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La casa di Lucio Battisti

settembre 9, 2018

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C’è sempre un legame fra un artista e la sua casa. Il difficile è individuare quale casa, fra tutte quelle in cui ha vissuto, lo rappresenta fedelmente. Poi bisogna capire la ragione di quel legame, scorgere l’intima corrispondenza tra il luogo e la persona, e anche questa non si rivela immediatamente, perché si devono conoscere a fondo entrambi. A volte il motivo può essere evidente, per esempio l’indirizzo, il nome della via, come la rue Linneo a Parigi per il tassonomista Georges Perec. Altre volte il vincolo si nasconde in una circostanza storica apparentemente trascurabile, come il fatto che rue de l’Odeon fu la prima strada della Ville Lumiere a essere dotata di marciapiedi, e infatti in una di quelle mansarde, al civico 21, finì i suoi giorni il peripatetico Emil Cioran. Altre volte ancora è una peculiarità evidente che suscita interrogativi senza risposta, o con troppe risposte, come le case d’angolo di tutta Europa in cui visse Dostoevskij. Per Lucio Battisti la sua vera casa fu la penultima, in largo Rio de Janeiro a Milano, subito prima di tumularsi nella fortezza brianzola per sfuggire ai paparazzi che gli davano il tormento, e in questo caso è il carattere del luogo a rivelarne l’appartenenza. 20180529_172505 (1)

Largo Rio de Janeiro è da sempre una delle vie più discrete di Milano. Sembra più il rimpianto di una piazza che uno slargo, soprattutto per com’era prima che la costruzione di un grande parcheggio ne stravolgesse la fisionomia, arrivando quasi ad azzerare tutto il suo verde ombroso. Si trova nel quartiere di Città Studi, ed è talmente discreto che non sembra neanche una via, ma il breve tratto di un viale che scorre in parallelo alla circonvallazione esterna, una porzione di strada un po’ più ampia del solito cui la toponomastica meneghina ha arbitrariamente attribuito un’identità propria. E infatti qui, fino al 1940, ci abitò pure Carlo Emilio Gadda mentre scriveva uno dei suoi capolavori, La Cognizione del dolore. Sia la casa di Lucio Battisti che quella dell’ingegnere sono prive di placche commemorative, come a voler rispettare la proverbiale riservatezza di due fra gli artisti più schivi e appartati del Novecento. Gadda viveva in un appartamento di un condominio fine 800 di cinque piani, e Battisti abitava in una villetta indipendente con giardino, una di quelle casette anonime su tre piani che furono costruite da una cooperativa edile per ex ferrovieri. Cielo terra, si dice in immobiliarese, a significar che non si han vicini, né sopra né sotto. Gliela trovò l’amico Riccardo Pizzamiglio, un tecnico del suono e uomo di fiducia della Numero Uno a cui Lucio aveva dato istruzioni precise: la casa doveva essere spaziosa ma non lussuosa, in un quartiere tranquillo ma non troppo periferico, e soprattutto con un bel giardino interno. Fra queste mura, durante la prima metà degli anni 70, cioè nel decennio più lungo del secolo breve, Lucio Battisti andò a vivere con Grazia Letizia Veronese e lì nacque loro figlio Luca, oltre a diversi brani indimenticabili come Emozioni, E penso a te ed Il mio canto Grazia_Letizia_Veronese_e_Lucio_Battisti

libero. Così, spinto dalla curiosità di vedere se i luoghi hanno una memoria, se conservano traccia delle vite che ospitarono, se grazie a loro sono cambiati e si sono arricchiti di senso, di significati che ora chiedono di essere trasmessi a chi resta come un testimone o un’eredità, ho suonato al campanello della vecchia casa di Lucio Battisti. Passato qualche secondo ha risposto una voce anziana un po’ incredula, di chi non è abituato a ricevere visite in un tranquillo pomeriggio feriale, e dopo una mia breve presentazione il più rassicurante possibile si è affacciato al portone in strada il signor Giulio, il proprietario attuale. Non mi ha sorpreso la sua diffidenza iniziale, l’essere squadrato, succede sempre così quando vado per case d’artista, mi prendono per un piazzista che cerca di fregarli con la cultura. “È la casa di un uomo solo”, ripeteva scuotendo la testa, “c’è molto disordine”, “un’altra volta, magari”, ma alla fine la mia perseveranza e la qualifica di giornalista hanno vinto i suoi timori, e sono riuscito a entrare promettendo di andarmene subito dopo aver scattato qualche fotografia. 20180529_173035

“Non guardi qui che c’è confusione”, si raccomandava indicandomi la cucina a vista collegata col soggiorno. Gli ambienti sono piccoli e bui, la cucina affaccia sulla strada e il salotto sul giardino interno, ma le finestre sono piccole e schermate da tende. A fianco al camino la tv è accesa. Giulio stava guardando un talk show politico ad alto volume. Sapeva di Battisti fin da quando vi si trasferì, e io non ero il primo a riferirglielo. Tempo addietro qualcuno dell’albergo a fianco lo aveva invitato ad apporre sulla facciata della villetta una targa che segnalasse l’illustre inquilino, stuzzicandolo con la prospettiva di un aumento di valore dell’immobile, ma lui preferisce non essere importunato, teme il fastidioso andirivieni di fan. Nel giardino incolto di pochi metri quadrati ci sono ancora le rose di Battisti, quelle che piantò e che curava come fossero le sue canzoni assieme alla moglie, ma sono poche ed assediate dalle erbacce. Sul muretto di recinzione sosta un gatto pasciuto, e per terra si notano un paio di ciotole piene di croccantini. Giulio è un amante degli animali ma sicuramente non ha il pollice verde. 20180529_173226

D’estate sotto il glicine, pur essendo una pippa e perdendo immancabilmente, Battisti amava trascorrere le domeniche giocando a ping pong con gli amici più stretti: il dentista Renato Artusi, Franco Daldelli, Mario Lavezzi, Alberto Radius, Mogol e Adriano Pappalardo. Qui visse il periodo più prolifico della sua parabola artistica, tanto che i suoi esegeti hanno contato che solo nel 1971, insieme a Mogol, Lucio produsse in media una canzone ogni quindici giorni, fra quelle cantate in proprio e quelle offerte ad altri interpreti. Vengono in mente dei versi di quegli anni, come “pietre un giorno case ricoperte dalle rose selvatiche, rivivono, ci chiamano”, ma la tentazione di associarli a quello che vedo non ha senso, quelle parole non le scrisse lui, sebbene per chiunque ormai siano un tutt’uno inscindibile con le note che le accompagnano. L’unica pianta in salute è un basilico in vasetto. Giulio si accorge del mio interesse e mi dice che per lui non c’è passeggiata estiva più bella di quella dal balcone alla cucina annusando le foglie di basilico appena raccolte, poi sorride e rientrando in soggiorno aggiunge: “io la chiamo la mia promenade”. Dal giardino in abbandono rimbalzo a un giudizio di Walter Chiari, a cui Battisti piaceva perché era diverso dagli altri giovani cantanti dell’epoca, tutti bellini e puliti mentre lui era sempre trasandato e “boschivo”, come se non fosse uscito di casa ma da un cespuglio. In fondo questa casa gli somiglia, anche a distanza di più di quarant’anni. E’ la casa di uno che non faceva il fenomeno e dava il meglio di sé quando si spogliava di tutto, quando si presentava nudo e inerme davanti al pubblico come in “E penso a te”, un brano che presidiò la vetta della classifica per mesi e che in tv Lucio cantò al buio, con gli occhi chiusi, solo voce e pianoforte, una voce intima e corale, a tratti remotissima, come un soffio, un’eco lontana e flebile che giunge da un altrove inaccessibile, e in altri momenti vicinissima, come un bisbiglio all’orecchio, una confidenza.

Stando a quanto disse lui stesso prima di chiudersi nel suo leggendario mutismo, Battisti a casa era un abitudinario. Qui dentro incominciò a dipingere soggetti iperrealisti o pop art e riprese a disegnare fumetti, una delle sue prime passioni. Di solito preferiva comporre al mattino presto, avvolto dal silenzio. Strimpellava la chitarra per ore davanti a questo camino rustico cercando armonizzazioni e accordi strani, mentre nelle notti d’estate, come riferisce il suo amico Pietro Montalbetti dei Dik Dik, dal terrazzo amava guardare le stelle col telescopio e riconoscere le costellazioni. Montalbetti lo frequentò soprattutto nel periodo della gavetta, quello dei sogni di gloria e delle tasche vuote, e racconta alcuni episodi struggenti, come la passione comune per il planetario, dove andavano spesso, forse sognando di diventare delle stelle musicali, o lo stupore fanciullesco provato di fronte ai cancelli opulenti di Villa Invernizzi, nei tardi anni Sessanta, mentre ammiravano l’eleganza dei fenicotteri rosa in quel giardino assurdo nel centro di Milano. Mi rammenta il cortometraggio di Dakota Fanning appena presentato a Venezia, Hello Apartment. Un loft a Brooklyn testimone di gioie, amori e speranze di una giovane donna, le case come contenitori di storie, la memoria che si lega agli spazi in cui viviamo. Ma sono vent’anni che è morto Battisti e ora questa è la casa di Giulio, e i tanti libri sulle mensole, disposti cromaticamente per editore, dagli Struzzi bianchi ai toni pastello degli Adelphi fino alle righine dorate dei Meridiani Mondadori, non mi stimolano alcun collegamento con la presenza del cantore di Poggio Bustone. Battisti non era colto e neppure impegnato, e in quei tempi, i primi anni 70, le canzoni d’amore appartenevano a un genere sospetto, qualcosa di vergognosamente reazionario, così che l’etichetta di destra gli rimase appiccicata addosso, nonostante tutti i suoi amici avessero sempre negato quel tipo di militanza o di simpatie politiche. Bruno Lauzi svelerà in seguito, nel libro Emozioni (Zelig edizioni) che Battisti era politicamente schierato con i Radicali, ma la confutazione più sorprendente arrivò molto tempo prima, precisamente il 18 aprile 1978, perché il piacere di ascoltarlo superava ogni schieramento, ed era più viagradoli

forte anche dell’ideologia. Quel giorno in via Gradoli a Roma, nel pieno del sequestro Moro, fu scoperto un covo delle Brigate Rosse all’interno del quale si nascondevano Mario Moretti e Barbara Balzerani, e dalla perquisizione delle forze dell’ordine saltarono fuori anche diverse musicassette di Lucio Battisti, come fosse un guilty pleasure dei terroristi.

In mezzo ai tanti libri di Giulio, ordinati per colore ma accatastati uno sull’altro per eccedenza, noto un portafoto in peltro dove è ritratto assieme a Giuliano Pisapia davanti a Palazzo Marino. Mi dice che è stata l’ultima volta che si è impegnato in politica, e che sembrano passati secoli da allora, a seguire la politica di oggi. “Nessuno scommetteva sulla sua vittoria”, commento io guardando più da vicino la foto. Giulio distoglie lo sguardo dalla tv e lo appunta nella mia direzione: “Ma lo sa perché vinse?” Emette un sospiro profondo, sospeso, poi si china verso di me e fa: “per la gentilezza”. E dicendolo usa anche un tono gentile, come a rimarcare la novità rivoluzionaria di quell’approccio, ma con l’aria che tira sembra che parli di una moneta fuori corso, qualcosa di vecchio e superato che susciterebbe compatimento e ilarità, come il c.d. buonismo. A sentire i racconti dei suoi amici più cari, anche Lucio Battisti era una persona gentile e mite, sebbene di una mitezza ruvida. Solo l’assedio dei paparazzi e le contestazioni del pubblico riguardo al suo disimpegno, oltre al tentato rapimento del figlio in un parchetto qui vicino, lo resero intrattabile ai limiti del paranoico, talmente geloso della sua privacy da rifiutarsi di firmare autografi a chiunque, amici e conoscenti compresi. Queste mura conservano le risate di quelle partite a ping pong, l’odore del caffè appena sveglio, i primi vagiti del piccolo Luca? FB_IMG_1537436659147

Chi lo sa. Forse è colpa di Walter Benjamin se sono qui, quando si interrogava se “non c’è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un’eco di voci ora mute”, o forse è solo il desiderio di vedere il mondo esattamente dallo stesso angolo dal quale fu visto e cantato dall’artista che mi fece da bussola quando ero giovane. Ad ogni modo si è fatto tardi. Prima di uscire chiedo a Giulio che sogni fa in questa casa, e lui risponde che da quando è vedovo ha smesso di sognare. Sua moglie è morta due anni fa, aggiunge, soffriva di artrite reumatoide da tanto tempo. Mi mostra alcune sue foto incorniciate e appese sopra una mensola. Ritraggono una donna prosperosa, bionda, sempre allegra, piena di vita. In una Giulio dice che indossava il suo abito preferito, “verde Mursia, come i suoi occhi”. opere-leopardi-milano-gruppo-mursia-editore-1967-5e35979b-37f3-48d1-826f-cd334da45710

Lì per lì rimango interdetto, ci metto un po’ a capire che non si riferisce a una regione spagnola, come nell’espressione “blu di Prussia”, ma all’editore. Io gli unici libri che possiedo di Mursia sono gialli, di un giallo limone, due monografie tascabili. Quell’espressione mi risuonerà a lungo in testa, per quanto suggerisce dei libri e del suo rapporto con la moglie scomparsa. “Magari è solo che non li ricorda, i sogni”, ho provato io. Il suo sorriso mite ha assunto una piega dura e rappresa. “No”, mi dice sulla porta salutandomi, “qualcosa resterebbe”.

(pubblicato in una versione ridotta il 6/9 su il Foglio)

 

 

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Las cosas que no hay que ver

maggio 1, 2018

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Alla fine del 1949 per Cortazar comincia a concretizzarsi la possibilità del tanto sospirato viaggio in Europa. L’ha programmato da tempo e non sarà una semplice vacanza, ma il giro di ricognizione per decidere se il suo sogno di stabilirsi definitivamente nel vecchio continente è fattibile o meno. Ha bisogno di consigli pratici, in particolare dagli amici che ci vivono, come Fredi Guthmann, che sta a Parigi. Allora gli scrive chiedendogli espressamente “las cosas que no hay que ver” della ville lumiere.

La mia passione per il cronopio maximo si deve anche a queste piccole cose, non solo alla sua maestria letteraria. Anni fa, prima di leggere quella lettera avevo progettato di scrivere una guida turistica in negativo, una specie di baedeker incentrato sui luoghi di Roma da evitare. Non un must see insomma, piuttosto un must avoid. Il titolo provvisorio era un po’ forte ma di grande effetto, Posti demmerda, poi gli amici mi convinsero a desistere per l’alto rischio di denunce, sebbene la pratica di parlar male di un locale sia oggi ampiamente accettata ed esercitata, come dimostrano le tante stroncature spietate che si possono leggere su Tripadvisor.

Come Cioran, io credo nel valore didattico degli esempi negativi (e ci crede pure Claudio Giunta, autore del manuale Come non scrivere, edito da Utet), e penso che i disgusti siano meno datati dei gusti, che ciò che non ci piace ci appartenga e ci aderisca molto più fedelmente di ciò che ci piace, oltre a resistere più a lungo ai nostri cambiamenti d’umore e di opinione. Il no è diretto, immediato, non accondiscende, non indora la pillola, non vuol far bella figura, è l’opposizione ostinata di Bartleby (vedi anche l’elogio del no contro il sì nella lettera che Melville scrisse al suo vicino Hawthorne), il rifiuto del bimbo di condividere i suoi giocattoli con gli amichetti, nasce dal sangue e dalle viscere, prorompe senza filtri né calcoli fregandosene delle convenienze e delle buone maniere, e infatti, come diceva Emily Dickinson, no è la parola più selvaggia del dizionario (questo me lo ha ricordato Nel cuore della notte, il nuovo, bellissimo romanzo di Marco Rossari). O no?

Un mio pezzo allegro sul Foglio

aprile 6, 2018

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Il patrono dei falliti

dicembre 13, 2017

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Quando qualcuno s’interessa ai miei libri so che è “fregato”, che in lui qualcosa si è rotto, che nella vita non riuscirà a “cavarsela”. Io non attiro che vinti. Il santo patrono dei falliti. (Quaderni, Adelphi, pag. 1055)

Walter Siti a fahrenheit

maggio 8, 2017

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Il fenomeno moderno per eccellenza è costituito dalla comparsa dell’artista intelligente. Se poeta, commenta le sue opere, le spiega, l’idea di poesia è diventata la sua materia poetica, la sua fonte di ispirazione. […] Ogni artista oggi è roso dai problemi, è diventato il critico di se stesso, come l’uomo qualunque lo psicologo di se stesso.

(Emil Cioran, Quaderni, Adelphi)

Improvvisamente

maggio 23, 2016

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Tempo fa seppi che dei lessicografi americani avevano condotto una ricerca sulle parole più frequenti presenti nei libri gialli, e al primo posto risultava suddenly, “improvvisamente”. Ecco, se dovessi dire un motivo per cui non amo quel genere letterario, indicherei proprio l’eccesso di svolte, agguati e colpi di scena, che trovo poco verosimili. Nella vita delle persone ordinarie gli “improvvisamente” sono rari, e quando capitano non vengono certo annunciati con squilli di tromba. Inoltre, usare spesso espedienti di quel tipo è un modo troppo facile per tener desta l’attenzione del lettore, e alla lunga la satura. Ma la nostra è una società dominata dall’horror vacui, come dimostra il cartello posto al principio della strada che attraversa Great Basin, l’enorme depressione desertica statunitense, una specie di vertigine orizzontale, in cui si avvisano i viaggiatori che per le prossime ventidue miglia non troveranno “assolutamente niente”. Non che le sorprese siano del tutto assenti nella grande letteratura, però di solito vengono nascoste fra le pieghe della routine, in vite all’apparenza piatte e desolate come quella di Stoner, il protagonista dell’omonimo romanzo di John Williams. Lo stesso vale per i grandi artisti come il rumeno Cioran, che sui suoi Quaderni annotava soprattutto ciò che non era successo: le occasioni mancate, i progetti falliti, le rinunce; o per il Pontormo, che mentre dipingeva il coro di San Lorenzo scriveva sul suo diario: “oggi feci non so che”.

Il vero sconforto

gennaio 9, 2010

Che sconforto, leggere Contro i maestri dello sconforto (Nancy Huston, excelsior 1881, pp. 413, E 16,50). E che pena, scoprire che un critico importante come Carla Benedetti (qui) abbia trovato “bello” e “coraggioso” questo saggetto dilettantesco e imbarazzante che cerca di liquidare, con argomentazioni risibili, dei giganti della letteratura come Thomas Bernhard (paragonato addirittura a Hitler), Samuel Beckett, Emil Cioran, Milan Kundera, Elfriede JelinekMichel Houellebecq. Due brevi considerazioni: la prima è che a volte dietro un grande uomo (Tzvetan Todorov, per es.) non c’è proprio niente, al massimo un trolley. E la seconda, di Thomas Mann, che ci ricorda che “ogni grande libro contro la vita costituisce un’irresistibile seduzione a viverla ancora più intensamente”.

Il marchio del reduce

ottobre 13, 2009

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Il mio più caro amico nell’ambiente della scrittura, e la persona che sento più spesso in questi ultimi anni, è Franz Krauspenhaar. Siamo molto diversi in tante cose: lui è un impulsivo che si getta a capofitto nelle situazioni e nei rapporti, io sono frenato da mille diffidenze.  Ciò che ci lega profondamente è la comune condizione di reduci. Chi, come noi, ha avuto un familiare che si è tolto la vita, si riconosce subito. Non parliamo mai di questa cosa, entrambi ci confessiamo solo tramite la scrittura. Insieme sembriamo due simpaticoni, che ridono e scherzano su tutto, ma è un’atteggiamento guascone che poggia le sue fondamenta sulla disperazione. A volte lui mi ricorda Gascoigne, il calciatore inglese.

Dico questo per spiegare come i reduci non possano non essere tormentati da quell’assillo. E’ un ricordo indigesto, un grumo nero che non è stato metabolizzato e rimane lì, in un cantuccio, manifestandosi carsicamente nei momenti e nei modi più impensati. Il mio è una curiosità morbosa verso chi ha fatto quella scelta, o quella rinuncia. Ne scrivo spesso, come di recente per David Foster Wallace. Ho pure studiato a fondo le biografie di scrittori e artisti suicidi che non stimavo particolarmente. E’ il caso di Emilio Salgari e la sua famiglia, una dinastia di suicidi, dato che si uccisero lui, suo padre e due suoi figli. Oppure quella sottocategoria che include chi se ne andò ringraziando, come Tancredi Parmeggiani e Violeta Parra.

Ma lo stesso interesse lo rivolgo pure alle persone normali. In questi giorni un parrucchiere di Monza, che aveva il negozio in via Tommaso Grossi, da dove passo di frequente in macchina per lavoro, si è impiccato per i debiti. Mi sono fermato a guardare la sua bottega, il cartello “chiuso per lutto”, mi sono informato sulla composizione della sua famiglia. Ma l’episodio più inquietante è forse quello di tre sorelle genovesi, tutte nubili. Una di queste nel 1976 si tolse la vita col gas, avvelenando anche la loro. Le altre due, Beatrice e Piera Ruà, le sopravvissero trent’anni, finché il 30 Maggio 2006, ormai pensionate, s’impiccarono nella scaletta di un rimessaggio per le barche, lasciando un biglietto laconico che diceva: “eravamo segnate”.  Il segno, per me, non è il medesimo destino tragico, ma semplicemente un’ossessione dalla quale non ci si libera, perché quell’evento luttuoso diventa uno spartiacque. Magritte ebbe una sorte simile. La madre, quando era un ragazzino, si buttò in un fiume. Fu ripescata con la veste attorcigliata intorno al viso, e questa immagine ritorna spesso nei suoi dipinti. Io esorcizzo i miei demoni leggendo autori come Cioran o scrivendone ogni tanto, quello è il mio modo di tenere a bada l’ossessione. Scriverne non significa annunciare il peggio, è solo un amaro rimuginare, il tentativo di strapparsi quel velo che offusca la vita. Come diceva Thomas Mann, ogni libro contro la vita costituisce un’irresistibile seduzione a viverla ancora più intensamente.