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50 anni senza Rothko

febbraio 25, 2020

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L’incantevole mattina del febbraio 1970 in cui Mark Rothko si uccise, dopo una terribile depressione che minava da tempo la sua voglia di vivere, New York si era svegliata con una temperatura finalmente mite, come un annuncio dell’imminente primavera. Oliver Steindecker, il giovane assistente di Rothko che ne aveva scoperto per primo il corpo nel suo studio sulla 69esima, rincasando lungo la Broadway notò che i cartelloni pubblicitari di Times Square avevano cambiato marca di sigarette, e il fatto lo rattristò come se il mondo cominciasse già a prendere le distanze da lui, e quel mutamento fosse solo il primo d’una serie infinita. IMG_20200225_113816Eppure tutto era cominciato molto in sordina ai primi del secolo, nella remota Dvinsk, una piccola città della Russia zarista (oggi in Lettonia) ai margini di ogni discorso culturale e artistico. Appartenendo alla comunità ebraica del posto, bersaglio di pogrom sempre più brutali e frequenti, Jacob Rothkovski, il padre di Mark, decise di emigrare a Portland alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, per raggiungere due suoi fratelli che gestivano un’avviata fabbrica di indumenti. La trasferta in Oregon ebbe successo, ma poco dopo aver riunito tutta la famiglia Jacob morì di un tumore all’intestino, e moglie e figli dovettero inventarsi qualcosa per sbarcare il lunario. Nonostante le difficoltà d’inserimento e le ristrettezze economiche, Mark fu uno studente modello, apprese in fretta l’inglese e nel ’21 si diplomò con lode alla Lincoln High School. Grazie ai buoni voti ottenne una borsa di studio per Yale, IMG_20200225_153453dove s’iscrisse a lettere, ma non vi rimase a lungo a causa dei pregiudizi antisemiti che circolavano nel campus. Ironia della sorte, quella stessa università che lo emarginò fino a fargli abbandonare gli studi, molti anni dopo gli avrebbe conferito la laurea honoris causa. Trasferitosi a New York, nella patria dei senza patria, Mark scoprì la sua vocazione. Tutto avvenne per caso, accompagnando un amico alla Arts Students’ League, dove assistette a una lezione di nudo e pronunciò la fatidica frase: “Questa è la passione della mia vita!”. In realtà, dopo quell’agnizione i dubbi su cosa fare da grande non sparirono subito. Rothko iniziò a dipingere mentre coltivava velleità attoriali, e per un po’ fece la spola tra la Grande Mela e Portland. La sua prima fase pittorica realista, che va dal ‘24 al ‘40, denunciava parecchie irrisolutezze formali, in particolare nella resa delle figure umane.

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Ciononostante, anche in quelle prove acerbe si nota come i preziosi insegnamenti di Max Weber, il celebre artista di cui era allievo, gli siano rimasti impressi e abbiano contribuito al raggiungimento della sua maturità espressiva; come l’idea del potere emozionale dell’arte, intesa più come rivelazione che rappresentazione, e quella del rapporto privilegiato tra opera e osservatore. A ripercorrere le tappe principali della sua parabola umana e artistica si ha l’impressione di un falso movimento, come un lungo e lento venir meno, un desiderio di fuga che però da sé non procede e a sé non arriva. Nel ’28 la Opportunity Gallery – nome azzeccatissimo – gli propone di esordire in una esposizione collettiva assieme a Milton Avery e Adolph Gottlieb, e l’anno successivo una scuola di Brooklyn gli affida l’incarico d’insegnare disegno ai bambini, lavoro che manterrà e lo manterrà per vent’anni. Grazie alla tranquillità di questo impiego, nel ’32 si sposerà con Edith Sachar, edithuna disegnatrice di gioielli con cui condivise un’esaltante e gravosa bohème. Quindi l’arrivo della sospirata cittadinanza americana, proprio mentre in Europa si scatenava la persecuzione degli ebrei, e infine il cambio del nome, abbreviato da Rothkowitz a Rothko, come se si fosse amputato la parte spensierata di sé, il proverbiale witz. Convenzionalmente, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale si data l’avvio della sua pittura più consapevole, la fase simbolico surrealista praticata con Gottlieb sotto l’influenza di de Chirico e delle letture di Freud e Jung. In quel periodo Mark ed Edith si divisero. Lei non resse il peso del suo insuccesso e delle sue recriminazioni, poi era molto presa dalla sua attività che stava ingranando, e a cui voleva che Mark partecipasse invece d’inseguire vani sogni di gloria. La separazione lo fece cadere in depressione, ma poco dopo, come per contrappasso, Rothko conobbe Peggy Guggenheim Peggy_Guggenheim_4 che acquistò alcuni quadri per la sua neonata galleria Art of this Century. Alla fine del conflitto Peggy organizzerà la sua prima personale, ma senza l’esito sperato. Poche opere vendute, ma soprattutto l’onta dei critici che lo ignorarono, non ritenendolo meritevole neanche di una stroncatura. Eppure è senz’altro questa la svolta della sua carriera, quando abbandona la figurazione e comincia a dipingere i multiforms, le macchie cromatiche biomorfe che sono gli antesignani della sua arte più celebrata. A convincerlo di aver imboccato la strada giusta ci pensò la presenza affettuosa di Mary Alice Beistle detta Mell, una giovane illustratrice di cui s’innamorò e che lo venerava come artista. Il nuovo amore gli portò fortuna: nel ‘46 due musei californiani esposero i suoi multiforms, e l’anno successivo la gallerista Betty Parsons lo mise sotto contratto.conmell
Ma è nel ’49 che Rothko “si trova”, aderendo a sé stesso senza sforzi e infingimenti, come il primo taglio di Lucio Fontana, o la prima volta che Giacometti giraffizza (per dirla con Cioran). Sua madre è morta da poco e la sua pittura cambia radicalmente. Le macchie informi si riducono a delle campiture rettangolari più nette, con contrasti cromatici di grande tensione e luminosità, come Orange, red, yellow, battuto da Christie’s nel 2012 per 86,9 milioni.A woman views Mark Rothko's "Orange, Red A spingere ancor più verso “uno spazio ossessionato da sé stesso, senza contesto, senza contenuto, senza appello”, come osservò Emilio Villa, concorre un viaggio di cinque mesi in Europa compiuto grazie all’eredità della madre di Mell. È una specie di Grand Tour che tocca Inghilterra, Francia e Italia, e che evita accuratamente la sua terra natale, sentita come estranea e irrilevante. A Firenze Mark visita il convento di San Marco e s’innamora del Beato Angelico: la luce sovrannaturale e il senso di pace e di raccoglimento che trasmettono i suoi affreschi informeranno tutte le sue opere successive. A metà degli anni Cinquanta la sua situazione economica si stabilizza. Lascia Betty Parsons e firma un accordo più vantaggioso con Sidney Janis, la gallerista che rappresenta Jackson Pollock e Franz Kline. Nel ’58 è invitato alla Biennale di Venezia, e la rivista Fortune lo definisce un investimento promettente. Da allora comincia ad adoperare una tavolozza più cupa, come i rossi e i marroni di quella vertiginosa interrogazione del vuoto che sono i Seagram Mural.

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In questa serie di quadri commissionatigli dal ristorante Four Season le campiture cromatiche sono verticali, per assecondare l’architettura di Mies van Der Rohe che doveva ospitarli, ma quei quadri in quel ristorante non ci arriveranno mai. Pare infatti che, andandovi una sera a mangiare con la moglie, Rothko rimase disgustato dalla pretenziosità dell’ambiente, che trovò pacchiano e immorale, e scelse di stracciare il contratto e restituire l’acconto. Al termine, quelle opere già realizzate finirono sparse per il mondo: nove alla Tate, altre in Giappone ed altre ancora a Washington. Gli anni Sessanta furono per Mark ricchi di soddisfazioni ma non privi di angoscia. Nel ’61 fu invitato da John F. Kennedy ai festeggiamenti per l’elezione a Presidente, e a sessant’anni gli nacque il figlio Christopher Hall,

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ma il riconoscimento universale lo disorientava profondamente, come di qualcosa su cui aveva perso il controllo, evidentemente intuendo quanto si scoprì solo dopo la sua morte, cioè che il favoloso contratto stipulato con la Marlborough Gallery di Frank Lloyd era in realtà una truffa. Ma il progetto di tutta una vita, il suo testamento artistico che lo impegnò fino all’ultimo respiro, fu la Rothko Chapel di Houston, voluta da una coppia di magnati francesi, John e Dominique de Menil. La cappella era lo spazio ideale che aveva sempre sognato, senza la mescolanza con altri artisti, che ai suoi occhi faceva somigliare le visite ai musei a delle prove di degustazione vini. E poi amava il suo spirito ecumenico, una cappella interconfessionale inclusiva, aperta a tutte le fedi, tanto che negli anni Ottanta fu uno dei pochi luoghi sacri in Texas a celebrare i funerali dei morti di AIDS. Ma ciò che Rothko amava di più era il controllo totale su tutta l’opera, compresa la parte strutturale affidata all’architetto Philip Johnson, sulla quale però lui avrebbe sempre avuto l’ultima parola.chape E così la pianta ottagonale rimanda a un battistero, ma presenta anche la solennità di un sacrario, di un mausoleo, non a caso fu inaugurato postumo. Dentro vi sono appesi quattordici enormi pannelli (come le stazioni della via crucis) color prugna su sfondo marrone, ai limiti del monocromo, di cui un gruppo di sei riuniti in due trittici sui lati est e ovest. Secondo gli accordi presi con la proprietà, l’allestimento dei quadri doveva essere curato personalmente dall’artista, ma dopo l’aneurisma all’aorta che lo colpì nel ’68 Mark dovette rinunciarvi. In ogni caso, l’esecuzione dei dipinti fu portata avanti nel grande studio sulla 69esima,IMG_20200225_223846 che era una rimessa di carrozze ottocentesca con il lucernario a soffitto, perché l’interno era sufficientemente alto e ampio da potervi riprodurre il modello architettonico di Houston. La luce soffusa filtrata dall’oculus centrale del soffitto si riversava nell’ottagono come in un catino, riverberandosi sui pannelli e diffondendo un’atmosfera zen che invitava lo spettatore al raccoglimento e all’introspezione.chap
Il libro dei visitatori posto all’entrata conserva molte testimonianze turbate, come racconta James Elkins in Dipinti e lacrime. Storie di gente che ha pianto davanti a un quadro (Bruno Mondadori). C’è chi prova un senso di vertigine e di apnea, e usa il verbo “trasalire”, e chi è colpito da una specie di trance emotiva, restando immobile per ore sulla panca. Più o meno tutti provano un’istantanea, inesprimibile folgorazione, a cui segue una lenta, penosa e incompleta decifrazione. L’effetto era voluto. Per Rothko “un quadro prende vita negli occhi di un osservatore sensibile”, e la reazione del pianto e della vertigine lo avvicina al momento della creazione, lo mette in comunione con l’opera. Perché nell’espressionismo astratto la figura scompare ma il dramma umano resta centrale, e la cappella di Houston, col suo silenzio ruvido e la radicale intransigenza del suo aspetto disadorno, sembra “che non sia stata edificata per mostrare qualcosa al mondo, bensì per celare al suo interno un mondo tutto suo”, come scrive Alessandro Carrera ne Il colore del buio (Il Mulino). Nel dicembre ’69, ormai malato e solo per la separazione da Mell, Rothko diede un party nel suo studio per presentare i suoi ultimi dipinti della serie Black on Grey,

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che considerava i più audaci che avesse mai fatto. Lastscape, li definì l’amico Brian O’Doherty, paesaggi terminali, ultimi orizzonti che il guardo esclude, come una premonizione di morte. Robert Motherwell invece racconta che Mark occupò per tutto il tempo il centro dello studio senza aprir bocca e con lo sguardo perso dietro le spesse lenti, mentre sulle note del Requiem di Mozart intorno a lui ruotavano gli invitati come i fedeli della Mecca. Il poeta del silenzio tacque anche sui motivi del suo suicidio, quando due mesi dopo si tagliò le vene e ingerì una confezione di barbiturici senza lasciare alcun biglietto. Alla festa scambiò qualche parola solo con Katharine Kuh al momento dei saluti. Lei, vedendolo sofferente per la separazione, lo invitò a riprovarci, ma Rothko rispose laconico: “starebbero tutti meglio se io uscissi dalle loro vite”. Forse lui non intese il suo suicidio come un abbandono dei propri cari, ma come un sacrificio necessario per la loro serenità: togliersi la vita nel senso di togliere il disturbo.lapide Ma si sbagliava. Sei mesi dopo Mark morì anche l’heavy drinker Mell, la sua seconda moglie, per un infarto a soli 48 anni, lasciando una figlia appena maggiorenne e un figlio di 7 anni. Come riferì la figlia Kate in una intervista al Guardian, al funerale della madre parteciparono dieci persone, mentre a quello del padre c’era tutto il gotha del mondo dell’arte americano, tanto che qualcuno arrivò a definirlo “Il miglior vernissage della stagione”.

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aprile 3, 2017
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A fine gennaio “mi trovavo” a Parigi per una piccola vacanza, e lì vidi una bella mostra che metteva in parallelo Giacometti e Picasso. Pur con la notevole differenza di età e di formazione artistica che li divideva, i due si stimarono e frequentarono a lungo influenzandosi a vicenda, non solo dallo spagnolo allo svizzero come sarebbe lecito aspettarsi, e l’accostamento delle loro opere lo rende chiaro anche a un visitatore non particolarmente esperto. Spero che in futuro vedremo sempre più spesso questo tipo di esposizioni binarie, che  hanno il pregio di evidenziare prestiti, citazioni e parentele anche lontane, come successe con Caravaggio e Bacon alla Galleria Borghese qualche anno fa. In ogni caso, mentre ero lì che ammiravo le creazioni di Giacometti, dalle ingenue imitazioni picassiane alle più elaborate sciarade surrealiste, mi è tornato in mente un appunto trascritto da Cioran sui suoi Quaderni negli anni 60, subito dopo aver visitato una mostra parigina dello svizzero, in cui il pensatore rumeno dice: “Giacometti è grande quando si trova, cioè quando giraffizza“. Poche parole fondamentali che in fondo valgono per chiunque, che si faccia arte o meno, perché per chiunque l’importante è trovarsi, capire ciò che si è. Solo allora si è grandi per davvero. E come è evidente, poi, agli altri e a te stesso, che ti sei trovato, che tu sei quello lì e che il te stesso di prima indossava una maschera ridicola pensando di stare benissimo.

Ginevra o dell’irrilevanza

febbraio 28, 2017

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Ce l’ho avuta per mezzo secolo a un tiro di schioppo, mezz’ora di macchina da casa mia a Monza, e proprio per questo non ci andavo mai. Giusto per una mostra a Lugano su Bacon, o per un’altra su Giacometti a Basilea. La verità è che credevo di conoscerla già, non la consideravo neppure un paese straniero. Formaggio a buchi, coltellini multiuso, orologi, banche, ordine e pulizia, una noia assurda. D’altronde, da un paese che ha come eroe nazionale Guglielmo Tell, che cosa ci si può aspettare?

Anche Cortazar andava malvolentieri in Svizzera. Il suo megaepistolario di tremila pagine afferma in quarta di copertina che fu un uomo che non si annoiò mai, ma in verità mente. Perché in una lettera da Ginevra, dove si recò spesso per ragioni di lavoro con l’Unesco, disse che in quella città si annoiava a morte. L’unico vantaggio è che la trovava talmente pallosa e brutta che era perfetta per scrivere e concentrarsi. Nessuna distrazione, o tentazione estetica.

Una mattina del mese scorso sono entrato nel Residence St. James in rue Versonnex, a pochi passi dal lago res. All’incaricato della reception ho spiegato che ero un fan dello scrittore argentino Cortazar, che nel 1973 soggiornò per due mesi nell’appartamento n°32, e poi sono salito a bussare alla porta. Una donna sudamericana mi ha aperto non più di uno spiraglio, aveva sui trent’anni e indossava solo un asciugamano arrotolato sopra il seno. Le ho chiesto se potevo fotografare la stanza, perché ci aveva vissuto un romanziere famoso, e lei ovviamente si è rifiutata di farmi entrare prendendomi per pazzo, così mi sono limitato a fotografare la porta d’entrata col numerino.doo Lo skyline di Ginevra è un sottile crinale d’angoscia su un cielo bigio, qualcosa che tiene a distanza e che soggioga, come il presentimento della totale irrilevanza di ciò che siamo e di tutto ciò che portiamo con noi: i nostri ricordi, i nostri affetti, i nostri beni. Chi dice che vita e morte sono concetti non laicizzabili non conosce Ginevra. Non ha visto i ricchi pensionati sulle panchine del lungolago con l’espressione bovina, il viso reclinato e la bavetta che cola, quegli esseri fantasmatici e vuoti che non aspirano né si aspettano altro se non rimandare il più possibile la propria fine, e ai quali non importa un fico secco del futuro del mondo, per la semplice ragione che quel futuro non li riguarda più. Vegetano e si spengono nell’indifferenza generale come a ribadire la celebre frase di Voltaire (sì, lui, l’unità di misura dell’Illuminismo), che lodava Ginevra perché vi si poteva morire tranquillamente, ognuno a modo suo, senza obiezioni di sorta. Ma in realtà è perché a nessuno frega niente del prossimo, e non c’è fascino ricchezza o fama che tenga. Per alcuni è una manna, come Borges, che veniva da un paese latino dove le celebrità sono assediate dalla curiosità popolare, soprattutto se si sono convertite in simboli e icone; per altri invece, i più disperati, come Lucio Magri e Fabiano Antoniani, il discreto solipsismo svizzero era l’ultima spiaggia per poter affermare una volontà conculcata.

il taccuino di Giacometti

febbraio 18, 2017

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La quotidianità eccezionale di un genio. Mercoledì telefonare a Picasso. Brassai. Dalì. Rifare testa. Photographia della favola del Minotauro. (dalla mostra Picasso-Giacometti a Parigi)

il biglietto nel catalogo

marzo 10, 2015

rotAvendo visto un dipinto scuro di Rothko, di quelli che realizzò nell’ultima parte della sua vita, volevo verificare la notizia secondo la quale in quel periodo lui stava leggendo un libro di Cioran, cosa che ricordavo riportata nel saggio di un catalogo che possedevo. La verifica è andata a buon segno, nel senso che effettivamente Rothko stava leggendo un libro di Cioran, e per la precisione The temptation to exist. Glielo prestò l’amico Brian O’Doherty, e questa consonanza fra l’ultimo Rothko e il pensatore rumeno secondo me andrebbe approfondita. Ma la sorpresa l’ho trovata fra le pagine del catalogo. Era il biglietto d’ingresso alla mostra (in foto), che avevo conservato. Ci andai il 22 aprile 2001 insieme a Nicole, la mia fidanzata di allora. Abitavamo in un bilocale a Monza da più di un anno, era la mia prima convivenza ed ero sicuro che sarebbe stata anche l’ultima. Io avevo un negozio di arredamento vicino a casa, e lei faceva l’architetto in un grosso studio a Milano. Entrambi avevamo un debole per la cucina giapponese, Parigi e le mostre d’arte. Rothko era uno dei nostri artisti preferiti, e appena saputo della mostra, pur essendo tirati coi soldi, decidemmo di fare uno sforzo, di andare in macchina a Basilea e tornare in giornata. Ottocento chilometri in ventiquattr’ore non erano uno scherzo, ma oltre a Rothko ci attirava l’idea di vedere la Fondazione Beyeler, un museo privato progettato da Renzo Piano negli anni 80. Poi la collezione permanente ospitava opere importanti, di grandi artisti come Francis Bacon e Alberto Giacometti, e insomma partimmo senza esitazioni.

Ricordo che era domenica, una bella giornata primaverile, fredda ma tersa. Fortunatamente non c’era traffico e viaggiammo spediti, sostando una volta sola nei pressi del lago chimerico di Lucerna.

Basilea ci accolse nel primo pomeriggio con le nuvole basse e i campanili a cuspide che svettavano come sortilegi sopra le case a graticcio. La sede della Fondazione era un parallelepipedo semplicissimo, situato in mezzo al verde alle porte della città. Dentro non c’era una sola lampada in tutto l’edificio. Ogni opera sembrava immersa in un’atmosfera da infusione acquea, grazie alla luce naturale che ristagnava fra le ampie vetrate a parete e le alette mobili installate sul tetto. Vagammo sospirando tra una settantina di Rothko, un homme qui marche di Giacometti, un trittico arancione di Bacon, e una folla sgomitante di Van Gogh, Lichtenstein, Pollock, Monet, Braque, Picasso, Mondrian, Seurat, Klee, Rodin, Matisse, Calder, Degas, Louise Bourgeois, Max Ernst. Alla fine eravamo sfranti ma felici, ne era valsa la pena. Come souvenir comprammo il catalogo, che in realtà si riferiva a una retrospettiva su Rothko allestita a Washington tre anni prima, perché il catalogo in italiano della mostra di Basilea non c’era; e prendemmo pure una videocassetta in tedesco su Giacometti che a casa Nicole mi tradusse al volo, dove si vedeva il suo microstudio parigino, lui modellando una scultura con la donna ritratta davanti.

Due anni dopo, la mia prima convivenza era già finita. Lei s’innamorò di un altro, e sia il catalogo che la videocassetta rimasero a me. Oggi vivo in un’altra città, faccio un altro lavoro, amo un’altra donna. Son passati 18 anni e sembra un’altra vita. Anche la videocassetta appartiene a un passato remoto, è una tecnologia talmente superata che non saprei neanche più dove vederla… E poi c’erano le lire, e le torri gemelle, tutto un mondo sepolto e archiviato senza tanti rimpianti fra le cianfrusaglie di Chronos, il Grande Rigattiere.

Economia espressiva

dicembre 31, 2009

L’unica cosa che non approvo, di molti film dei Coen, è l’espressione ebefatta di tanti loro personaggi. La catatonia afasica che li contraddistingue. La trovo poco rappresentativa dell’oggi. La foto riguarda una pellicola ambientata decenni fa, ma a ben vedere quella cifra stilistica la ritroviamo identica pure in opere più attuali, come Fargo o Il grande Lebowski. La trovo poco rappresentativa perché secondo me se c’è qualcosa che accomuna l’uomo medio occidentale è proprio la logorrea inarrestabile, l’horror vacui verbale. Ricordo che prima di Natale, preso da mille impegni per lo sgombero dell’attività, mi sembrava che il mondo si divertisse a farmi da tappo. Dovunque andassi – in posta, in farmacia, in banca – c’era sempre qualcuno davanti che sentiva il bisogno di parlare, di aggiungere qualcosa di personale a quell’attività neutra (pagare un bollettino, comprare un farmaco, versare un assegno). Se in auto chiedevo un’informazione a un passante, tipo dov’era la tal via, questi anche per rispondermi che non lo sapeva impiegava almeno un minuto. E’ come in quelle interviste televisive in cui se si deve soltanto assentire più nessuno risponde semplicemente ““, ma “assolutamente sì“. Ecco, per me l’avverbio è come l’h di Rho, un riempitivo. Beninteso, tutti spesso ci dilunghiamo nel raccontare i cazzi nostri, come me adesso, ma è la circostanza che fa la differenza. Chi viene qui lo fa per sentire cosa penso, chi va in farmacia (o in posta, o in banca) lo fa per motivi pratici ben definiti. Insomma, più passa il tempo e più apprezzo l’economia espressiva, il levare, e forse la passione per le figure scarnificate di Giacometti, il laconismo di Borges e Cioran e le centurie manganelliane, nasce proprio da qui. E’ che mi riconosco in quella confraternita potativa, ne apprezzo le finalità di sintesi, il rispetto per chi ti ascolta. Anche per questo mi ha fatto piacere essere stato invitato a collaborare a questo nuovo blog dai suoi curatori. Mi sa che finirò come il viennese Peter Altenberg (al secolo Richard Engländer), che negli ultimi anni della sua vita si limitò a scrivere aforismi su cartoline e prose liriche d’amore composte unicamente dal nome e indirizzo della donna amata.

Tentativo di esaurimento di un pellegrinaggio parigino

aprile 8, 2009

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Ci sono molte cose in Place Saint-Sulpice, ad esempio il Mercatino della Poesia. Quest’anno è alla venticinquesima edizione. La prima si svolse nel cortile d’onore della vecchia Biblioteca Nazionale, in rue Richelieu. Sono seduto al cafè de la Mairie, assieme a Francesco Forlani. E’ lui che mi spiega lo spirito di questa manifestazione, che attira una folla insospettabile di espositori e appassionati. Fra i curiosi che si aggirano per le bancarelle riconosco una coppia di italiani che erano sul mio stesso aereo low cost, lui rossiccio e lentigginoso e lei con gli occhi sporgenti come quelli dell’imperatore Commodo. Li avevo giudicati male per l’applauso all’atterraggio a Beauvais – che per me ha la stessa motivazione degli applausi ai funerali, cioè non un omaggio alla bravura del pilota o alla memoria del defunto, bensì un sollievo per lo scampato pericolo –, ma la loro presenza qui li riscatta. (more…)