Posts Tagged ‘Giorgione’

le passioni di un madonnaiolo

gennaio 13, 2017

castelfranco

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Riparti dal via

settembre 21, 2016

hopp

Milano ogni volta che mi tocca di venire / mi prendi allo stomaco, mi fai morire. Ecco, più o meno mi succede la stessa cosa che diceva Lucio Dalla, anche se io vengo sempre volentieri nella mia Milano, e non perché mi tocca.

Di solito incontro gli amici in qualche ristorante a pranzo o a cena, e nel mezzo vado un po’ a zonzo, cerco i luoghi della mia giovinezza. Questo ad esempio è il portone di viale Vittorio Veneto 20, vicino a piazza Oberdan. Qui c’era l’Oppenheimer, un liceo scientifico privato. Io lo frequentai nell’anno scolastico 1977-78, e ricordo che giovedì 16 marzo, il giorno in cui rapirono Aldo Moro, ci mandarono tutti a casa prima della fine delle lezioni. Non ero sicuro del numero civico, per cui al 24 di quella via sono entrato e ho chiesto al portinaio dove potessi trovarlo. Lui mi ha detto di proseguire ancora un po’ e poi ha commentato: “Io ho fatto l’Oppenheimer“. In quel momento l’ho sentito quasi fraterno, non tanto per il fatto di aver frequentato lo stesso liceo, o perché sembrava un mio coetaneo, ma per la fine ingloriosa. L’Oppenheimer era una scuola privata seria, selettiva, che godeva di una buona reputazione, perché a Milano molti istituti privati, tipo lo Studium, non erano altro che dei diplomifici a pagamento. Costava un po’ ma aveva degli ottimi insegnanti, e chi usciva da lì in genere faceva l’università e si preparava a un futuro da classe dirigente, mentre io e quel portiere eravamo una macchia nel suo curriculum, due sfigati che avrebbero potuto far risparmiare i genitori andando in scuole pubbliche meno pretenziose. Eppure anche quel portiere stava meglio di me. (more…)

il giudizio memorabile

maggio 18, 2016

carav

Questo è vicolo del Divino amore, la strada più bella di Roma secondo Cristina Campo. Al 19 non c’è alcuna targa che lo segnali, ma si sa per certo che ci abitò Caravaggio dai primi di maggio 1604 a fine luglio 1605. La struttura della casa è rimasta identica nei secoli: due piani, la scala, il giardino in cui il pittore teneva l’orto, il cortile con la vera del pozzo e il portichetto sotto il quale fu firmato il contratto di affitto. Era sia casa che bottega, infatti qui Caravaggio visse e dipinse in compagnia di Francesco Boneri detto Cecco, il modello di tanti suoi dipinti, nonché garzone e compagno di avventure. Si conosce perfino il contenuto della casa, compreso il numero di libri che Caravaggio possedeva (dodici), dato che ne fu fatto l’inventario, quando il pittore scappò a Genova dopo aver ferito il notaio Mariano Pasqualone, e la padrona di casa, Prudenzia Bruni, chiese e ottenne il sequestro di tutti i suoi beni per morosità. Nelle mie passeggiate domenicali in centro spesso torno sui suoi passi: Sant’Agostino, Piazza del Popolo, via della Pallacorda, San Luigi dei Francesi. In quest’ultima chiesa il Baglione narra che Federico Zuccari, l’illustre e temuto accademico di San Luca (una specie di Sainte-Beuve ante litteram), fu portato nell’estate del 1600 dai suoi allievi entusiasti ad ammirare le tre tele della cappella Contarelli, ma quando le vide scosse la testa ed esclamò: “Che rumore è questo? Io non ci vedo altro che il pensiero di Giorgione“.

Ecco, ogni volta che ripenso a quell’episodio mi tornano in mente la lettera dell’Università di BernaFB_IMG_1528311922223con cui bocciarono la candidatura di Albert Einstein a professore associato di fisica, e poi l’incipit della colonna infame di Manzoni, che riassume tutte queste memorabili castronerie:

“Ai giudici che, in Milano, nel 1630, condannarono a supplizi atrocissimi alcuni accusati d’aver propagata la peste con certi ritrovati sciocchi non men che orribili, parve d’aver fatto una cosa talmente degna di memoria che, nella sentenza medesima, dopo aver decretata, in aggiunta de’ supplizi, la demolizione della casa d’uno di quegli sventurati, decretaron di piú, che in quello spazio s’innalzasse una colonna, la quale dovesse chiamarsi infame, con un’iscrizione che tramandasse ai posteri la notizia dell’attentato e della pena. E in ciò non s’ingannarono: quel giudizio fu veramente memorabile”.

 

Titoli

aprile 4, 2009

veronese

Non so se esiste una storia dei titoli in arte e letteratura. Una trattazione breve ma abbastanza esaustiva riguardo ai libri l’ha fatta Gerard Genette in Soglie. I dintorni del testo, partendo dagli interminabili titoli barocchi per arrivare fino alla brusca concisione di quelli novecenteschi, ed elencandone le funzioni principali (identificazione dell’opera, designazione del contenuto, valorizzazione). Umberto Eco, nelle Postille al suo primo romanzo, spiegava la genesi di quel titolo, di cui fu corresponsabile – come accade spesso – il suo editore. Vennero rifiutati titoli troppo neutri, che prendevano a prestito il nome del protagonista, come Adso da Melk (il preferito dall’autore); o titoli più banali, come L’Abbazia del delitto, che lo faceva somigliare a un giallo di serie B. La scelta finale fu azzeccata, Il nome della rosa è una chiave di lettura appropriata, per le valenze nominaliste a cui rimanda l’esametro latino finale e perché resta sufficientemente vago da non precludere ulteriori percorsi ermeneutici. (more…)