Posts Tagged ‘Henry Moore’

l’amido nel pane

maggio 30, 2016

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Una delle domande più moleste che si possono rivolgere a un artista è quella su quanto sia autobiografica la sua opera. Il pubblico cerca riscontri, pezze d’appoggio, vuole risalire al momento aurorale, quello della perfetta corrispondenza fra arte e vita. Ovviamente non si può dare una risposta logica e sensata, sarebbe come cercare l’amido nel pane: sta dappertutto. Tuttavia continuiamo a cercare, nell’illusione retrospettiva della fatalità, e le rare volte in cui ci imbattiamo in qualche episodio preciso che riflette l’opera, meglio ancora se lontano nel tempo, ci sembra improvvisamente d’aver capito tutto, come se avessimo individuato l’incipit di un’ossessione. Con Henry Moore fu un ricordo d’infanzia del suo libro di memorie. È il brano in cui racconta che era il penultimo di otto fratelli, figlio di un minatore dello Yorkshire, e che la madre non più giovane soffriva di dolorosi reumatismi. Così d’inverno, quando il piccolo Henry rientrava a casa da scuola, lei gli chiedeva spesso di massaggiarle la schiena con un unguento. Solo molti anni dopo, quando cominciò a modellare sculture di donne mature, si accorse che si stava ispirando alle forme di sua madre. Moore si riferiva alle Woman seated dalle schiene ampie e stanche, ma credo che lo stesso discorso valga per le Reclining Figures, a metà strada fra l’astratto e il figurativo, che sintetizzano le tradizioni plastiche di tante culture diverse, ma che sono debitrici pure di quell’imprinting edipico. La nascita di una vocazione artistica dal corpo della madre dunque, cioè tutto l’amido del pane in un colpo solo.

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La sindrome di Pausania

ottobre 6, 2009

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Con fedeltà etimologica, quest’estate a Fuerteventura ho cercato l’esperienza del vuoto. Cullato da un dondolo, certi pomeriggi oziosi sprofondavo in uno stato di catatonia ilare osservando a lungo la piscina vuota. Grazie al vento costante, sull’acqua c’erano due materassini gonfiabili vagamente antropomorfi, uno con la riga rosa e l’altro con la riga azzurra, che si spostavano di continuo. A volte mi ricordavano le sculture di Henry Moore, a metà strada tra il figurativo e l’astratto; altre gli sposi etruschi del sarcofago di Cerveteri, piatti dalla vita in giù e poi in rilievo con i braccioli, lo schienale più su e il poggiatesta in alto. Le folate di vento li separavano, li muovevano in tondo e li ricongiungevano in una cerimoniosa e struggente danza di corteggiamento. Li ho pure filmati, rammentando la celebre scena del sacchetto di plastica svolazzante in American beauty. Però qui era diverso, c’era il rapporto, per me fondamentale. In quei momenti pensavo che la sindrome di Pausania tipica di ogni platonico -ossia l’attitudine a fare l’esploratore del noto – in realtà si può manifestare anche all’estero, in posti mai visti prima. Non è appannaggio esclusivo dei sedentari. Ha a che fare piuttosto con l’accanimento maniacale per i dettagli, le sfumature, il quotidiano, il desiderio di approfondire e dare un senso all’insignificante, di individuare il punto di congiunzione fra il particolare e l’universale, come nell’epica domestica delle scene matrimoniali di Memmo di Filippuccio, i coniugi che si coricano a letto un lunedì notte qualsiasi. La sindrome di Pausania spiega la mia passione per le cover dei grandi classici, tipo le 25 versioni che ho raccolto di Night and day, fra cui pure un’eretica interpretazione sirtakizzata che dell’originale conserva poco o niente; ricerca che interruppi qualche anno fa, quando con internet il gioco diventò troppo facile. La tradizione è un grande palinsesto che non si può ignorare, ma si può variare all’infinito fino al punto di omaggiarlo cancellandolo, come fece Rauschenberg in Erased de Kooning Drawing. Il platonico è così, ama l’inclusività, mette in relazione, cerca istintivamente le similitudini, senza istituire gerarchie. E si emoziona soprattutto per un effetto combinato di riconoscibilità e sorpresa, al pari delle cover, che parlano una lingua nota e tuttavia adoperano un lessico nuovo ed evocativo. Non è vero che il dolore nasce dalla mutilazione, la famosa mela divisa a metà. E’ la coscienza che fa soffrire, quella che spinge a cercare ristoro nel silenzio, nella contemplazione della grazia e dell’innocenza dell’inorganico.