Posts Tagged ‘gilda policastro’

codici e decodifiche

Mag 18, 2017

polic

Riporto questo post di Gilda Policastro dato che l’ha già pubblicato Giulio Mozzi su Vibrisse, il bollettino letterario che cura da anni. Mi interessa perché trovo molto rivelatori alcuni suoi passaggi. Penso a parole come “sforzarci“, “godimento facile“, “facilitare la comprensione“, “decodificare“, “lettori impreparati“, e infine all’affermazione (contenuta in una domanda retorica) sulla lettura (di libri non commerciali) come “un’esperienza intellettuale” che necessita di “qualche spazio di riflessione, approfondimento e […] di un dizionario?

La mia impressione è che qui Gilda, parlando di godimento facile, ce l’abbia soprattutto col mito dell’intuizione, quello che Adorno attribuiva al lettore occasionale, un po’ sprovveduto, per il quale lo scopo di un’esperienza estetica non è la ricerca di un senso, ma il desiderio di evasione e di facili emozioni (“dietro il culto dell’intuibilità è in agguato la convenzione piccolo borghese del corpo che resta sul canapè mentre l’anima si slancia in alto: l’approccio all’arte deve essere rilassamento che non costa fatica“). (more…)

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polemiche

settembre 29, 2012

Una postilla polemica a margine di un libro sulle polemiche. Gilda Policastro, in questo saggio pubblicato di recente da Carocci, mi cita in una nota. Il brano in questione (a pag.52), che rinvia alla nota n°88, lamenta gli “eccessi di autoconsacrazione narcisistica nel panorama ultracontemporaneo” da parte di alcuni autori, di contro alla “prassi decisamente autoironica” degli scrittori delle generazioni precedenti (come L’Anonimo lombardo di Arbasinonelle cui pagine introduttive “erano radunati i migliori giudizi critici sull’opera”). Per comprovare questo scadimento epocale, nella nota si fanno due esempi. Il primo è Paolo Sortino, reo di aver inserito nel sito dove si pubblicizza il suo libro (Elizabeth) gli sms elogiativi ricevuti da giornalisti e scrittori suoi amici, oltre alle recensioni ufficiali. Il secondo è il mio romanzo, sul quale è stata apposta “una fascetta recante un giudizio entusiastico da parte dello scrittore Tommaso Pincio, giudizio che si dovrà, evidentemente, attribuire a una comunicazione privata”. Il nesso  fra i due casi l’autrice lo individua nella tendenza degli editori ad “affidarsi, per la promozione del libro, a scrittori, piuttosto che a critici, ritenuti, i secondi, sempre più marginali, quando non dannosi.”

Bon, partendo dalla fine. Non so gli altri, ma non mi risulta che Ponte alle Grazie abbia delle idiosincrasie verso i critici (e forse invece dovrebbe). La prova è che l’ultimo libro di Laura Pugno (La caccia), appena uscito, ospita in bella evidenza sulla quarta di copertina giudizi di “critici puri” come Andrea Cortellessa e Angelo Guglielmi. Riguardo a Pincio, non so bene cosa sia, se solo narratore o anche critico. So che recensisce  spesso libri su Rolling Stone, ma ho visto parecchi suoi interventi pure su La Lettura del Corriere, su Alias del Manifesto e su altri giornali. E Hotel a zero stelle, la sua penultima prova narrativa edita da Laterza, presenta dei corposi inserti di critica letteraria. Indubbiamente passerà alla storia della letteratura più come narratore che altro, ma di certo non è stato solo quello, e la critica la sa esercitare molto bene. Quel “giudizio entusiastico” lo comunicò per mail a me e al mio editor, ben sapendo che sarebbe stato stampato sulla fascetta (trasformandosi così da privato in pubblico), tant’è che ne discusse una versione ridotta, più adatta allo spazio dove sarebbe stata ospitata. La stessa Policastro non è un critico puro, nel senso che ha pubblicato anche poesie e che col Farmaco ora è pure narratrice. Ed io, che ho scritto un centinaio di recensioni in dieci anni prima del romanzo, cosa sono, un critico o un narratore (e Trevi, e Piperno…)?

Quanto al giudizio di Pincio, fu una decisione del marketing di Ponte alle Grazie, quella di accompagnare il mio esordio con un consiglio autorevole. Non volevano per forza uno scrittore invece di un critico, volevano uno noto, tant’è che mi hanno anticipato che col mio prossimo libro utilizzeranno per la quarta di copertina un giudizio di Guglielmi apparso su l’Unità.

Oltre a quello di Pincio, esisteva anche un altro complimento pubblico e autorevole che sarebbe piaciuto al mio editore segnalare in fascetta. Si trattava di una frase di Tiziano Scarpa (altra figura ibrida di poeta-drammaturgo-narratore-critico, si pensi a un libro come Cos’è questo fracasso?, oppure alla sua rubrica fissa su Saturno, il defunto inserto letterario del Fatto Quotidiano), pronunciata in un’intervista rilasciata a l’Unità pochi mesi dopo aver vinto lo Strega. C’era un però, ossia che Scarpa compariva come personaggio nel mio libro, e questo rendeva inopportuna la citazione.

Così, giusto per chiarezza.

il critico innamorato

gennaio 9, 2011

Il professore di italiano di Manganelli era un tipo curioso. Forse per incoraggiare i propri allievi, disse loro che quando sarebbero stati innamorati avrebbero scritto delle bellissime poesie d’amore. Manganelli liquidava queste parole come delle sciocchezze. Sosteneva, per me a ragione, che l’innamorato socialmente è un rompicoglioni, un ossessivo-compulsivo che soffre di nominite, che ammorba chiunque parlandogli della donna amata e citandola a sproposito in ogni occasione. Il critico innamorato è la stessa cosa. Come ogni innamorato è cieco. E’ un critico privo di spirito critico. Identifica la letteratura con l’autore di cui s’innamora. Costui ne è il punto di arrivo, l’apice e l’unità di misura. Di qualsiasi cosa si discuta, in qualche modo quell’autore c’entra. Se il critico viene interpellato da un settimanale frivolo per un sondaggio sull’importanza del culo nella letteratura contemporanea, si può star certi che quell’autore verrà citato. Carla Benedetti fa così con Antonio Moresco, e Gilda Policastro con Tommaso Ottonieri. La quasi totalità dei loro interventi su carta o in rete sono di quel tipo, e io ho l’impressione che facciano un pessimo servizio a quegli autori, ossia che quella nominite produca un effetto contrario: di saturazione o di fastidio, anche in chi non li ha mai letti.