Posts Tagged ‘Giacometti’

trovarsi

aprile 3, 2017
giraf

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A fine gennaio “mi trovavo” a Parigi per una piccola vacanza, e lì vidi una bella mostra che metteva in parallelo Giacometti e Picasso. Pur con la notevole differenza di età e di formazione artistica che li divideva, i due si stimarono e frequentarono a lungo influenzandosi a vicenda, non solo dallo spagnolo allo svizzero come sarebbe lecito aspettarsi, e l’accostamento delle loro opere lo rende chiaro anche a un visitatore non particolarmente esperto. Spero che in futuro vedremo sempre più spesso questo tipo di esposizioni binarie, che  hanno il pregio di evidenziare prestiti, citazioni e parentele anche lontane, come successe con Caravaggio e Bacon alla Galleria Borghese qualche anno fa. In ogni caso, mentre ero lì che ammiravo le creazioni di Giacometti, dalle ingenue imitazioni picassiane alle più elaborate sciarade surrealiste, mi è tornato in mente un appunto trascritto da Cioran sui suoi Quaderni negli anni 60, subito dopo aver visitato una mostra parigina dello svizzero, in cui il pensatore rumeno dice: “Giacometti è grande quando si trova, cioè quando giraffizza“. Poche parole fondamentali che in fondo valgono per chiunque, che si faccia arte o meno, perché per chiunque l’importante è trovarsi, capire ciò che si è. Solo allora si è grandi per davvero. E come è evidente, poi, agli altri e a te stesso, che ti sei trovato, che tu sei quello lì e che il te stesso di prima indossava una maschera ridicola pensando di stare benissimo.

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Ginevra o dell’irrilevanza

febbraio 28, 2017

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Ce l’ho avuta per mezzo secolo a un tiro di schioppo, mezz’ora di macchina da casa mia a Monza, e proprio per questo non ci andavo mai. Giusto per una mostra a Lugano su Bacon, o per un’altra su Giacometti a Basilea. La verità è che credevo di conoscerla già, non la consideravo neppure un paese straniero. Formaggio a buchi, coltellini multiuso, orologi, banche, ordine e pulizia, una noia assurda. D’altronde, da un paese che ha come eroe nazionale Guglielmo Tell, che cosa ci si può aspettare?

Anche Cortazar andava malvolentieri in Svizzera. Il suo megaepistolario di tremila pagine afferma in quarta di copertina che fu un uomo che non si annoiò mai, ma in verità mente. Perché in una lettera da Ginevra, dove si recò spesso per ragioni di lavoro con l’Unesco, disse che in quella città si annoiava a morte. L’unico vantaggio è che la trovava talmente pallosa e brutta che era perfetta per scrivere e concentrarsi. Nessuna distrazione, o tentazione estetica.

Una mattina del mese scorso sono entrato nel Residence St. James in rue Versonnex, a pochi passi dal lago res. All’incaricato della reception ho spiegato che ero un fan dello scrittore argentino Cortazar, che nel 1973 soggiornò per due mesi nell’appartamento n°32, e poi sono salito a bussare alla porta. Una donna sudamericana mi ha aperto non più di uno spiraglio, aveva sui trent’anni e indossava solo un asciugamano arrotolato sopra il seno. Le ho chiesto se potevo fotografare la stanza, perché ci aveva vissuto un romanziere famoso, e lei ovviamente si è rifiutata di farmi entrare prendendomi per pazzo, così mi sono limitato a fotografare la porta d’entrata col numerino.doo Lo skyline di Ginevra è un sottile crinale d’angoscia su un cielo bigio, qualcosa che tiene a distanza e che soggioga, come il presentimento della totale irrilevanza di ciò che siamo e di tutto ciò che portiamo con noi: i nostri ricordi, i nostri affetti, i nostri beni. Chi dice che vita e morte sono concetti non laicizzabili non conosce Ginevra. Non ha visto i ricchi pensionati sulle panchine del lungolago con l’espressione bovina, il viso reclinato e la bavetta che cola, quegli esseri fantasmatici e vuoti che non aspirano né si aspettano altro se non rimandare il più possibile la propria fine, e ai quali non importa un fico secco del futuro del mondo, per la semplice ragione che quel futuro non li riguarda più. Vegetano e si spengono nell’indifferenza generale come a ribadire la celebre frase di Voltaire (sì, lui, l’unità di misura dell’Illuminismo), che lodava Ginevra perché vi si poteva morire tranquillamente, ognuno a modo suo, senza obiezioni di sorta. Ma in realtà è perché a nessuno frega niente del prossimo, e non c’è fascino ricchezza o fama che tenga. Per alcuni è una manna, come Borges, che veniva da un paese latino dove le celebrità sono assediate dalla curiosità popolare, soprattutto se si sono convertite in simboli e icone; per altri invece, i più disperati, come Lucio Magri e Fabiano Antoniani, il discreto solipsismo svizzero era l’ultima spiaggia per poter affermare una volontà conculcata.

il taccuino di Giacometti

febbraio 18, 2017

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La quotidianità eccezionale di un genio. Mercoledì telefonare a Picasso. Brassai. Dalì. Rifare testa. Photographia della favola del Minotauro. (dalla mostra Picasso-Giacometti a Parigi)

il biglietto nel catalogo

marzo 10, 2015

rotAvendo visto un dipinto scuro di Rothko, di quelli che realizzò nell’ultima parte della sua vita, volevo verificare la notizia secondo la quale in quel periodo lui stava leggendo un libro di Cioran, cosa che ricordavo riportata nel saggio di un catalogo che possedevo. La verifica è andata a buon segno, nel senso che effettivamente Rothko stava leggendo un libro di Cioran, e per la precisione The temptation to exist. Glielo prestò l’amico Brian O’Doherty, e questa consonanza fra l’ultimo Rothko e il pensatore rumeno secondo me andrebbe approfondita. Ma la sorpresa l’ho trovata fra le pagine del catalogo. Era il biglietto d’entrata alla mostra (in foto), che avevo conservato. Ci andai il 22 aprile 2001 insieme a Nicole, una ragazza olandese con cui ero fidanzato. Convivevamo in un bilocale a Monza da più di un anno, era la mia prima convivenza ed ero sicuro che sarebbe stata anche l’ultima. Io avevo un negozio di arredamento vicino a casa, e lei faceva l’architetto. Entrambi avevamo un debole per le torte di mele, Parigi e le mostre d’arte. Rothko era uno dei nostri artisti preferiti, e appena saputo della mostra, pur essendo molto tirati coi soldi decidemmo di fare uno sforzo, di andare in macchina a Basilea e tornare in giornata. Ottocento chilometri in ventiquattr’ore, una bella sfacchinata. Ma oltre a Rothko ci attirava l’idea di vedere la Fondazione Beyeler, un museo privato progettato da Renzo Piano negli anni 80. Poi la collezione permanente ospitava opere importanti, di grandi artisti come Francis Bacon e Alberto Giacometti, e insomma partimmo senza esitazioni. Ricordo che era domenica, una bella giornata primaverile, fredda ma tersa. Fortunatamente non c’era traffico e viaggiammo spediti, sostando una volta sola nei pressi del lago chimerico di Lucerna. Basilea ci accolse nel primo pomeriggio con le nuvole basse e i campanili a cuspide che svettavano come sortilegi sopra le case a graticcio. La sede della Fondazione era un parallelepipedo semplicissimo, situato in mezzo al verde alle porte della città. Dentro non c’era una sola lampada in tutto l’edificio. Ogni opera sembrava immersa in un’atmosfera da infusione acquea, grazie alla luce naturale satura di pulviscolo che ristagnava fra le ampie vetrate a parete e le alette mobili installate sul tetto. Vagammo sospirando tra una settantina di Rothko, un homme qui marche di Giacometti, un trittico arancione di Bacon, e una folla sgomitante di Van Gogh, Lichtenstein, Pollock, Monet, Braque, Picasso, Mondrian, Seurat, Klee, Rodin, Matisse, Calder, Degas, Louise Bourgeois, Max Ernst. Alla fine eravamo stanchissimi ma felici, ne era valsa la pena. Come souvenir comprammo il catalogo, che in realtà si riferiva a una retrospettiva su Rothko allestita a Washington tre anni prima, perché il catalogo in italiano della mostra di Basilea non c’era; e prendemmo pure una videocassetta in tedesco su Giacometti che a casa Nicole mi tradusse al volo, dove si vedeva il suo studio parigino, lui modellando una scultura con la donna ritratta davanti.

Due anni dopo la mia prima convivenza era già finita. Lei se ne andò in fretta e furia da un altro, e sia il catalogo che la videocassetta rimasero a me. Oggi vivo in un’altra città, faccio un altro lavoro, amo un’altra donna. Son passati solo 14 anni eppure sembra una vita fa. Anche la videocassetta appartiene a un passato remoto, è una tecnologia talmente superata che non saprei neanche più dove vederla… E poi c’erano le lire, e le torri gemelle, tutto un mondo sepolto e archiviato senza tanti rimpianti fra le cianfrusaglie di Chronos, il Grande Rigattiere.

Economia espressiva

dicembre 31, 2009

L’unica cosa che non approvo, di molti film dei Coen, è l’espressione ebefatta di tanti loro personaggi. La catatonia afasica che li contraddistingue. La trovo poco rappresentativa dell’oggi. La foto riguarda una pellicola ambientata decenni fa, ma a ben vedere quella cifra stilistica la ritroviamo identica pure in opere più attuali, come Fargo o Il grande Lebowski. La trovo poco rappresentativa perché secondo me se c’è qualcosa che accomuna l’uomo medio occidentale è proprio la logorrea inarrestabile, l’horror vacui verbale. Ricordo che prima di Natale, preso da mille impegni per lo sgombero dell’attività, mi sembrava che il mondo si divertisse a farmi da tappo. Dovunque andassi – in posta, in farmacia, in banca – c’era sempre qualcuno davanti che sentiva il bisogno di parlare, di aggiungere qualcosa di personale a quell’attività neutra (pagare un bollettino, comprare un farmaco, versare un assegno). Se in auto chiedevo un’informazione a un passante, tipo dov’era la tal via, questi anche per rispondermi che non lo sapeva impiegava almeno un minuto. E’ come in quelle interviste televisive in cui se si deve soltanto assentire più nessuno risponde semplicemente ““, ma “assolutamente sì“. Ecco, per me l’avverbio è come l’h di Rho, un riempitivo. Beninteso, tutti spesso ci dilunghiamo nel raccontare i cazzi nostri, come me adesso, ma è la circostanza che fa la differenza. Chi viene qui lo fa per sentire cosa penso, chi va in farmacia (o in posta, o in banca) lo fa per motivi pratici ben definiti. Insomma, più passa il tempo e più apprezzo l’economia espressiva, il levare, e forse la passione per le figure scarnificate di Giacometti, il laconismo di Borges e Cioran e le centurie manganelliane, nasce proprio da qui. E’ che mi riconosco in quella confraternita potativa, ne apprezzo le finalità di sintesi, il rispetto per chi ti ascolta. Anche per questo mi ha fatto piacere essere stato invitato a collaborare a questo nuovo blog dai suoi curatori. Mi sa che finirò come il viennese Peter Altenberg (al secolo Richard Engländer), che negli ultimi anni della sua vita si limitò a scrivere aforismi su cartoline e prose liriche d’amore composte unicamente dal nome e indirizzo della donna amata.

Tentativo di esaurimento di un pellegrinaggio parigino

aprile 8, 2009

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Ci sono molte cose in Place Saint-Sulpice, ad esempio il Mercatino della Poesia. Quest’anno è alla venticinquesima edizione. La prima si svolse nel cortile d’onore della vecchia Biblioteca Nazionale, in rue Richelieu. Sono seduto al cafè de la Mairie, assieme a Francesco Forlani. E’ lui che mi spiega lo spirito di questa manifestazione, che attira una folla insospettabile di espositori e appassionati. Fra i curiosi che si aggirano per le bancarelle riconosco una coppia di italiani che erano sul mio stesso aereo low cost, lui rossiccio e lentigginoso e lei con gli occhi sporgenti come quelli dell’imperatore Commodo. Li avevo giudicati male per l’applauso all’atterraggio a Beauvais – che per me ha la stessa motivazione degli applausi ai funerali, cioè non un omaggio alla bravura del pilota o alla memoria del defunto, bensì un sollievo per lo scampato pericolo –, ma la loro presenza qui li riscatta. (more…)