Posts Tagged ‘Harvey Keitel’

che fine hanno fatto

novembre 11, 2016

taxi-driver-reunion

Questa è la foto di una reunion storica: i protagonisti di Taxi driver, attori e regista, che si ritrovano 40 anni dopo aver girato il film durante l’edizione di quest’anno del Tribeca Film Festival. Per me quel film fu un Rubicone esistenziale, persi l’innocenza vedendolo. Ricordo tutto di quel giorno del ’76, come per gli eventi epocali (il rapimento di Moro, l’11 settembre). Ero con due amici, Luca e Paolo, con i quali mi sento ancora oggi. Lo vedemmo al cinema Tiffany di corso Buenos Aires a Milano spacciandoci per quattordicenni, dato che era vietato, ed io uscii follemente innamorato di Cybill, anziché di Jodie, che aveva un’età simile alla mia. Cercai di sapere tutto di lei, e allora non era semplice come oggi, che con un click del mouse puoi conoscere vita morte e miracoli di chiunque, bisognava improvvisare al momento, cercare fra le riviste del settore o chiedere a qualche esperto. A rivederli oggi sembra che l’unica promessa mancata, o perlomeno il personaggio che dopo quella parte non brillò più tanto, sia proprio la star più luminosa di allora: Cybill Shepherd, la Betsy che Travis vede per la prima volta all’angolo fra la 63esima e Broadway il 24 giugno, mentre entra nel comitato elettorale del candidato Palantine vestita di bianco come un angelo biondo intoccabile.

 

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la casa del vicino

maggio 31, 2013

la casa del vicino

La casa del vicino è un progetto artistico del fotografo Stefano Bozzani. Dopo essersi trasferito anni fa a vivere in una villa nell’entroterra dell’isola di Fuerteventura, Bozzani ha ritratto, ogni giorno verso l’ora del tramonto e dallo stesso angolo visuale, la casa del suo vicino. Questo edificio è l’unica traccia umana visibile a occhio nudo dall’abitazione del fotografo, situata in un posto molto isolato e privo di inquinamento luminoso. Bozzani e il suo vicino non si conoscono. Osservando con attenzione queste istantanee viene in mente la celebre e poetica scena di Smoke, il film del regista Wayne Wang basato sulla sceneggiatura di Paul Auster, che vinse nel 1995 il premio speciale della giuria al festival di Berlino, nella quale il tabaccaio Harvey Keitel rivela all’amico scrittore William Hurt l’hobby che coltiva da vent’anni; e cioè fotografare ogni giorno verso le otto del mattino l’angolo di strada di Brooklyn nel quale vive e lavora da sempre.

Al di là delle evidenti analogie, le differenze con il progetto di Bozzani sono molte, a partire dall’ambientazione metropolitana della scena di Smoke e dall’ora scelta, che coinvolgono necessariamente molte persone nella rappresentazione americana: dai semplici passanti ai commercianti che aprono il loro negozio, fino agli impiegati che si recano alla vicina stazione della metropolitana; mentre il paesaggio fissato da Bozzani è brullo e deantropizzato. Ne La casa del vicino infatti la presenza umana non è contemplata. La si intuisce a volte da una luce accesa, ma tutt’intorno è solo natura; natura e tempo che scorre. Eppure in entrambi i casi la volontà dell’artista sembra essere la medesima. Investigare ogni minima variazione di luce che renda il soggetto sempre diverso, alla ricerca dell’intima essenza di quello che, apparentemente, è solo un angolo di mondo come tanti, un banalissimo pezzo di terra qualsiasi, così da restituircelo familiare come se fosse il nostro. E solo nel momento in cui lo avvertiamo come nostro, che sentiamo quanto l’insignificante debba avere diritto di cittadinanza nei nostri pensieri, perché è per suo tramite che si accede all’universale. Ma mentre quella di Harvey Keitel è in sostanza un’autobiografia per immagini, in quanto vi è ritratto il suo angolo di mondo, ossia l’indirizzo presso cui c’è la sua abitazione e la sua tabaccheria, il progetto di Stefano Bozzani preferisce soffermarsi sullo sconosciuto, nella convinzione che se si guarda qualcosa con attenzione, anche la più estranea, questa alla fine ci riguarda. Con occhio amorevole e distaccato allo stesso tempo, Bozzani ci dice che ogni luogo ci appartiene, perché qualsiasi angolo di mondo, per ordinario che possa sembrare, è un segno del destino, un poema epico, un canzoniere d’amore.