Posts Tagged ‘John Maloof’

Dieci anni dalla morte di Vivian Maier

aprile 16, 2019

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L’ultima abitazione di Vivian Maier si trovava a Chicago, al 7755 di North Sheridan road. Quel monolocale al primo piano per cui pagava 695 dollari al mese di affitto gli fu trovato dai fratelli Gensberg, che erano molto affezionati alla loro ex tata tanto da assisterla nei suoi ultimi anni e scrivere il necrologio che apparve sui giornali quando morì. In quella casa Vivian visse dal 2004 al novembre 2008, quando ebbe un incidente al Rogers Beach Park, un parchetto in riva al lago dove si recava tutti i giorni a leggere e guardare l’acqua seduta su una panchina, una panchina che meriterebbe di figurare inIMG_20190415_010512

quel bellissimo catalogo di panchine famose steso tempo fa da Beppe Sebaste. Un suo vicino di casa e uno dei pochissimi cui Vivian rivolgeva la parola in quei giorni, Patrick Kennedy, racconta che nel quartiere molti la credevano una senzatetto, perché vestiva sempre allo stesso modo e perché spesso la vedevano rovistare nei cassonetti. In realtà nei cassonetti cercava giornali da leggere, ma non per indigenza, dato che alla sua morte il suo conto corrente vantava un attivo di più di 20.000 euro. Pare che facesse sempre lo stesso tragitto a piedi da casa al parco, incamminandosi verso nord e svoltando in Eastlake Terrace fino a raggiungere l’entrata del Rogers Beach Park. Negli ultimi mesi, dal novembre 2008, quando fu ricoverata in ospedale a Evanstone per aver sbattuto la testa in seguito a una caduta all’entrata del parco, al 21 aprile 2009, quando morì, cominciava a scoppiare “il caso Maier”, con la pubblicazione su Flickr da parte di John Maloof delle sue meravigliose foto di strada acquistate a un’asta per pochi dollari, ma lei di tutto questo non ne seppe mai niente.

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ipotesi su Vivian

settembre 22, 2016

mai

Ora siamo qui solo come ricordi per i nostri figli”, dice Matthew McConaughey nel film Interstellar. E Vivian Maier, l’Emily Dickinson della fotografia, per chi era al mondo lei? Non aveva figli, né fidanzato, né amici, e in più con la sua famiglia d’origine ruppe ogni rapporto molto presto. Gli unici che l’ebbero a cuore furono tre ragazzi di cui si prese cura come tata, i fratelli John, Lane e Matthew Gensburg, che si ricordarono di lei nel momento del bisogno dandole una casa, e anche dopo la sua morte, pubblicando un necrologio sul giornale e spargendo le sue ceneri al vento in una mattina di primavera. Ma il suo Max Brod, chi prestò ascolto al sussurro di quella vita inascoltata e impedì che di lei si perdesse ogni traccia, fu un totale estraneo, il giovane rigattiere John Maloof, che acquistò per pochi dollari uno scatolone di negativi a un’asta e ne scoprì il valore artistico dopo la sua morte. Perché Vivian apparteneva a quel tipo di persona, quelli che nascono postumi e vivono in condizioni di estrema solitudine, ma sono animati da una passione divorante alla quale sacrificano tutto e dalla quale non si aspettano niente. È come se venissero al mondo in differita, dentro una bolla che preclude ogni contatto con l’esterno, mantenendo sei gradi di separazione da chiunque altro; e forse è proprio questo che rende il loro sguardo così partecipe e compassionevole, seppur distaccato, l’amara consapevolezza di vivere in un altro tempo e di non poter colmare la distanza che li separa dall’oggetto delle loro attenzioni. Ciò che sopravvivrà alla fine è il frutto di quello sguardo, nel caso di Vivian le sue fotografie, che oggi girano da sole per il mondo come i bambini che aiutò a crescere.