2016

imb

Pare che durante le riprese del film Il Maratoneta, Dustin Hoffman fosse solito arrivare sul set tutto sudato per una lunga corsa. Voleva calarsi nel personaggio, immedesimarsi totalmente nella parte, secondo i dettami del metodo Stanivslaskij adottato dall’Actors Studio di Lee Strasberg. Laurence Olivier, il coprotagonista del film, apparteneva a un’altra generazione e a un’altra scuola attoriale, così un giorno, vedendolo di nuovo trafelato, gli chiese con tono scettico: “Ma non sarebbe più facile recitare?” Ecco, con la scrittura non è molto diverso. C’è chi inventa di sana pianta e chi pesca dal proprio vissuto, chi reinventa la propria vita e chi àncora la propria fantasia a dei fatti realmente accaduti, ma in tutti i casi il difficile è individuare, in quelle fantasie o in quelle esperienze, gli elementi costitutivi della realtà a cui appartengono, i semi del loro significato, una specie di DNA del reale. Spesso i lettori vogliono sapere quanto c’è di autobiografico in un romanzo, come se solo di una confessione sofferta ci si potesse fidare, eppure la nostalgia più struggente è quella che si prova per ciò che non ha più cittadinanza nell’essere, o che non l’ha mai avuta. Come diceva Vittorio Imbriani nella Merope IV: “Ma quel che ho narrato e non è accaduto avrebbe potuto accadere, perché no? Nihil obstat. Avrei potuto conoscere la bella ignota, presenziare alla sua toletta, ottenerne il dolcissimo amore, vederla al mio capezzale, cader ferito per la patria come il maggior Lombardi per insipiente baronal comando… E perché poteva essere e non è stato, m’accoro”.

Annunci

Chi vuol far l’americano

giugno 21, 2009

olivie

Forse è ingiusto accusare Wu Ming 1 di snobismo linguistico, come ha fatto qualche critico, per aver scelto di dare un titolo inglese al suo recente saggio (New Italian Epic) . E non tanto per il fatto che tutto nacque durante un seminario in una università canadese, quanto perché secondo me corrisponde perfettamente a un certo modo di intendere la scrittura e il fare artistico. Più volte infatti mi è capitato di leggere su qualche blog letterario una discussione a proposito dei romanzi storici del collettivo, e l’impressione che ne ricavavo era che ci tenessero molto a evidenziare l’acribia documentaria che sosteneva la narrazione, i lunghi e pazienti anni spesi a consultare le fonti e perlustrare i luoghi dell’ambientazione. Di per sé naturalmente è cosa lodevole, ma quell’accento insistito, anche considerando la deliberata – e inevitabile – quota di invenzione insita in ogni romanzo, mi sembrava che ai loro occhi valesse quasi come garanzia della qualità dell’opera. E questo è tipicamente americano così come è poco nostro; nostro intendo di europei. Mi veniva in mente il celebre aneddoto che riguardava Laurence Olivier e Dustin Hoffman, i protagonisti del film Il maratoneta. In quell’occasione il grande attore di teatro inglese rimase stupito nel vedere il collega americano che prima di girare la scena della corsa intorno al lago si fece 20 giri del percorso per immedesimarsi meglio nella parte. Alla fine, mentre era tutto ansimante e sudato, Olivier gli chiese: “ma non facevi prima a recitare?”