Posts Tagged ‘Jorge Luis Borges’

Novembre

novembre 15, 2017

threedaysofthecondor86

Ogni storia è anche una geografia, un intreccio di luoghi e paesaggi che ci raccontano descrivendoci. Lo spazio interno entra in contatto con quello esterno e lo modella e lo evoca, come nel celebre epilogo de L’Artefice di Borges:

Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, di isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.

Il mio autoritratto arcimboldesco è più urbano, si sviluppa come un reticolo di strade occidentali che hanno qualcosa di Milano, Parigi, Barcellona, Ginevra, New York. Tranne il paesaggio di Valle Muria a Lipari, con la vista sui faraglioni e l’isola di Vulcano, dove i miei avevano acquistato un rudere su cui era stata costruita un casa tutta rivolta all’esterno, circondata da grandi terrazzi azzurri come una piscina di piastrelle, una casa che sembrava finalizzata unicamente al godimento del panorama, 4octranne in quel caso il mio mindscape è costituito perlopiù da abitazioni private di persone che mi sono care, siano familiari o artisti, ma a volte anche da luoghi di finzione, luoghi creati dall’arte. Di uno di questi, la villa di Ginevra in cui abitava il giudice interpretato da Jean Louis Trintignant in Film Rosso, avevo già parlato in precedenza, ma oggi me n’è venuto in mente un altro.

E’ un edificio di New York. Si trova al 9 di Cranberry Street, a Brooklyn, nei pressi del ponte omonimo. Qui, nel sottoscala, c’era la casa di Kathy Hale. In quell’appartamento seminterrato, nel lontano 1975, furono girate alcune scene decisive de I tre giorni del condor, con Robert Redford e Faye Dunaway, e Kathy Hale era appunto il personaggio interpretato dalla Dunaway. Mi è venuto in mente ora perché per me questo indirizzo rappresenta novembre, grazie alle foto in bianco e nero scattate dalla proprietaria, incorniciate e appese al muro. Colpirono molto anche Redford. Osservandole con attenzione, chiese alla Dunaway quale fosse il soggetto, e quando lei rispose che ritraevano l’inverno lui precisò: “Not quite winter. They look like November. Not autumn, not winter, in-betweenI like them“. E’ un’agnizione, l’attimo del riconoscimento. Kathy è stupita. Lui l’ha capita, l’ha vista dentro. Lui, un perfetto sconosciuto, all’improvviso sente l’appello di quello sguardo malinconico e lo fa proprio, e quello sguardo che fissa strade vuote, panchine deserte, alberi senza foglie, evoca un tempo spurio, che non è né autunno né inverno ma sta a cavallo delle due stagioni: il mese di Novembre, il mese della solitudine.

La cartografia è il modo migliore per studiare una biografia, diceva Agamben. Indagare il rapporto tra una vita e i luoghi dov’è trascorsa, anche col pensiero, significa andare al nocciolo dell’essere, perché prima di essere una visione cosciente ogni paesaggio è una visione onirica, come se i luoghi che amiamo ci appartenessero perché li abbiamo già sognati. Quando riusciamo a vederli nell’altro allora cadono tutte le difese e le diffidenze, ci sentiamo accolti e protetti. Quella è la nostra querencia, come nel gergo della tauromachia è chiamato il punto dell’arena in cui il toro si sente al sicuro. robert-redford-e-faye-dunaway-in-i-tre-giorni-del-condorLì dentro, nel riparo notturno di una camera da letto, i corpi estranei di Robert Redford e Faye Dunaway si cercano e si trovano, e quelle foto novembrine fanno da contrappunto alla danza della loro passione, tradiscono un vuoto e insieme un desiderio permeato di speranze e di paura, perché anche lì dentro il toro intuisce quale destino lo attende.

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Proscioglimenti

settembre 23, 2017

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“In ogni caso, quale miglior dono possiamo sperare che l’essere insignificanti, quale maggior gloria per un Dio che quella di essere prosciolto dal mondo?”  (JLB, Discussione, 1931)

gli infiniti futuri

agosto 4, 2017

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la curiosa tesi di Dunne, che attribuisce a ogni uomo, in ogni istante della sua vita, un numero infinito di futuri”.

(Jorge Luis Borges, recensione di An experiment with time, di John William Dunne, apparsa sulla rivista El Hogar nel 1937 e ora raccolta in Testi prigionieri, Adelphi)

l’ennesimo falso Borges

luglio 11, 2017

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Eccolo, l’ultimo falso borgesiano. Versi (versi?), no, scusate, parole di una bruttezza raccapricciante, che suscitano i commenti estasiati delle tisaniere sui social (“Mi ero dimenticata la frittata sul fuoco per leggere tutta questa verità. Con il tempo impariamo che niente torna indietro“; oppure “Bella. Tremendamente bella. Senza speranza. Il tempo passa e va, ma c’è anche un tempo interno alle volte è medicina , alle volte è rinascita”). Non ci vuole molto: l’anafora, una firma falsa, il tono malinconico, e il gioco è fatto.

Qui la si può gustare integralmente, sebbene con piccole varianti nel titolo e nel testo.

omaggi

gennaio 9, 2017

eduardolabarca

 

 

Ginevra

dicembre 15, 2016

pattern natura

La sequenza iniziale di Film rosso di Krzysztof Kieslowski, una mano femminile che compone un numero su un apparecchio telefonico rosso, la camera che segue l’impulso elettrico che corre sul filo, uno dei tanti fili che corrono nel buio dei cavi internazionali, fili che si sfiorano, si accavallano e poi tornano a separarsi, e a un certo punto si inabissano nel mare perché la telefonata va da Ginevra a Londra e deve attraversare la Manica, e intanto all’altro apparecchio non risponde nessuno, il suono dà libero, attende e attende ma la sua attesa è vana, si perde nel vuoto. E poi i fili del telefono ritornano ancora nel film come metafora del destino, nella parte del giudice in pensione interpretato da Jean-Louis Trintignant, il misantropo che spia le telefonate dei vicini. Lo vidi molti anni fa quel film e poi mai più, magari i miei ricordi sono falsati, eppure la convinzione di trovarmi di fronte a un capolavoro l’ebbi subito, così come il desiderio di conoscere quei luoghi, in primis la casa del giudice. Avevo letto da qualche parte che veniva definito il film testamentario del regista polacco, nel senso che lui annunciò di non volerne fare altri e poco dopo morì, e questo aveva ulteriormente aumentato il mio amore per quell’opera. So che alcuni preferiscono Film Blu, ma io non cambio idea, mi piace di più anche il colore, quello della passione e del sangue, perché il tema era la fratellanza, in ossequio alla bandiera francese e al suo celebre motto, ma dentro c’è pure una riflessione profonda sul tema del destino, la provvidenza, la necessità di accordare il proprio tempo interiore a quello della Storia, e sull’oblio in cui tutto si spegne dopo il suo quarto d’ora di ribalta e sulla poesia e il dolore di ogni rapporto umano, con i suoi infingimenti, le nobili aspirazioni e le piccole infedeltà, i sensi di colpa con cui fare i conti e i taciturni e lenti affrontamenti che durano una vita, perché solo una cosa è negata perfino a Dio, cancellare il passato. (more…)

gossip letterario

novembre 20, 2016

go

Il gossip letterario è il genere che preferisco, vorrei leggerlo anche dal barbiere.

simmetrie e corrispondenze

ottobre 28, 2016

alani

Piero della Francesca e Jorge Luis Borges hanno molto in comune, oltre al fatto che mi piacciono un sacco. Entrambi condussero una vita lunga e agiata, furono molto legati al loro paese e rimasero ciechi in tarda età. Ma anche la loro opera presenta delle affinità profonde, ad esempio un evidente esprit de geometrie che utilizza la simmetria come strumento di risoluzione di ogni contrasto. Penso alla fissità araldica degli angeli della Madonna del Parto, fatti con lo stesso cartone rovesciato, o ai levrieri bianchi e neri di Rimini, o ai ritratti appaiati dei duchi di Urbino; mentre in Borges la simmetria è un gioco di paralleli e false contrapposizioni, come la disputa fra I due teologi o i destini speculari del guerriero e della prigioniera. Ma è soprattutto per una curiosa corrispondenza trovata in una Cronichetta del 1556, che li sento così simili tra loro e a me vicini, tanto da farmi ricordare con nostalgia quando nell’ottobre ‘84 accompagnavo Borges per le strade di Roma. Quel libro è una raccolta d’interviste realizzate da Berto degli Alberti a dei cittadini di Sansepolcro, fra cui Marco di Longaro, un vecchio artigiano che realizzava lampade a olio. Questi, raccontando la propria vita di sacrifici, a un certo punto rievoca con orgoglio il fatto di aver “datto il braccio” da ragazzo al grande pittore cieco per le vie del borgo, e in quel momento sembra tradire un lieve rammarico, come se si fosse appena reso conto che il suo nome non sarebbe svanito nel nulla solo per quel piccolo gesto di cortesia, che probabilmente allora considerò insignificante.

close to the bone

giugno 14, 2016

alten

Peter Altenberg, morto di stenti a Vienna nel primo dopoguerra, nei suoi ultimi giorni scriveva poesie d’amore talmente essenziali da essere composte solo dal nome cognome e indirizzo delle donne amate. Allo stesso modo, io vorrei scrivere delle biografie dei miei scrittori preferiti composte unicamente dagli indirizzi delle case che hanno abitato. Tutto il contrario di quanto auspicava Borges, il mio scrittore preferito per eccellenza, che in Altre Inquisizioni disse: “Settecento pagine in ottavo conta una certa vita di Poe; l’autore, affascinato dai cambi di domicilio, riesce appena a salvare una parentesi per il Maelstrom e per la cosmogonia di Eureka“.

La vita imita i b-movie

agosto 31, 2012

In gita a Venezia con la mia compagna per una breve sortita al festival del cinema. Arrivandoci dal ponte sulla laguna col treno che scivola sull’acqua, si prova la sensazione di entrare in un altro mondo, come in un cartone animato di Miyazaki.

Appena giunto ho fatto un salto alla Libreria Marco Polo per salutare Claudio, il libraio che presentò il mio romanzo in una bellissima serata del settembre scorso. Anche lì l’atmosfera è fiabesca, talmente piccolo e magico sembra essere il suo antro cartaceo.

Poi son passato da Riva degli Schiavoni a dare un’occhiata all’Hotel Londra Palace, dove nel marzo 1984 incontrai Borges. E’ molto cambiato, credo che la hall sia stata ristrutturata così a fondo da renderla quasi irriconoscibile. La stanza dove alloggiò l’argentino si è fusa con un’altra accanto ed è diventata la “suite Borges”, e ora i ricconi fanno la coda per averla. Me l’ha detto il general manager dell’albergo, una persona molto gentile che è il figlio del portiere dell’albergo da oltre 50 anni. Che bella storia, pensavo di quella staffetta fra generazioni.

Infine ho voluto rivedere la pala di Giovanni Bellini a San Zaccaria. La prima volta che la vidi c’era un signore dentro la chiesa seduto di fronte all’opera con un cane sdraiato sulle sue gambe, ed entrambi la guardavano rapiti. Da giovane lo snobbavo un po’ Bellini, lo consideravo il Fausto Papetti del Rinascimento, adesso mi piace moltissimo e credo che siano sue alcune fra le creazioni più alte dello spirito umano.

Usciti faceva un caldo soffocante ed eravamo stanchi per il tanto camminare. Un fiume babelico scorreva senza sosta fra le calli e i ponti. Nel campiello di San Zaccaria si ergeva una baracca in legno con dei ragazzi stranieri che vi giravano intorno. Non si capiva il senso e la ragione di quella presenza, però un cartello sembrava ricondurre il tutto alla Biennale di Architettura, parlava di Inner freedom, alludeva a un’iniziativa degli studenti di Riga. Lì vicino, in un angolo, ho scorto una provvidenziale panchetta fatta di assi grezze posta all’ombra e ci siamo accomodati, ma il relax non è durato a lungo. Poco dopo è arrivato un ragazzo lituano che ci ha informato con un pizzico d’imbarazzo che eravamo seduti su un’installazione artistica.