Posts Tagged ‘Emanuele Trevi’

Reger

febbraio 5, 2019

reger

A volte mi vien voglia di parlare dei difetti di ciò che amo. Lo so, potrei risparmiarmelo, è un’attitudine da stronzo cui non va mai bene niente, non a caso Mauro Covacich mi chiama Cattivik nel suo ultimo, bellissimo libro (Di chi è questo cuore, La Nave di Teseo). Eppure mi prende lo stesso ‘sta mania alla Reger, il protagonista di Antichi maestri di Thomas Bernhard, che ogni giorno andava alla Pinacoteca di Vienna per studiare i difetti dei capolavori, e sento il bisogno di farlo con l’illusione che in qualche modo sia utile, solo perché non lo fa nessun altro. Forse così facendo ricordo l’apologo di Gadda sul critico e la bella ragazza bionda. Questi fu talmente colpito dal suo aspetto che le si avvicinò e le chiese un capello. Allora lei diventò tutta rossa, pensò che lui si era innamorato e ne fu lusingata, tanto che un po’ già ricambiava quel sentimento. Ma essendo insicura cercava conferme, desiderava sentirselo dire, così porgendogli il capello gli chiese con un soffio di voce: “Per che farne?”. E il critico rispose come fosse un’ovvietà, e senza sospettare minimamente che la fanciulla si era fatta un film: “Per spaccarlo in quattro!”

Ecco, io sono un po’ così. Ma la bellezza si può spaccare in quattro, e che senso ha quel cavillare? Con lo spirito di chi cerca tracce di forfora, oltretutto? Va beh, che Dio mi perdoni (in fondo è il suo mestiere).

Un esempio. Ho appena finito di leggere Sogni e favole di Emanuele Trevi, e mi è piaciuto parecchio. E’ un gran bel libro, uno dei migliori in circolazione, sicuramente quello suo più maturo. La cosa non mi sorprende, seguo Trevi da vent’anni, lo considero lo scrittore più talentuoso della mia generazione assieme a Scarpa e Covacich, ho letto tutti i suoi libri e penso che sia un maestro di stile, tanto che da ragazzo cercai di carpire invano i segreti di quella sua scrittura così leggera e profonda. Inoltre lo sento molto vicino, pratichiamo lo stesso genere, quell’ibrido che va sotto il nome di autobiographical essay, scriviamo senza le pezze d’appoggio della trama, mischiamo arte e letteratura, amiamo la flanerie delle passeggiate fra le case dei grandi artisti; insomma abbiamo innumerevoli punti in comune. Poi basta leggere le recensioni del libro uscite finora: è impossibile trovarne una che non sia ammirata, ma in generale non credo che esista qualcuno che parli male di Trevi scrittore, lui stesso non è mai polemico o tranchant con nessuno. Come raccontava nelle Istruzioni per l’uso del lupo, lui è uno che quando insegnava all’università dava a tutti i suoi studenti 30, chi può aver voglia di criticarlo? (L’unica riserva che io ricordi riguardava I cani del nulla, il suo esordio narrativo, che un recensore definì “una casa Vianello spinellata”, mentre a me la giovane coppia col cane ricordava più gli Arnolfini).

E quindi, chi può? Io, Cattivik.

Piccoli appunti, giusto perché come ogni capolavoro ha le sue incontinenze. Qualche piccolo vezzo lessicale, che fa un po’ poetese, tipo il verbo abitare applicato a tutto ciò che non è una casa. Abitare un discrimine, abitare un’ossessione, abitare nella possibilità, come l’illustre ascendente che lui stesso dichiara a un certo punto (I Dwell in Possibility di Emily Dickinson), ma che oggi suona facile, abusato, lirico a buon mercato. E poi un vezzo compositivo, che riguarda la struttura della sua pagina, con lo schema fisso che si ripete del sapido aneddoto della memoria (vedi il bellissimo racconto dell’incontro col barbone anticastrista a pag. 46) subito accompagnato dalla “spiegazione”, cioè dalla morale della favola, che seppur sottilissima, ricercata, scritta da Dio e mai banale nell’analisi psicologica (non per niente suo padre era un grande psicanalista allievo di Ernst Bernhard) finisce per irrigidire il tutto come fosse una lezioncina. L’autobiographycal essay funziona un po’ così, si sa, il tono sentenzioso, il registro gnomico spesso sono inevitabili, ma la sfida sta nell’inventarsi delle forme nuove, nel farle somigliare più alle conclusioni di un ragionamento che a degli aforismi.

E infine l’eccesso dei corsivi, di cui le sue pagine sono piene. Corsivi intesi come sottolineature di ricercatezze psicologiche o retoriche; e quando si sottolinea si sottolinea sempre troppo. Non è questione di vanità, ma di consapevolezza. L’eccesso di consapevolezza nuoce al canto, lo soffoca, come dice lui stesso in una delle “spiegazioni” più belle di tutto il libro, quando parla di Wile E. Coyote e Gatto Silvestro, che cadono nel burrone solo nell’istante in cui “la coscienza li riafferra”, perché “il vero movimento della saggezza consiste in un improvviso precipitare nella verità” (pag. 101).

Detto questo, assolto il compito antipatico del puntiglioso scassaminchia, ribadisco che Favole e sogni è un libro meraviglioso e che la scrittura di Emanuele Trevi merita sempre tutta l’attenzione che gli si dedica, anche perché come intreccia le storie e il mondo lui, ce ne sono davvero pochi.

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La dittatura di Linneo

febbraio 27, 2013

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Linneo è il nume tutelare della letteratura italiana, tanto che il destino di un autore o di un libro, nel bene o nel male, ormai lo determina l’etichetta che gli viene affibbiata. Gomorra di Roberto Saviano fu l’incunabolo di questa ossessione tassonomica. Alla vigilia della sua pubblicazione, quando stava ancora venendo editato, il futuro best seller era considerato a ragione dai dirigenti di Segrate un reportage, quindi classificato nella saggistica. Lo scrittore Giuseppe Genna, sul blog Nazione Indiana, rivelò in quei giorni di aver “speso parecchia energia al telefono per perorare la causa del posizionamento in narrativa con gli amici editor di Mondadori”, riuscendo alla fine a convincerli. Il vantaggio sarebbe stato duplice. Da una parte il marchio di romanzo è reputato più nobile di quello di saggio, perché per il primo è necessaria la creatività, mentre nel secondo si espongono solo delle opinioni, e dall’altra ne garantisce un più facile accoglimento da parte del pubblico. Infatti statisticamente in Italia, tranne rare eccezioni (come La casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella) le classifiche di vendita sono dominate da opere di narrativa.

Stefano Bartezzaghi su Repubblica fu tra i primi a notare quanto contasse l’etichetta del genere letterario, sottolineando come nella prima apparizione al programma Che tempo che fa, sia Saviano che Fazio sembrassero “ansiosi soprattutto di evitare anche il minimo sospetto che potesse trattarsi di un saggio”, fino ad arrivare alle soglie del vietissimo “si legge come un romanzo”. In questo senso appare speculare la fortuna di Qualcosa di scritto, il bel romanzo di Emanuele Trevi che sfiorò la vittoria all’ultima edizione del Premio Strega, ma i cui dati di vendita non sortirono l’effetto desiderato, forse perché nella medesima trasmissione il libro venne azzoppato da Fazio, che lo presentò alla stregua di un saggio di critica letteraria su Petrolio di Pasolini.

Tornando a Gomorra, uno degli aspetti più curiosi di quella contesa classificatoria fu che i suoi estimatori più fanatici si ritrovarono alla fine d’accordo con i suoi peggiori detrattori. Successe durante il comizio con Fausto Bertinotti a Casal di Principe. Lì Saviano venne accolto dall’ostilità dei parenti dei boss camorristici, e riferì che alcuni guappi in motorino gli si erano avvicinati complimentandosi ironicamente per il fatto che aveva scritto “un bel romanzo”, ovviamente nell’accezione negativa di opera di pura fantasia, quindi priva di valore come atto di denuncia.

Ma la dittatura di Linneo va oltre le librerie, e ha colonizzato non poche pagine culturali dei quotidiani. L’etichetta giusta determina il destino di un libro ma anche di un autore, gli attribuisce un’identità e a volte gli impone un canovaccio. E’ il caso di Igiaba Scego, scrittrice italiana di origini somale la cui presenza sembra sollecitata dai giornali (come in suo recente articolo per “La Lettura” del Corriere) solo in virtù del suo ruolo di testimone della letteratura migrante, con un copione sempre identico che prevede che a quella chiamata lei debba rispondere per rifiutare recisamente l’etichetta, che in realtà è la sua ragione d’essere, il motivo per cui l’hanno interpellata. Basta scorrerne la bibliografia per rendersene conto. Nel 2003 vince il premio Eks&Tra degli scrittori migranti con il suo racconto Salsicce, e pubblica il suo romanzo d’esordio, La nomade che amava Alfred Hitchcock. Nel 2005 un altro suo racconto compare nella raccolta intitolata Pecore nere edita da Laterza. Due anni dopo cura assieme a Ingy Mubiayi la raccolta Quando nasci è una roulette. Giovani figli di migranti si raccontano. Dal 2007 al 2009 tiene per la rivista “Nigrizia” la rubrica di opinioni I colori di Eva. Sempre nel 2007 partecipa all’antologia Amori Bicolori; quindi nel 2010 scrive Oltre Babilonia. E infine nel 2010 La mia casa è dove sono, romanzo autobiografico che descrive una famiglia sparsa tra Somalia, Gran Bretagna e Italia.

Sorte non dissimile è quella di Gianni Biondillo, la cui etichetta di giallista milanese (a dispetto della sua nutrita e varia produzione letteraria) lo rende una firma appetibile del Corriere ogni qual volta si verifica nel capoluogo lombardo qualche delitto irrisolto, quasi che la sua abilità nel tessere trame criminali e investigative lo accreditasse come esperto in grado di svelare il nome dell’assassino. In un’epoca in cui ci si riempie la bocca con termini quali “ibrido”, “meticcio” e “anfibio”, e ci si dichiara a parole fieri paladini della letteratura no logo, sarebbe il caso di abbandonare questa libridine rubricatoria, perché la buona scrittura, se è tale, può far a meno di colori ed etichette.

(pubblicato su l’Unità il 20/2/2013)

polemiche

settembre 29, 2012

Una postilla polemica a margine di un libro sulle polemiche. Gilda Policastro, in questo saggio pubblicato di recente da Carocci, mi cita in una nota. Il brano in questione (a pag.52), che rinvia alla nota n°88, lamenta gli “eccessi di autoconsacrazione narcisistica nel panorama ultracontemporaneo” da parte di alcuni autori, di contro alla “prassi decisamente autoironica” degli scrittori delle generazioni precedenti (come L’Anonimo lombardo di Arbasinonelle cui pagine introduttive “erano radunati i migliori giudizi critici sull’opera”). Per comprovare questo scadimento epocale, nella nota si fanno due esempi. Il primo è Paolo Sortino, reo di aver inserito nel sito dove si pubblicizza il suo libro (Elizabeth) gli sms elogiativi ricevuti da giornalisti e scrittori suoi amici, oltre alle recensioni ufficiali. Il secondo è il mio romanzo, sul quale è stata apposta “una fascetta recante un giudizio entusiastico da parte dello scrittore Tommaso Pincio, giudizio che si dovrà, evidentemente, attribuire a una comunicazione privata”. Il nesso  fra i due casi l’autrice lo individua nella tendenza degli editori ad “affidarsi, per la promozione del libro, a scrittori, piuttosto che a critici, ritenuti, i secondi, sempre più marginali, quando non dannosi.”

Bon, partendo dalla fine. Non so gli altri, ma non mi risulta che Ponte alle Grazie abbia delle idiosincrasie verso i critici (e forse invece dovrebbe). La prova è che l’ultimo libro di Laura Pugno (La caccia), appena uscito, ospita in bella evidenza sulla quarta di copertina giudizi di “critici puri” come Andrea Cortellessa e Angelo Guglielmi. Riguardo a Pincio, non so bene cosa sia, se solo narratore o anche critico. So che recensisce  spesso libri su Rolling Stone, ma ho visto parecchi suoi interventi pure su La Lettura del Corriere, su Alias del Manifesto e su altri giornali. E Hotel a zero stelle, la sua penultima prova narrativa edita da Laterza, presenta dei corposi inserti di critica letteraria. Indubbiamente passerà alla storia della letteratura più come narratore che altro, ma di certo non è stato solo quello, e la critica la sa esercitare molto bene. Quel “giudizio entusiastico” lo comunicò per mail a me e al mio editor, ben sapendo che sarebbe stato stampato sulla fascetta (trasformandosi così da privato in pubblico), tant’è che ne discusse una versione ridotta, più adatta allo spazio dove sarebbe stata ospitata. La stessa Policastro non è un critico puro, nel senso che ha pubblicato anche poesie e che col Farmaco ora è pure narratrice. Ed io, che ho scritto un centinaio di recensioni in dieci anni prima del romanzo, cosa sono, un critico o un narratore (e Trevi, e Piperno…)?

Quanto al giudizio di Pincio, fu una decisione del marketing di Ponte alle Grazie, quella di accompagnare il mio esordio con un consiglio autorevole. Non volevano per forza uno scrittore invece di un critico, volevano uno noto, tant’è che mi hanno anticipato che col mio prossimo libro utilizzeranno per la quarta di copertina un giudizio di Guglielmi apparso su l’Unità.

Oltre a quello di Pincio, esisteva anche un altro complimento pubblico e autorevole che sarebbe piaciuto al mio editore segnalare in fascetta. Si trattava di una frase di Tiziano Scarpa (altra figura ibrida di poeta-drammaturgo-narratore-critico, si pensi a un libro come Cos’è questo fracasso?, oppure alla sua rubrica fissa su Saturno, il defunto inserto letterario del Fatto Quotidiano), pronunciata in un’intervista rilasciata a l’Unità pochi mesi dopo aver vinto lo Strega. C’era un però, ossia che Scarpa compariva come personaggio nel mio libro, e questo rendeva inopportuna la citazione.

Così, giusto per chiarezza.

Autografi

settembre 15, 2012

A me piace molto il quartiere latino di Parigi. Da qualche parte Emanuele Trevi ha scritto che Saint-Germain gli sembra falso, come il museo di se stesso, di quando era il crocevia delle discussioni intellettuali, con i due bar letterari e le cave esistenzialiste in cui si ascoltava il jazz. Io invece lo sento ancora autentico, forse perché non vado in cerca di quelle cose, non mi siedo al Deux Magots o al Flore sperando di rivivere gli anni di Sartre e compagnia. Certo abitarci è proibitivo, le case costano un’occhio e i turisti l’assediano in continuazione, ma in qualche angolo sopravvive ancora uno slargo di quiete, come in quelle belle piazzette confidenziali tipo Place Furstenberg.  Mi piace il quartiere latino perché è elegante e ci sento ancora una tradizione colta, di buon gusto, in chi lo frequenta, tant’è che è pieno di librerie aperte fino a tardi. Poi mi piace sbirciare i negozi di tessuti d’arredamento, la mia vita precedente, e ogni tanto entro in una libreria antiquaria dove vendono autografi d’artisti. Di un paio ricevo per posta pure i cataloghi. Lì dentro mi sento in un’oasi di pace e di cultura, come se la corsa del tempo si sospendesse. Mi faccio mostrare qualche lettera di Céline, una cartolina di Kafka o di Benjamin, e sono felice. Non me le posso permettere ma faccio come se fossi in un museo, per cui mi godo la solitudine e non mi rammarico di non poter comprare. E comunque prima o poi qualcosa prenderò, in fondo non sono carissimi. E la cosa più bella, per me, è che non ubbidiscono completamente alle ferree leggi del mercato, quelle di domanda e offerta. Il vero discrimine resta l’arte. Per esempio di Cioran o Benjamin esistono pochi autografi in commercio, perlomeno rispetto a Céline, che era un vero grafomane, eppure gli autografi di quest’ultimo valgono molto di più. Questo non perché Cioran e Benjamin fossero scrittori meno importanti di Céline, ma perché nelle loro lettere adoperavano uno stile più burocratico. Scrivevano “Gentile signore”, “cordiali saluti”, “la presente per dirvi” ecc; mentre Céline scriveva lettere e cartoline come i suoi libri, in argot, coi tre puntini di sospensione, il tono esclamativo e un po’ delirante, le similitudini sorprendenti. Sono, insomma, delle piccole opere d’arte, mentre le lettere di Cioran e Benjamin hanno un mero valore documentario. E poi quelle farmacie dello spirito le amo perché sono in via di estinzione. Fra poco spariranno, come i loro vecchi e dotti titolari. Con gli sms, le mail e Word non resterà più traccia fisica di un testo: niente correzioni, sbavature e grafia tipiche di una persona. Perfino le dediche sui libri sono a rischio, se s’imporrà l’uso dei tablet per leggere; e allora io voglio godermi almeno il tramonto di questo bel mondo.

Il Premio Strega a Trevi

giugno 30, 2012

Fra cinque giorni ci sara’ la cerimonia di assegnazione del Premio Strega e io spero che lo vinca Emanuele Trevi. Sono convinto che sia uno dei migliori scrittori italiani e che meriti di vincerlo da anni. Qualcosa di scritto e’ un bellissimo libro, ma non e’ l’unico suo a meritare un riconoscimento cosi’ importante. Senza verso, per esempio, non era da meno. Lo so, scriviamo per lo stesso editore, ma la mia stima per lui come critico e narratore data da molto prima, e sull’archivio di questo blog fortunatamente ve n’e’ traccia. Quando mesi fa seppi dal mio editor che candidavano Trevi allo Strega, temetti che non avesse possibilita’ di vincere. Ponte alle Grazie fa parte del Gruppo GeMS, il terzo gruppo editoriale italiano, e certi rapporti di forza pesano allo Strega, se no non si spiegherebbe come mai i vincitori degli ultimi anni appartenessero ai gruppi Mondadori-Einaudi e Rizzoli-Bompiani. Scrivere per GeMS, al di la’ del valore di cio’ che si e’ scritto, allo Strega in genere garantiva non piu’ di un onorevole terzo posto, come dimostrano Matteo Nucci e Bruno Arpaia (e comunque non senza un notevole lavoro lobbistico sottorraneo). Ma nel suo caso esiste una convergenza d’interessi che potrebbe bypassare questo handicap. Primo il fatto che fra poco uscira’ un libro di Trevi per Einaudi Stile Libero (come ha annunciato Paolo Repetti su facebook), bissando cosi’ il suo esordio narrativo (I cani del nulla). E questo prossimo libro di Trevi beneficerebbe molto della vittoria dello Strega – forse addirittura piu’ di Qualcosa di scritto, che ha il difetto di presentarsi con un look un po’ ostico da saggio di critica letteraria su Pasolini, tanto che Fazio a Che tempo che fa lo azzoppo’ dicendo che per apprezzarlo era necessario leggere Petrolio – in una certa misura ricompensando Einaudi della sconfitta di Marcello Fois, il suo autore ufficiale. E inoltre il fatto che un einaudiano di ferro come Ernesto Ferrero, che lavoro’ pure per Mondadori, in occasione del Salone del Libro ha fatto un sorprendente endorsement appoggiando la candidatura di Trevi. Insomma, secondo me ce la potrebbe fare.

Sliding roles

aprile 19, 2012

Ieri sera sono andato a Fandango Incontro, in via dei Prefetti a Roma, per la presentazione dell’ultimo, bellissimo romanzo di Emanuele Trevi (Qualcosa di scritto, Ponte alle Grazie). Il locale era pieno di VIP, l’evento era chiaramente mondano. In seguito all’intervista da Fazio e all’ufficializzazione di concorrere per lo Strega, Trevi è entrato di diritto nel bel mondo, dopo aver stazionato a lungo fra i talenti di nicchia, molto apprezzati da pochi eletti ma sconosciuti al grande pubblico. Ancora la scorsa primavera, al tempo in cui ultimavo l’editing del mio libro, ricordo che lui stava partendo col mio editor alla volta della Grecia per scrivere la seconda parte del suo libro, quella dedicata ai riti eleusini. Mentre stavano in traghetto, gli spedii un sms riferendo della polemica apparsa su Saturno (l’ex inserto letterario del Fatto Quotidiano), dove alcuni scrittori milanesi polemizzavano con i colleghi romani su quale fosse la città editorialmente più importante. Fra i primi, ricordo che uno dei meno diplomatici fu Alessandro Bertante, che, forse ringalluzzito dai buoni risultati del suo Nina dei lupi, intimò al capitolino Trevi di tacere, liquidandolo come un autore “da 800 copie”.

Sul palco i presentatori erano diversi. Gianni Borgna, Walter Siti, Paola Pitagora che recitava alcuni brani, Concita De Gregorio, Marino Sinibaldi, oltre naturalmente a Trevi. Sotto (in tutti i sensi), un centinaio di anonimi spettatori come me ascoltava pazientemente i vari interventi. Alle 23 è finito tutto e ordinary people e VIP si sono mischiati intorno al buffet preparato sul lungo tavolo rettangolare. Lì è partito l’arrembaggio, i tentativi più o meno timidi di alcuni di abbordare i VIP, di solito partendo dai complimenti. Magari era solo una mia impressione, ma mi ha un po’ infastidito la diffidenza e il malcelato atteggiamento di degnazione che questi destinavano agli estranei, e così dopo un po’ me ne sono tornato a casa.

Oggi ho pranzato con la mia compagna da Antonini, il bar pasticceria in Prati. Stavamo nei tavolini all’aperto, sul marciapiede, era una bella giornata di sole. Mi piace andare lì, ci sono cose gustose, e poi è un luogo che mi è familiare. L’unico inconveniente è la processione ininterrotta di questuanti: più che altro ragazzi di colore che provano a venderti fazzoletti di carta, o calze, o accendini. L’approccio è sempre uguale, la prendono larga, cercano un contatto cordiale che non mostri un interesse preciso. Poi provano a venderti qualcosa. Se dici di non voler nulla ti chiedono i soldi per mangiare, e il metodo più efficace per liberartene è non considerarli neppure. Lo diceva anche Manganelli nel suo viaggio in India: fingi che non esistano, è l’unico modo per toglierseli di torno alla svelta. Con i primi due mi scusavo e non se ne andavano più, il terzo l’ho ignorato e ha smesso subito. In quel posto ero il VIP, e ciò che il VIP teme di più dagli anonimi estranei sono le richieste. La sera prima erano richieste di attenzioni, di considerazione, di recensioni. Oggi a pranzo soldi.

Ponte alle Grazie

aprile 12, 2012

http://www.rivistastudio.com/editoriali/libri/ponte-alle-grazie/

Il miglior complimento

settembre 8, 2011

Sono apparse diverse recensioni da quando è uscito il libro. Sebbene nessuna lo abbia stroncato, solo poche non mi hanno deluso, fra cui quella di Marco Rossari, che credo abbia reso giustizia al mio lavoro. Ma è mai possibile saziare la fame di riconoscimento di un esordiente? Forse neppure quelli che hanno fatto subito il “botto”, coniugando il consenso della critica alle buone vendite (tipo Paolo Sortino o Maria Pia Veladiano), sono mai paghi.

Mentre lo scrivevo senza uno straccio di contratto avrei brindato a champagne se mi avessero pronosticato quanto poi è successo: la pubblicazione con un buon editore, la distribuzione capillare, la presenza nelle vetrine di alcune librerie, una dozzina di recensioni e nessuna particolarmente “cattiva”, le interviste alla radio, la comparsata in TV… Eppure l’amarezza resta, forse perché un anno di sudore, coliche, bestemmie e notti insonni nel migliore dei casi viene consumato in tre ore di lettura e liquidato in trenta righe di recensione, spesso riassuntive. O forse perché di questo mondo, dall’esterno, prima avevo una visione idealizzata, e poi ho scoperto che è come gli altri, se non peggio. Quello che ti detesta, e si offre di parlarne pubblicamente giusto per dire che “è un gran libro perché non si vergogna di essere melenso, non si vergogna di essere noioso“, e in pratica insomma fa schifo ed è per questo che è bello. Poi c’è chi a parole ti dice che è magnifico, superlativo, e dopo un mese scrive un commentino stitico sul giornale in cui gli unici giudizi di valore sono delle riserve. E ancora quelli che subappaltano lo sputo per pararsi il culo… Lo so, non bisognerebbe lamentarsi, c’è di peggio: chi ha scritto dei bei libri e non l’hanno neppure pubblicato, chi l’hanno pubblicato ma non recensito… Fra le poche soddisfazioni ci metto la scoperta, fatta digitando vanitosamente il titolo su google, che certe biblioteche pubbliche, come quelle della provincia di Mantova o di Verona, possiedono 8 copie ciascuna del romanzo, e 7 sono in prestito. E un complimento, buttato lì su fb quando ancora lo bazzicavo. Lo scrisse Stefano Ciavatta, uno che stimo. Disse: “ora Senza verso non è più solo”. Alludeva alla sua biblioteca, naturalmente, che pare conti più di 4000 volumi, in cui ogni dettaglio, incluso l’accostamento, è studiato e ponderato. Ecco, che il mio libro possa stargli accanto degnamente è un onore che vale i sacrifici e le imprecazioni.

L’altro giorno, mentre ci incrociavamo a Fahrenheit, discutendo sul tema dello sconto del 15% e sul rapporto fra grande distribuzione e piccole librerie, a un certo punto Trevi ha detto: “io e Garufi abbiamo la stessa fascia di mercato“. Anche quello è stato un bel momento. Sono sicuro che lo sarà pure la presentazione del 15 alla Feltrinelli.

fahrenheit bis

settembre 5, 2011

Alle 17 di oggi parlo di libri usati con Emanuele Trevi a Fahrenheit (Rairadio 3).

qui il podcast:

http://www.radio.rai.it/RADIO3/FAHRENHEIT/mostra_evento.cfm?Q_EV_ID=325840

Altra presentazione

settembre 1, 2011