Posts Tagged ‘Giovanni Bellini’

Il migliore di tutti

settembre 11, 2019

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Come diceva Albrecht Durer.

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Quanto mi piacerebbe andarci

marzo 14, 2018

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il mausoleo dell’amore inconsolabile

ottobre 26, 2016

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Ai più il suo nome non dice niente, eppure il viso di Ginevra Bocheta è famosissimo, lo si trova ovunque, nei maggiori musei europei ed in migliaia di cartoline artistiche, tanto da essere parte costitutiva del repertorio mnemonico visivo di tutti, cioè di quel magazzino di volti e pose cui facciamo sempre riferimento anche senza volerlo. Per dimostrarlo Federico Zeri fece l’expertise di un’apparizione mariana immortalata dalla foto di un pellegrino a Medjugorie, e ne concluse che quello schema compositivo citava la Madonna di Ambrogio Lorenzetti a Brera, sul cui viso però erano stati innestati i tratti somatici di Linda Darnell, un’attrice degli anni 50 dalla bellezza pudica che recitò la parte della Madonna nel film Bernadette. Con quell’expertise Zeri non intendeva denunciare la falsità dell’immagine mariana (o almeno non primariamente), quanto piuttosto ribadire “l’impossibilità per la nostra mente di produrre immagini prive di riferimenti storici”. E se invece i riferimenti fossero personali? Se il repertorio visivo attingesse soprattutto ai nostri affetti più cari, e la Vergine avesse il volto della donna amata? Ginevra Bocheta era la moglie di Giovanni Bellini, la sua unica modella. L’ovale purissimo e malinconico che si ripete in ogni Madonna del veneziano è sempre il suo (questa la tesi sostenuta da Curzia Ferrari). Presto dovette dipingerla a memoria, perché Ginevra morì giovane. Forse quei ritratti postumi lo aiutarono a elaborare il lutto, o forse sentiva solo il bisogno, col passare del tempo, di tener vivo il suo ricordo. In ogni caso, quella galleria sparsa per il mondo è il Taj Mahal italiano, il mausoleo dell’amore inconsolabile.

l’artista bastardo

ottobre 6, 2016

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Da giovane non amavo molto Giovanni Bellini, mi sembrava un po’ piacione, un rielaboratore di motivi altrui, il Fausto Papetti del Rinascimento, con quelle Madonne belle e vuote come conchiglie. Preferivo suo cognato, il ruvido Mantegna dagli sfondi minerali e spigolosi, la sua sì che era arte non consolatoria. Poi, proprio studiando i rapporti familiari di Giovanni, capii d’aver preso una cantonata. Fu alla Fondazione Querini Stampalia, che ospita un capolavoro come La presentazione al tempio di Gesù, dov’è raffigurata tutta la famiglia Bellini, che lessi una suggestiva interpretazione freudiana delle sue Madonne ad opera di Julia Kristeva. In base a questa teoria, nelle Madonne lui non ritrasse sua moglie Ginevra, come credevo, bensì sua madre Anna. Questo spiegherebbe l’anaffettività di Maria e la tristezza del figlio: la ferita immedicabile della nascita illegittima di Giovanni. Secondo alcuni studiosi infatti, per quel motivo Anna Rinversi, quando rimase vedova del marito Jacopo Bellini e fece testamento nel 1471, lasciò tutto ai tre figli ma escluse Giovanni dall’asse ereditario. Quella dell’artista bastardo e non amato ovviamente è solo una congettura, ma se si osserva bene la drammatica partecipazione delle Pietà il distacco emotivo delle Madonne è innegabile. Di rado madre e figlio si scambiano uno sguardo, la loro intimità è solo fisica, legata a mere necessità pratiche. Lo stesso abbraccio di Maria non ha nulla di affettuoso o di sollecito, sembra più una stretta, una presa, mentre la sua espressione è astratta e lontana, come una maternità dovuta, presente ma inaccessibile.

La vita imita i b-movie

agosto 31, 2012

In gita a Venezia con la mia compagna per una breve sortita al festival del cinema. Arrivandoci dal ponte sulla laguna col treno che scivola sull’acqua, si prova la sensazione di entrare in un altro mondo, come in un cartone animato di Miyazaki.

Appena giunto ho fatto un salto alla Libreria Marco Polo per salutare Claudio, il libraio che presentò il mio romanzo in una bellissima serata del settembre scorso. Anche lì l’atmosfera è fiabesca, talmente piccolo e magico sembra essere il suo antro cartaceo.

Poi son passato da Riva degli Schiavoni a dare un’occhiata all’Hotel Londra Palace, dove nel marzo 1984 incontrai Borges. E’ molto cambiato, credo che la hall sia stata ristrutturata così a fondo da renderla quasi irriconoscibile. La stanza dove alloggiò l’argentino si è fusa con un’altra accanto ed è diventata la “suite Borges”, e ora i ricconi fanno la coda per averla. Me l’ha detto il general manager dell’albergo, una persona molto gentile che è il figlio del portiere dell’albergo da oltre 50 anni. Che bella storia, pensavo di quella staffetta fra generazioni.

Infine ho voluto rivedere la pala di Giovanni Bellini a San Zaccaria. La prima volta che la vidi c’era un signore dentro la chiesa seduto di fronte all’opera con un cane sdraiato sulle sue gambe, ed entrambi la guardavano rapiti. Da giovane lo snobbavo un po’ Bellini, lo consideravo il Fausto Papetti del Rinascimento, adesso mi piace moltissimo e credo che siano sue alcune fra le creazioni più alte dello spirito umano.

Usciti faceva un caldo soffocante ed eravamo stanchi per il tanto camminare. Un fiume babelico scorreva senza sosta fra le calli e i ponti. Nel campiello di San Zaccaria si ergeva una baracca in legno con dei ragazzi stranieri che vi giravano intorno. Non si capiva il senso e la ragione di quella presenza, però un cartello sembrava ricondurre il tutto alla Biennale di Architettura, parlava di Inner freedom, alludeva a un’iniziativa degli studenti di Riga. Lì vicino, in un angolo, ho scorto una provvidenziale panchetta fatta di assi grezze posta all’ombra e ci siamo accomodati, ma il relax non è durato a lungo. Poco dopo è arrivato un ragazzo lituano che ci ha informato con un pizzico d’imbarazzo che eravamo seduti su un’installazione artistica.