Posts Tagged ‘Fabio Fazio’

La dittatura di Linneo

febbraio 27, 2013

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Linneo è il nume tutelare della letteratura italiana, tanto che il destino di un autore o di un libro, nel bene o nel male, ormai lo determina l’etichetta che gli viene affibbiata. Gomorra di Roberto Saviano fu l’incunabolo di questa ossessione tassonomica. Alla vigilia della sua pubblicazione, quando stava ancora venendo editato, il futuro best seller era considerato a ragione dai dirigenti di Segrate un reportage, quindi classificato nella saggistica. Lo scrittore Giuseppe Genna, sul blog Nazione Indiana, rivelò in quei giorni di aver “speso parecchia energia al telefono per perorare la causa del posizionamento in narrativa con gli amici editor di Mondadori”, riuscendo alla fine a convincerli. Il vantaggio sarebbe stato duplice. Da una parte il marchio di romanzo è reputato più nobile di quello di saggio, perché per il primo è necessaria la creatività, mentre nel secondo si espongono solo delle opinioni, e dall’altra ne garantisce un più facile accoglimento da parte del pubblico. Infatti statisticamente in Italia, tranne rare eccezioni (come La casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella) le classifiche di vendita sono dominate da opere di narrativa.

Stefano Bartezzaghi su Repubblica fu tra i primi a notare quanto contasse l’etichetta del genere letterario, sottolineando come nella prima apparizione al programma Che tempo che fa, sia Saviano che Fazio sembrassero “ansiosi soprattutto di evitare anche il minimo sospetto che potesse trattarsi di un saggio”, fino ad arrivare alle soglie del vietissimo “si legge come un romanzo”. In questo senso appare speculare la fortuna di Qualcosa di scritto, il bel romanzo di Emanuele Trevi che sfiorò la vittoria all’ultima edizione del Premio Strega, ma i cui dati di vendita non sortirono l’effetto desiderato, forse perché nella medesima trasmissione il libro venne azzoppato da Fazio, che lo presentò alla stregua di un saggio di critica letteraria su Petrolio di Pasolini.

Tornando a Gomorra, uno degli aspetti più curiosi di quella contesa classificatoria fu che i suoi estimatori più fanatici si ritrovarono alla fine d’accordo con i suoi peggiori detrattori. Successe durante il comizio con Fausto Bertinotti a Casal di Principe. Lì Saviano venne accolto dall’ostilità dei parenti dei boss camorristici, e riferì che alcuni guappi in motorino gli si erano avvicinati complimentandosi ironicamente per il fatto che aveva scritto “un bel romanzo”, ovviamente nell’accezione negativa di opera di pura fantasia, quindi priva di valore come atto di denuncia.

Ma la dittatura di Linneo va oltre le librerie, e ha colonizzato non poche pagine culturali dei quotidiani. L’etichetta giusta determina il destino di un libro ma anche di un autore, gli attribuisce un’identità e a volte gli impone un canovaccio. E’ il caso di Igiaba Scego, scrittrice italiana di origine somale la cui presenza sembra sollecitata dai giornali (come in suo recente articolo per “La Lettura” del Corriere) solo in virtù del suo ruolo di testimone della letteratura migrante, con un copione sempre identico che prevede che a quella chiamata lei debba rispondere per rifiutare recisamente l’etichetta, che in realtà è la sua ragione d’essere, il motivo per cui l’hanno interpellata. Basta scorrerne la bibliografia per rendersene conto. Nel 2003 vince il premio Eks&Tra degli scrittori migranti con il suo racconto Salsicce, e pubblica il suo romanzo d’esordio, La nomade che amava Alfred Hitchcock. Nel 2005 un altro suo racconto compare nella raccolta intitolata Pecore nere edita da Laterza. Due anni dopo cura assieme a Ingy Mubiayi la raccolta Quando nasci è una roulette. Giovani figli di migranti si raccontano. Dal 2007 al 2009 tiene per la rivista “Nigrizia” la rubrica di opinioni I colori di Eva. Sempre nel 2007 partecipa all’antologia Amori Bicolori; quindi nel 2010 scrive Oltre Babilonia. E infine nel 2010 La mia casa è dove sono, romanzo autobiografico che descrive una famiglia sparsa tra Somalia, Gran Bretagna e Italia.

Sorte non dissimile è quella di Gianni Biondillo, la cui etichetta di giallista milanese (a dispetto della sua nutrita e varia produzione letteraria) lo rende una firma appetibile del Corriere ogni qual volta si verifica nel capoluogo lombardo qualche delitto irrisolto, quasi che la sua abilità nel tessere trame criminali e investigative lo accreditasse come esperto in grado di svelare il nome dell’assassino. In un’epoca in cui ci si riempie la bocca con termini quali “ibrido”, “meticcio” e “anfibio”, e ci si dichiara a parole fieri paladini della letteratura no logo, sarebbe il caso di abbandonare questa libridine rubricatoria, perché la buona scrittura, se è tale, può far a meno di colori ed etichette.

(pubblicato su l’Unità il 20/2/2013)

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Una vera scrittrice

novembre 24, 2012

di Luigi Mascheroni

Rassicurando i lettori italiani, con un tweet che vale più di qualsiasi stroncatura, qualcuno ha ironizzato: «Philip Roth ha smesso di scrivere? Niente paura, la Littizzetto continua».

Senza ironia, invece, ma scivolando nel grottesco, su La Stampa di qualche giorno fa Gabriele Ferraris ha recensito il nuovo libro di Luciana Littizzetto Madama Sbatterflay (Mondadori) parlandone come di un «evento editoriale», «perché stiamo parlando di una vera scrittrice», una scrittrice con «quel suo inconfondibile stile, quella sua voglia di raccontare vizi e vezzi della contemporaneità con disincanto e, insieme, passione». «Una scrittrice vera». «Con buona pace dei critici spocchiosi».

Con buona pace dei critici di bocca buona, Luciana Littizzetto non è una scrittrice. È una comica di successo che scrive sketch raccolti in un libro. Che è un’altra cosa. Brevi monologhi pensati per il palcoscenico televisivo e finiti in pagina, che in alcuni casi fanno ridere, in altri no. Madama Sbatterflay, ad esempio, a parte il capitolo-sketch «Appello agli uomini», non a caso anticipato dalla Stampa, non fa ridere. Capita. Capita anche, però, e sempre più spesso purtroppo, che si tenti di far passare una brava cabarettista-attrice per scrittrice tout court, soltanto perché pubblica un libro, o collabora con un quotidiano. Soltanto per caso lo stesso che lo recensisce, gridando al capolavoro. Facendo tre danni in un colpo solo: a chi scrive il pezzo e al giornale che lo pubblica, che si coprono di ridicolo; al recensito, che di sicuro ha un senso delle proporzioni e dell'(auto)ironia superiore al recensore; e al lettore, che crede di avere di fronte Achille Campanile, o Carletto Manzoni, o anche solo il Paolo Villaggio di Fantozzi, e invece si ritrova in mano un libro della Littizzetto. Che peraltro s’intitola Madama Sbatterflay, dove la «madama» è proprio quella cosa lì, la fissazione, più che degli uomini, di tante donne, che la mettono in mostra ogni volta che possono, al cinema, sui calendari, in televisione, su Internet e nei libri, come questo, dove si parla solo di “quella”, declinandola in tutti i sinonimi, le allusioni e le situazioni possibili, come da titoli dei capitoli: «La jolanda con la permanente», «La farfallina», «Imene perenne», «Le smutandate». Oppure, con un ribaltamento di Walterschauung, passando da “quella” a “quello”: «Il bell’addormentato nei boxer», «Il pacco in bagno», «Il bandolero stanco», «Preservativi griffati per walter di classe». Dove il “walter” è esattamente quel coso lì, per il quale le donne hanno una vera fissazione.

Fissata per gli organi genitali, maschili e femminili, per tutte le sfumature possibili dei rapporti sessuali, per «Supposte miracolose», «Auto a pipì», «Cremine anticoncezionali», «Chi arriva prima» all’orgasmo, «Le tette di Kate», «Lo scaldawalter», «Il piscivelox» (sono i titoli dei rimanenti capitoli), la Littizzetto usa ed abusa, e stufa, del genere porn-mom. Che non ha mai tirato così tanto. Luciana Littizzetto non è una mamma, neppure porno, eppure ci gioca pensate col gioco più vecchio del mondo. Senza neppure una particolare originalità. Ma con un supporto mediatico, alimentato dal potentissimo salotto editoriale di Fabio Fazio, che la lancerà nella top ten delle classifiche di vendita prima della fine della settimana. E tutto questo col pericolosissimo supporto di certi critici compiacenti cui sfugge il senso della misura, e lo sconfortante smarrimento dei lettori che rischiano di confondere, come già sta succedendo in politica, un comico per un genio.

Non basta scrivere un libro per essere scrittori. E non basta leggerlo per essere dei critici. La lettura, notoriamente, è qualcosa di più complesso. Soprattutto «la Lettura», l’inserto culturale della domenica del Corriere della Sera: un supplemento ricchissimo, molto curato e corposo, che parla di libri e letteratura, di media e nuovi linguaggi, che guarda all’arte, alla storia, alla filosofia, al design con firme prestigiose, italiane e internazionali. Domenica scorsa ha festeggiato il suo primo compleanno sul palco della leggendaria sala Buzzati, a Milano. E chi era l’ospite d’onore della festa del più importante inserto culturale del più prestigioso quotidiano italiano, seduta accanto al direttore Ferruccio de Bortoli? Luciana Littizzetto. Non una grande firma della «Lettura»: Claudio Magris, o Francesco Piccolo, o Alessandro Piperno, o Erri De Luca… No. Luciana Littizzetto. Avvalorando l’idea – scorretta e pericolosa, e di certo neppure condivisa dalla diretta interessata – che si tratti di una grande scrittrice. E può essere una giustificazione il fatto che i libri della Littizzetto vendano molto? Difficile. Altrimenti E.L. James, l’autrice di Cinquanta sfumature di grigio, dovrebbe dirigere il supplemento letterario di The Times. Cosa che non è. In Inghilterra. Ma in Italia, chi può dirlo?

Il Premio Strega a Trevi

giugno 30, 2012

Fra cinque giorni ci sara’ la cerimonia di assegnazione del Premio Strega e io spero che lo vinca Emanuele Trevi. Sono convinto che sia uno dei migliori scrittori italiani e che meriti di vincerlo da anni. Qualcosa di scritto e’ un bellissimo libro, ma non e’ l’unico suo a meritare un riconoscimento cosi’ importante. Senza verso, per esempio, non era da meno. Lo so, scriviamo per lo stesso editore, ma la mia stima per lui come critico e narratore data da molto prima, e sull’archivio di questo blog fortunatamente ve n’e’ traccia. Quando mesi fa seppi dal mio editor che candidavano Trevi allo Strega, temetti che non avesse possibilita’ di vincere. Ponte alle Grazie fa parte del Gruppo GeMS, il terzo gruppo editoriale italiano, e certi rapporti di forza pesano allo Strega, se no non si spiegherebbe come mai i vincitori degli ultimi anni appartenessero ai gruppi Mondadori-Einaudi e Rizzoli-Bompiani. Scrivere per GeMS, al di la’ del valore di cio’ che si e’ scritto, allo Strega in genere garantiva non piu’ di un onorevole terzo posto, come dimostrano Matteo Nucci e Bruno Arpaia (e comunque non senza un notevole lavoro lobbistico sottorraneo). Ma nel suo caso esiste una convergenza d’interessi che potrebbe bypassare questo handicap. Primo il fatto che fra poco uscira’ un libro di Trevi per Einaudi Stile Libero (come ha annunciato Paolo Repetti su facebook), bissando cosi’ il suo esordio narrativo (I cani del nulla). E questo prossimo libro di Trevi beneficerebbe molto della vittoria dello Strega – forse addirittura piu’ di Qualcosa di scritto, che ha il difetto di presentarsi con un look un po’ ostico da saggio di critica letteraria su Pasolini, tanto che Fazio a Che tempo che fa lo azzoppo’ dicendo che per apprezzarlo era necessario leggere Petrolio – in una certa misura ricompensando Einaudi della sconfitta di Marcello Fois, il suo autore ufficiale. E inoltre il fatto che un einaudiano di ferro come Ernesto Ferrero, che lavoro’ pure per Mondadori, in occasione del Salone del Libro ha fatto un sorprendente endorsement appoggiando la candidatura di Trevi. Insomma, secondo me ce la potrebbe fare.

Baricco oratore

giugno 4, 2012

Un’ora e sei minuti, senza annoiare mai. Conosco scrittori che scambiano il situazionismo per l’animazione da villaggio vacanze, e così fanno i saltimbanchi alle presentazioni, convinti che il pubblico vada intrattenuto non tanto con le parole, ma con le smorfie, gli abiti da pagliaccio, le performance; e ciononostante li si segue con grande sforzo. Qui invece c’è un uomo in camicia seduto a una poltrona: non si alza mai, il registro è monocorde, ogni tanto beve dell’acqua poggiata sul tavolino davanti. L’unico intrattenimento è l’intelligenza delle sue osservazioni, il modo semplice con cui le esprime, la passione che trasmette. Capisci perché il suo programma sui libri aveva successo, e perché ha fondato una scuola di scrittura: sa parlare e sa farsi ascoltare. Non è un talento da poco, soprattutto se si ha intenzione di comparire in tv. Da Fazio qualche mese fa era ospite uno dei migliori scrittori della mia generazione e non aveva un briciolo di quell’attrattiva, pur essendo infinitamente più bravo a scrivere di Baricco. Il punto è che le due cose non sono connesse. La narrativa di Baricco non ha grande spessore, ma lo ascolto sempre con attenzione. Spesso non condivido quanto dice. Per esempio qui lamenta la bruttura di alcune abbreviazioni del gergo adolescenziale da sms, come fossero i sintomi di un evidente atrofizzazione del pensiero, mentre sono perfettamente in linea con le abbreviazioni antiche, perché in entrambi i casi l’economia espressiva era dettata da esigenze economiche e di spazio (come insegna l’epigrafia). Ma non conta questo, o conta fino a un certo punto. Conta che chiunque debba parlare in pubblico (e il mestiere di scrivere a volte lo comporta) ha qualcosa da imparare ascoltandolo e studiandolo, a partire da come ti fa sentire partecipe della costruzione del discorso, che non risulta mai ripetuto a macchinetta o calato dall’alto, ma sembra faticosamente imbastito lì per lì apposta per te. E vale la pena ascoltarlo anche quando dice solenni sciempiaggini, come il paragone con Del Piero (al 45’40” sostiene che l’autobiografia di Del Piero in vetta alle classifiche di vendita è come se lui giocasse a calcio in una partita importante e alla fine Sky lo premiasse come miglior giocatore del match; stabilendo così un’equazione, a lui molto favorevole, fra qualità e vendite).

Sliding roles

aprile 19, 2012

Ieri sera sono andato a Fandango Incontro, in via dei Prefetti a Roma, per la presentazione dell’ultimo, bellissimo romanzo di Emanuele Trevi (Qualcosa di scritto, Ponte alle Grazie). Il locale era pieno di VIP, l’evento era chiaramente mondano. In seguito all’intervista da Fazio e all’ufficializzazione di concorrere per lo Strega, Trevi è entrato di diritto nel bel mondo, dopo aver stazionato a lungo fra i talenti di nicchia, molto apprezzati da pochi eletti ma sconosciuti al grande pubblico. Ancora la scorsa primavera, al tempo in cui ultimavo l’editing del mio libro, ricordo che lui stava partendo col mio editor alla volta della Grecia per scrivere la seconda parte del suo libro, quella dedicata ai riti eleusini. Mentre stavano in traghetto, gli spedii un sms riferendo della polemica apparsa su Saturno (l’ex inserto letterario del Fatto Quotidiano), dove alcuni scrittori milanesi polemizzavano con i colleghi romani su quale fosse la città editorialmente più importante. Fra i primi, ricordo che uno dei meno diplomatici fu Alessandro Bertante, che, forse ringalluzzito dai buoni risultati del suo Nina dei lupi, intimò al capitolino Trevi di tacere, liquidandolo come un autore “da 800 copie”.

Sul palco i presentatori erano diversi. Gianni Borgna, Walter Siti, Paola Pitagora che recitava alcuni brani, Concita De Gregorio, Marino Sinibaldi, oltre naturalmente a Trevi. Sotto (in tutti i sensi), un centinaio di anonimi spettatori come me ascoltava pazientemente i vari interventi. Alle 23 è finito tutto e ordinary people e VIP si sono mischiati intorno al buffet preparato sul lungo tavolo rettangolare. Lì è partito l’arrembaggio, i tentativi più o meno timidi di alcuni di abbordare i VIP, di solito partendo dai complimenti. Magari era solo una mia impressione, ma mi ha un po’ infastidito la diffidenza e il malcelato atteggiamento di degnazione che questi destinavano agli estranei, e così dopo un po’ me ne sono tornato a casa.

Oggi ho pranzato con la mia compagna da Antonini, il bar pasticceria in Prati. Stavamo nei tavolini all’aperto, sul marciapiede, era una bella giornata di sole. Mi piace andare lì, ci sono cose gustose, e poi è un luogo che mi è familiare. L’unico inconveniente è la processione ininterrotta di questuanti: più che altro ragazzi di colore che provano a venderti fazzoletti di carta, o calze, o accendini. L’approccio è sempre uguale, la prendono larga, cercano un contatto cordiale che non mostri un interesse preciso. Poi provano a venderti qualcosa. Se dici di non voler nulla ti chiedono i soldi per mangiare, e il metodo più efficace per liberartene è non considerarli neppure. Lo diceva anche Manganelli nel suo viaggio in India: fingi che non esistano, è l’unico modo per toglierseli di torno alla svelta. Con i primi due mi scusavo e non se ne andavano più, il terzo l’ho ignorato e ha smesso subito. In quel posto ero il VIP, e ciò che il VIP teme di più dagli anonimi estranei sono le richieste. La sera prima erano richieste di attenzioni, di considerazione, di recensioni. Oggi a pranzo soldi.