Posts Tagged ‘Julio Cortázar’

la figurina sul sentiero

dicembre 1, 2018

Andrea del Sarto - Carità
“Non ricordo quando fu ma certo a Roma, alla galleria Barberini, stavo analizzando un Andrea del Sarto, quello che si dice analizzare, ed ecco che mi sono accorto. Non chiedermi che te lo spieghi. Me ne sono accorto, ho visto chiaramente (e non tutto il quadro, solo un piccolo particolare, una figurina lungo un sentiero). Mi sono venute le lacrime agli occhi, ecco tutto”.

A pag. 499 di Rayuela c’è questo passo illuminante di Julio Cortázar, proprio nel senso dell’illuminazione, di qualcosa che non è spiegabile né analizzabile a parole, ma che all’improvviso ti fa vedere le cose più chiaramente, arrivando addirittura a commuoverti. Julio racconta questa storia in modo un po’ criptico ma con riferimenti precisi, è sicuro che si trovasse a Roma, alla Galleria Barberini, e che il quadro a cui apparteneva quel dettaglio che lo colpì tanto, la figurina lungo il sentiero, fosse opera di Andrea del Sarto. Ora, io ho controllato, prima in rete poi di persona, andando al museo, e i due dipinti di Andrea del Sarto della Barberini non hanno figurine sullo sfondo. Sono due soggetti religiosi (una sacra conversazione e una madonna) privi di comparse. Allora ho pensato che l’argentino si fosse sbagliato, in fondo l’ultima volta che era stato a Roma risaliva al ’52, con la fidanzata Aurora Bernardez, quando viveva in una stanza in affitto in via di Propaganda Fide 22, vicino a piazza di Spagna, mentre Rayuela è del ’63, e anche considerando che quel brano Cortázar l’abbia scritto prima del suo capolavoro, dato che la stesura di quel romanzo durò parecchio, io quasi due lustri in mezzo ce li vedo lo stesso. Si sarà confuso, avrà fatto un errore sul “pittore senza errori”, come Vasari chiamava Andrea del Sarto con ammirazione per le sue abilità tecniche ma anche con un pizzico di ironia per la freddezza dei risultati, per quelle composizioni così algide e poco transitive, che spesso restano sulla tela e non riescono a toccare lo spettatore. Se così fosse, si potrebbe ipotizzare uno scambio con un’altro dipinto di Andrea, la Carità al Louvre, che lui doveva per forza aver visto abitando a Parigi ed essendo un amante del Rinascimento italiano, quadro che un paio di figurine lungo un sentiero di campagna le ha, in alto a sinistra alle spalle della Madonna. Oppure no, magari non è Andrea del Sarto ma un altro pittore il cui quadro effettivamente si trova alla Barberini, e a quel punto qualsiasi ricerca è inutile, è impossibile decifrare di chi parli, e quell’illuminazione resterà solo sua, di un istante a noi precluso, come forse è giusto che sia, o come non poteva non essere.

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strane associazioni

giugno 23, 2018

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È morta Esther Judith Singer detta Chichita, la vedova di Italo Calvino. Era argentina, traduttrice dell’Unesco, amica intima di Julio Cortàzar quando non lo conosceva nessuno, eppure ogni volta che la sento nominare l’associo sempre a Elsa de’ Giorgi, che lei comprensibilmente detestava. Elsa era la rivale, l’ex onnipresente, la bellissima attrice, il chiodo fisso di Calvino che la chiamava “raggio di sole” anagrammando il suo nome, e alla quale scrisse “l’epistolario d’amore più suggestivo del Novecento” (come ebbe a dire Maria Corti, l’unica a leggerlo interamente); un epistolario che Chichita vietò di rendere pubblico e che fu acquistato dal Fondo Manoscritti di Pavia. Elsa originaria della mia cara Bevagna, Elsa antifascista, sposa del conte Alessandro Contini Bonacossi, l’erede di una delle maggiori collezioni d’arte italiane, con Maria Bellonci e Anna Banti come testimoni di nozze, Elsa amica per la vita di Anna Magnani, che abitava in via Ruggero Fauro 27, dove passo spesso, in una casa che ospitò a lungo Alberto Moravia ed Elsa Morante.
Quant’è forte il legame dell’odio, e “quanto amore c’è nel disamore“, come le disse Italo quando si rividero per l’ultima volta anni dopo la loro separazione, con una battuta degna del finale di The way we were.

 

libri che non si possono “leggere”

giugno 18, 2018

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Che libro, una meraviglia, un album con una foto per ogni pagina, o più d’una, quasi tutte inedite, un sillabario del cronopio maximo che ripercorre tutto della sua vita e delle sue passioni. Ero quasi geloso di questo libro, ne parlavo poco in giro e non lo consigliavo a nessuno per paura che finisse in mani sbagliate. È un libro speciale, un libro che non si può “leggere”, un po’ come il Codex Seraphinianus. A volte mi capita di sognarne qualche brano, le sere di giugno come questa, quando tira vento.

 

Las cosas que no hay que ver

maggio 1, 2018

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Alla fine del 1949 per Cortazar comincia a concretizzarsi la possibilità del tanto sospirato viaggio in Europa. L’ha programmato da tempo e non sarà una semplice vacanza, ma il giro di ricognizione per decidere se il suo sogno di stabilirsi definitivamente nel vecchio continente è fattibile o meno. Ha bisogno di consigli pratici, in particolare dagli amici che ci vivono, come Fredi Guthmann, che sta a Parigi. Allora gli scrive chiedendogli espressamente “las cosas que no hay que ver” della ville lumiere.

La mia passione per il cronopio maximo si deve anche a queste piccole cose, non solo alla sua maestria letteraria. Anni fa, prima di leggere quella lettera avevo progettato di scrivere una guida turistica in negativo, una specie di baedeker incentrato sui luoghi di Roma da evitare. Non un must see insomma, piuttosto un must avoid. Il titolo provvisorio era un po’ forte ma di grande effetto, Posti demmerda, poi gli amici mi convinsero a desistere per l’alto rischio di denunce, sebbene la pratica di parlar male di un locale sia oggi ampiamente accettata ed esercitata, come dimostrano le tante stroncature spietate che si possono leggere su Tripadvisor.

Come Cioran, io credo nel valore didattico degli esempi negativi (e ci crede pure Claudio Giunta, autore del manuale Come non scrivere, edito da Utet), e penso che i disgusti siano meno datati dei gusti, che ciò che non ci piace ci appartenga e ci aderisca molto più fedelmente di ciò che ci piace, oltre a resistere più a lungo ai nostri cambiamenti d’umore e di opinione. Il no è diretto, immediato, non accondiscende, non indora la pillola, non vuol far bella figura, è l’opposizione ostinata di Bartleby (vedi anche l’elogio del no contro il sì nella lettera che Melville scrisse al suo vicino Hawthorne), il rifiuto del bimbo di condividere i suoi giocattoli con gli amichetti, nasce dal sangue e dalle viscere, prorompe senza filtri né calcoli fregandosene delle convenienze e delle buone maniere, e infatti, come diceva Emily Dickinson, no è la parola più selvaggia del dizionario (questo me lo ha ricordato Nel cuore della notte, il nuovo, bellissimo romanzo di Marco Rossari). O no?

Un tal Julio

febbraio 12, 2018

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“I famas, per conservare i loro ricordi seguono il metodo dell’imbalsamazione: dopo aver fissato il ricordo con capelli e segnali, lo avvolgono dalla testa ai piedi in un lenzuolo nero e lo sistemano contro la parete del salotto, con un cartellino che dice: “Gita a Quilmes”, oppure: “Frank Sinatra”. Invece i cronopios, questi esseri disordinati e tiepidi, sparpagliano i ricordi per la casa, allegri e contenti, e ci vivono in mezzo e quando un ricordo passa di corsa gli fanno una carezza e gli dicono affettuosi: “Non farti male, sai”, e anche: “Sta attento, c’è uno scalino”. Questa è la ragione per la quale le case dei famas sono in ordine e in silenzio, mentre le case dei cronopios sono sempre sottosopra e hanno porte che sbatacchiano. I vicini si lamentano sempre dei cronopios e i famas scuotono la testa comprensivi, e vanno a vedere se i cartellini sono ancora al loro posto.”

(Un ricordo di Julio Cortázar, che moriva il 12 febbraio di 34 anni fa)

la casa natale di Cortazar

gennaio 13, 2018

Come si scrive un finale

ottobre 27, 2017

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“E sebbene in cuor suo avesse già preso una decisione, continuò a pensare per il gusto di pensare, scegliendo e spiegandosi le ragioni di quella decisione, finché l’alba cominciò a strofinarsi gli occhi contro la finestra, sui capelli di Giulia addormentata, e la magnolia nel cortile si stagliò imprecisa, come un futuro che si condensa nel presente, s’indurisce a poco a poco, adotta la propria forma diurna, l’accetta e la difende e la condanna alla luce del mattino” (Julio Cortázar, Ottaedro)

dizionari interiori

settembre 20, 2017

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Prima di scrivere ho fatto per diversi anni l’arredatore. Avevo un negozio e vendevo tessuti, letti, divani e oggettistica varia. I lavori più redditizi e di maggior soddisfazione erano quelli in cui il cliente mi chiedeva di arredargli una casa vuota dandomi carta bianca. Non capitavano spesso, ma quando capitavano era un piacere cimentarsi con uno spazio totalmente neutro, che poteva diventare qualsiasi cosa. Certo, dovevo tenere presente i gusti del cliente, e già il fatto che si fosse rivolto a me voleva dire che s’identificava con lo stile di arredo che proponevo, per cui i margini di scelta non erano infiniti, ma l’assenza di mobili preesistenti da armonizzare coi nuovi mi consentiva una discreta libertà. Dopo l’incarico c’era il momento del progetto, i disegni in scala e le prospettive di cosa avrei inserito, e in quella fase spesso accarezzavo l’idea di qualche proposta azzardata, e quell’appartamento diventava così un ambiente minimalista, o un rifugio esotico, o una casa calda e lussuosa con qualche pezzo di antiquariato. (more…)

Perdersi

giugno 1, 2017

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Per me il paradiso è un posto pieno di strade alberate, di panchine, di pasticcerie, di abbaini, di libri e reminiscenze letterarie. Ecco perché torno sempre volentieri a Parigi.

Ieri già col taxi preso a Orly mi sarei fermato a ogni angolo: riconoscevo la fermata del metro di Alesia e avrei voluto deviare per lo studio di Giacometti, o per la casa di Walter Benjamin in rue Benard 23, o per il leone di place Denfert Rochereau tanto caro a Cortazar, che abitava anche lui nei paraggi. Non ho potuto fermarmi, ovviamente, ma mi son rifatto dopo esser passato in albergo, zigzagando a piedi per ogni traversa fino a rinunciare del tutto alla passeggiata che mi ero prefissato. (more…)

Ginevra

dicembre 15, 2016

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La sequenza iniziale di Film rosso di Krzysztof Kieslowski, una mano femminile che compone un numero su un apparecchio telefonico rosso, la camera che segue l’impulso elettrico che corre sul filo, uno dei tanti fili che corrono nel buio dei cavi internazionali, fili che si sfiorano, si accavallano e poi tornano a separarsi, e a un certo punto si inabissano nel mare perché la telefonata va da Ginevra a Londra e deve attraversare la Manica, e intanto all’altro apparecchio non risponde nessuno, il suono dà libero, attende e attende ma la sua attesa è vana, si perde nel vuoto. E poi i fili del telefono ritornano ancora nel film come metafora del destino, nella parte del giudice in pensione interpretato da Jean-Louis Trintignant, il misantropo che spia le telefonate dei vicini. Lo vidi molti anni fa quel film e poi mai più, magari i miei ricordi sono falsati, eppure la convinzione di trovarmi di fronte a un capolavoro l’ebbi subito, così come il desiderio di conoscere quei luoghi, in primis la casa del giudice.20170129_134038Avevo letto da qualche parte che veniva definito il film testamentario del regista polacco, nel senso che lui annunciò di non volerne fare altri e poco dopo morì, e questo aveva ulteriormente aumentato il mio amore per quell’opera. So che alcuni preferiscono Film Blu, ma io non cambio idea, mi piace di più anche il colore, quello della passione e del sangue, perché il tema era la fratellanza, in ossequio alla bandiera francese e al suo celebre motto, ma dentro c’è pure una riflessione profonda sul tema del destino, la provvidenza, la necessità di accordare il proprio tempo interiore a quello della Storia, e sull’oblio in cui tutto si spegne dopo il suo quarto d’ora di ribalta e sulla poesia e il dolore di ogni rapporto umano, con i suoi infingimenti, le nobili aspirazioni e le piccole infedeltà, i sensi di colpa con cui fare i conti e i taciturni e lenti affrontamenti che durano una vita, perché solo una cosa è negata perfino a Dio, cancellare il passato. (more…)