Posts Tagged ‘Francesco Piccolo’

Vip, nessuno e centomila post: la mistica della bêtise

giugno 12, 2015

eco

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». Questo ha dichiarato Umberto Eco, ricevendo la laurea honoris causa in Comunicazione dall’Università di Torino. Ovviamente molti, sia su facebook che su twitter, sentendosi chiamati in causa hanno replicato con toni risentiti, sebbene Eco non fosse nuovo a uscite del genere. Tempo addietro infatti aveva detto che “il bello dell’anarchia di internet è che chiunque ha diritto di manifestare la propria irrilevanza”, mentre prima ancora su diverse Bustine di Minerva aveva denunciato gli svarioni dilettanteschi di Wikipedia e la proliferazione delle bufale in rete. Liquidare il tutto come fosse uno sfogo dell’età o un rigurgito di luddismo verso un mondo che non comprende più sarebbe sbagliato. La sua presa di posizione e le polemiche che ha suscitato non sono il frutto di uno conflitto generazionale o la riedizione di apocalittici e integrati, ma l’ultima frontiera della lotta di classe. Una lotta di classe sui generis, con nuovi attori e nuove armi, in cui non si fronteggiano classi sociali separate dal censo, dai natali illustri o dal grado d’istruzione, bensì due categorie umane all’apparenza diversissime: quella dei personaggi famosi e quella dei comuni mortali. I primi sarebbero gli unici aventi diritto di parola, inteso come diritto di parlare a un vasto uditorio, mentre i secondi dovrebbero limitarsi ad ascoltare. Ma l’erosione del principio di autorità è cominciata ben prima dell’avvento della rete. Fu in televisione che apparvero i primi tuttologi con un linguaggio da bar come Luca Giurato, perché era la simpatia l’unica qualità indispensabile, e se c’era quella il resto non serviva. Ma quel tipo di rapporto col pubblico non rimase confinato nel piccolo schermo. Oggi al corsivista del quotidiano non si chiede di essere scomodo o di provocare, ma d’incarnare la vox populi; basta leggere i pezzi di Francesco Piccolo. La figura dell’intellettuale come coscienza critica del Paese è sparita ed è inutile lamentarsi troppo, perché l’intellettuale somiglia al coniuge ricco, che non è mai così benaccetto come quando se ne può denunciare la scomparsa. È la sua funzione precipua, il mancare. Se la “rilevanza” sociale è questa, e si misura sul pubblico a disposizione, allora i social network che Eco tanto deplora si basano sulla medesima gerarchia, come dimostrano le classifiche dei vip con più followers su twitter. Il problema è che ora i Pinco Pallini non parlano più a una decina di avventori del bar, ma possono rivolgersi anche a un migliaio di contatti, e quel che è davvero intollerabile possono sfruttare parassitariamente l’uditorio del vip, commentando un suo articolo sulla versione on line del giornale o replicando a un suo tweet. In questo scontro, conviene rammentare che i vip e i nessuno sono categorie relazionali. Ciascuna detiene il senso dell’altra e insieme vivono un rapporto osmotico, in cui entrambi hanno bisogno degli altri per esistere sebbene ne diffidino fortemente, come fossero uniti dalla reciproca avversione e dal mutuo sospetto (il vip teme sempre che l’adulazione sia interessata, ma senza fan non sarebbe tale). A riprova di ciò ricordo che una domenica pomeriggio, di ritorno da una passeggiata in centro, in piazzale Flaminio a Roma sentii un uomo che parlava a voce alta al cellulare. Mi voltai per vedere chi fosse ma questi portava gli occhiali scuri e un cappello da baseball schiacciato sulla fronte, come a volersi nascondere, però il timbro baritonale e quello che diceva (l’organizzazione di uno spettacolo teatrale che stava per andare in onda in televisione) lo tradivano senza esitazioni. Era l’attore Enrico Brignano, che temeva e al contempo sperava di essere riconosciuto. In questo gioco delle parti l’imbecillità non è il lato oscuro della fama, il prezzo della notorietà, ma la sua essenza, e la frequentazione dei social network lo ha reso ormai evidente. Un fondo di stupidità bestiale riguarda in egual misura chi gode di quel privilegio e chi vi aspira, ecco perché la bêtise è la forza motrice della storia e del progresso, tanto che “tutti i grandi uomini sono bêtes”, come sapevano bene quei grand’uomini di Flaubert e Baudelaire. Umberto Eco in questo senso non fa eccezione, lui appartiene totalmente al nostro tempo, non foss’altro per la costante preoccupazione di distanziarsene. I saggi del primo e secondo Diario minimo dopo tanti anni restano ancora attuali perché dimostrano che tutto può nutrire la curiosità e offrire pretesto per soddisfarla: il memorabile e l’insignificante, il sublime e la paccottiglia, il paradosso arguto e la tautologia spicciola, e solo facendoci i conti si può sperare di capirci qualcosa.

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Una vera scrittrice

novembre 24, 2012

di Luigi Mascheroni

Rassicurando i lettori italiani, con un tweet che vale più di qualsiasi stroncatura, qualcuno ha ironizzato: «Philip Roth ha smesso di scrivere? Niente paura, la Littizzetto continua».

Senza ironia, invece, ma scivolando nel grottesco, su La Stampa di qualche giorno fa Gabriele Ferraris ha recensito il nuovo libro di Luciana Littizzetto Madama Sbatterflay (Mondadori) parlandone come di un «evento editoriale», «perché stiamo parlando di una vera scrittrice», una scrittrice con «quel suo inconfondibile stile, quella sua voglia di raccontare vizi e vezzi della contemporaneità con disincanto e, insieme, passione». «Una scrittrice vera». «Con buona pace dei critici spocchiosi».

Con buona pace dei critici di bocca buona, Luciana Littizzetto non è una scrittrice. È una comica di successo che scrive sketch raccolti in un libro. Che è un’altra cosa. Brevi monologhi pensati per il palcoscenico televisivo e finiti in pagina, che in alcuni casi fanno ridere, in altri no. Madama Sbatterflay, ad esempio, a parte il capitolo-sketch «Appello agli uomini», non a caso anticipato dalla Stampa, non fa ridere. Capita. Capita anche, però, e sempre più spesso purtroppo, che si tenti di far passare una brava cabarettista-attrice per scrittrice tout court, soltanto perché pubblica un libro, o collabora con un quotidiano. Soltanto per caso lo stesso che lo recensisce, gridando al capolavoro. Facendo tre danni in un colpo solo: a chi scrive il pezzo e al giornale che lo pubblica, che si coprono di ridicolo; al recensito, che di sicuro ha un senso delle proporzioni e dell'(auto)ironia superiore al recensore; e al lettore, che crede di avere di fronte Achille Campanile, o Carletto Manzoni, o anche solo il Paolo Villaggio di Fantozzi, e invece si ritrova in mano un libro della Littizzetto. Che peraltro s’intitola Madama Sbatterflay, dove la «madama» è proprio quella cosa lì, la fissazione, più che degli uomini, di tante donne, che la mettono in mostra ogni volta che possono, al cinema, sui calendari, in televisione, su Internet e nei libri, come questo, dove si parla solo di “quella”, declinandola in tutti i sinonimi, le allusioni e le situazioni possibili, come da titoli dei capitoli: «La jolanda con la permanente», «La farfallina», «Imene perenne», «Le smutandate». Oppure, con un ribaltamento di Walterschauung, passando da “quella” a “quello”: «Il bell’addormentato nei boxer», «Il pacco in bagno», «Il bandolero stanco», «Preservativi griffati per walter di classe». Dove il “walter” è esattamente quel coso lì, per il quale le donne hanno una vera fissazione.

Fissata per gli organi genitali, maschili e femminili, per tutte le sfumature possibili dei rapporti sessuali, per «Supposte miracolose», «Auto a pipì», «Cremine anticoncezionali», «Chi arriva prima» all’orgasmo, «Le tette di Kate», «Lo scaldawalter», «Il piscivelox» (sono i titoli dei rimanenti capitoli), la Littizzetto usa ed abusa, e stufa, del genere porn-mom. Che non ha mai tirato così tanto. Luciana Littizzetto non è una mamma, neppure porno, eppure ci gioca pensate col gioco più vecchio del mondo. Senza neppure una particolare originalità. Ma con un supporto mediatico, alimentato dal potentissimo salotto editoriale di Fabio Fazio, che la lancerà nella top ten delle classifiche di vendita prima della fine della settimana. E tutto questo col pericolosissimo supporto di certi critici compiacenti cui sfugge il senso della misura, e lo sconfortante smarrimento dei lettori che rischiano di confondere, come già sta succedendo in politica, un comico per un genio.

Non basta scrivere un libro per essere scrittori. E non basta leggerlo per essere dei critici. La lettura, notoriamente, è qualcosa di più complesso. Soprattutto «la Lettura», l’inserto culturale della domenica del Corriere della Sera: un supplemento ricchissimo, molto curato e corposo, che parla di libri e letteratura, di media e nuovi linguaggi, che guarda all’arte, alla storia, alla filosofia, al design con firme prestigiose, italiane e internazionali. Domenica scorsa ha festeggiato il suo primo compleanno sul palco della leggendaria sala Buzzati, a Milano. E chi era l’ospite d’onore della festa del più importante inserto culturale del più prestigioso quotidiano italiano, seduta accanto al direttore Ferruccio de Bortoli? Luciana Littizzetto. Non una grande firma della «Lettura»: Claudio Magris, o Francesco Piccolo, o Alessandro Piperno, o Erri De Luca… No. Luciana Littizzetto. Avvalorando l’idea – scorretta e pericolosa, e di certo neppure condivisa dalla diretta interessata – che si tratti di una grande scrittrice. E può essere una giustificazione il fatto che i libri della Littizzetto vendano molto? Difficile. Altrimenti E.L. James, l’autrice di Cinquanta sfumature di grigio, dovrebbe dirigere il supplemento letterario di The Times. Cosa che non è. In Inghilterra. Ma in Italia, chi può dirlo?

dalla parte del torto

settembre 20, 2012

Ci vorrebbe Manganelli. Lo pensavo leggendo l’articolo di Francesco Piccolo sul supplemento letterario del “Corriere” a proposito dell’incapacità italiana di accettare la sconfitta. Allora ho chiesto il permesso al giornale di replicare, e la risposta è stata: “cosa non ti torna di quel pezzo?” Già, suona strano obiettare qualcosa a Piccolo. La verità è che ha ragione, in ciò che scrive tutto torna. Qualsiasi tema affronti il suo argomentare è pacato, equilibrato, saggio, ispirato al buon senso, sembra Napolitano quando auspica l’abbassamento dei toni. Leggendolo non si può non concordare, e ci si sente a posto con la coscienza, si sta dalla parte giusta. Per sostenere la tesi secondo cui noi italiani saremmo incapaci di perdere (e di vincere, esultando in modo sguaiato), Piccolo fa alcuni esempi. Uno sportivo: la gara degli 800 metri vinta dal keniano Rudisha alle olimpiadi. Piccolo ha rischiato di non vederla in diretta perché contemporaneamente c’era una semifinale di taekwondo con un italiano, e la tv stava dando priorità a quest’ultima dato che gli italiani sono “interessati solo al medagliere”. Non sono sicuro che le scelte del palinsesto olimpico interpretassero alla lettera la volontà degli italiani, e dubito che sia un vizio tipicamente nostro quello di esultare o recriminare in modo eccessivo. Guardando un’altra sfida epica delle olimpiadi, i 100 metri vinti da Bolt, ho avuto un’impressione completamente diversa. A Pechino Bolt era stato l’unico prima dello start a ostentare sicurezza esibendosi in smorfie e balletti, invece quest’anno a Londra tutti gli sprinter finalisti lo imitavano, provando a distinguersi con delle mosse particolari. Le figure che rimangono più impresse nella memoria hanno tutte a che fare con un modo di esultare originale, dal lanciatore del disco che si strappa la maglia come Hulk (e nel calcio da noi togliersela vale un’ammonizione), alla saltatrice in alto croata (Blanka Vlašić) che improvvisa balletti ammiccanti dopo aver superato l’asticella. Questo per dire che è il sistema a istigare atteggiamenti eccentrici, rendendoli appetibili per contratti pubblicitari. Ma è soprattutto l’inclinazione al piagnisteo, il nostro peggior vizio per Piccolo. E dato che il senso del suo ragionamento ricalca certe sentenze di If di Kipling, laddove invita a trattare la vittoria e la sconfitta come due impostori, mi son ricordato che a Wimbledon quel motto è inciso all’entrata come benvenuto. Lì ad esempio era McEnroe, non un italiano, chi dava spesso in escandescenze, ma il suo talento era così limpido che i tifosi americani gli accordavano senza sforzo una franchigia morale. In Open, l’autobiografia di Agassi, si dice che: “una vittoria non è così piacevole com’è dolorosa una sconfitta”. I media a quello puntano cercando le emozioni forti, ecco perché a Marco Bellocchio, dopo Venezia, i giornalisti chiedono con insistenza che si prova a restare a bocca asciutta. Il motto di de Coubertin è la foglia di fico della cattiva coscienza. Manganelli lo sapeva, tanto da sottolineare la volgarità e l’assurdità logica dell’equazione secondo cui chi vince (la guerra, le elezioni, il campionato, lo Strega) ha ragione, e da ricordarci innanzitutto che “vivere significa avere torto”. La maggioranza, per intenderci, tra Gesù e Barabba scelse Barabba. Ora, in tempi di antielitismo e aristofobia, all’intellettuale si chiede di darle voce, d’incarnare la vox populi, e i corsivi riflettono ciò che sentiresti al bar sotto casa, solo espresso e argomentato meglio; mentre anni fa gli interventi degli intellettuali provocavano, facevano discutere, non sembravano aver ragione perché ci davano ragione. Basta pensare alle posizioni di Pasolini sul referendum per l’aborto e sul tema delle manifestazioni studentesche, o a Manganelli, entrambi vere coscienze critiche del paese. Manganelli stava volentieri “dalla parte del torto”, come nel titolo del bel libro dell’altro Bellocchio, Piergiorgio. Il quotidiano “La Stampa” gli chiedeva di commentare la notizia dell’albergatore ligure che aveva cacciato un gruppo di spastici e lui faceva proprie le istanze dell’albergatore, fingeva di aderirvi, diceva “ci sono molti e fondati motivi per detestare gli spastici”. Noi oggi manco questa parola sapremmo pronunciare, figuriamoci adoperare un registro antifrastico così urtante ed efficace nel mostrarci il ribrezzo di quel modo di pensare.

(pubblicato su l’Unità, 20/9/2012)