Posts Tagged ‘Julio Cortázar’

Come si scrive un finale

ottobre 27, 2017

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“E sebbene in cuor suo avesse già preso una decisione, continuò a pensare per il gusto di pensare, scegliendo e spiegandosi le ragioni di quella decisione, finché l’alba cominciò a strofinarsi gli occhi contro la finestra, sui capelli di Giulia addormentata, e la magnolia nel cortile si stagliò imprecisa, come un futuro che si condensa nel presente, s’indurisce a poco a poco, adotta la propria forma diurna, l’accetta e la difende e la condanna alla luce del mattino” (Julio Cortázar, Ottaedro)

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dizionari interiori

settembre 20, 2017

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Prima di scrivere ho fatto per diversi anni l’arredatore. Avevo un negozio e vendevo tessuti, letti, divani e oggettistica varia. I lavori più redditizi e di maggior soddisfazione erano quelli in cui il cliente mi chiedeva di arredargli una casa vuota dandomi carta bianca. Non capitavano spesso, ma quando capitavano era un piacere cimentarsi con uno spazio totalmente neutro, che poteva diventare qualsiasi cosa. Certo, dovevo tenere presente i gusti del cliente, e già il fatto che si fosse rivolto a me voleva dire che s’identificava con lo stile di arredo che proponevo, per cui i margini di scelta non erano infiniti, ma l’assenza di mobili preesistenti da armonizzare coi nuovi mi consentiva una discreta libertà. Dopo l’incarico c’era il momento del progetto, i disegni in scala e le prospettive di cosa avrei inserito, e in quella fase spesso accarezzavo l’idea di qualche proposta azzardata, e quell’appartamento diventava così un ambiente minimalista, o un rifugio esotico, o una casa calda e lussuosa con qualche pezzo di antiquariato. (more…)

Perdersi

giugno 1, 2017

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Per me il paradiso è un posto pieno di strade alberate, di panchine, di pasticcerie, di abbaini, di libri e reminiscenze letterarie. Ecco perché torno sempre volentieri a Parigi.

Ieri già col taxi preso a Orly mi sarei fermato a ogni angolo: riconoscevo la fermata del metro di Alesia e avrei voluto deviare per lo studio di Giacometti, o per la casa di Walter Benjamin in rue Benard 23, o per il leone di place Denfert Rochereau tanto caro a Cortazar, che abitava anche lui nei paraggi. Non ho potuto fermarmi, ovviamente, ma mi son rifatto dopo esser passato in albergo, zigzagando a piedi per ogni traversa fino a rinunciare del tutto alla passeggiata che mi ero prefissato. (more…)

Ginevra

dicembre 15, 2016

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La sequenza iniziale di Film rosso di Krzysztof Kieslowski, una mano femminile che compone un numero su un apparecchio telefonico rosso, la camera che segue l’impulso elettrico che corre sul filo, uno dei tanti fili che corrono nel buio dei cavi internazionali, fili che si sfiorano, si accavallano e poi tornano a separarsi, e a un certo punto si inabissano nel mare perché la telefonata va da Ginevra a Londra e deve attraversare la Manica, e intanto all’altro apparecchio non risponde nessuno, il suono dà libero, attende e attende ma la sua attesa è vana, si perde nel vuoto. E poi i fili del telefono ritornano ancora nel film come metafora del destino, nella parte del giudice in pensione interpretato da Jean-Louis Trintignant, il misantropo che spia le telefonate dei vicini. Lo vidi molti anni fa quel film e poi mai più, magari i miei ricordi sono falsati, eppure la convinzione di trovarmi di fronte a un capolavoro l’ebbi subito, così come il desiderio di conoscere quei luoghi, in primis la casa del giudice20170129_134038. Avevo letto da qualche parte che veniva definito il film testamentario del regista polacco, nel senso che lui annunciò di non volerne fare altri e poco dopo morì, e questo aveva ulteriormente aumentato il mio amore per quell’opera. So che alcuni preferiscono Film Blu, ma io non cambio idea, mi piace di più anche il colore, quello della passione e del sangue, perché il tema era la fratellanza, in ossequio alla bandiera francese e al suo celebre motto, ma dentro c’è pure una riflessione profonda sul tema del destino, la provvidenza, la necessità di accordare il proprio tempo interiore a quello della Storia, e sull’oblio in cui tutto si spegne dopo il suo quarto d’ora di ribalta e sulla poesia e il dolore di ogni rapporto umano, con i suoi infingimenti, le nobili aspirazioni e le piccole infedeltà, i sensi di colpa con cui fare i conti e i taciturni e lenti affrontamenti che durano una vita, perché solo una cosa è negata perfino a Dio, cancellare il passato. (more…)

l’originalità a tutti i costi

dicembre 5, 2016

solitudine

In questa serata di exit poll e previsioni per il referendum mi è tornata in mente la storia di Norma. Norma è una chimera, il sogno dei sondaggisti, una casalinga di mezza età che vive in una cittadina dell’Ohio, cioè uno degli stati sempre in bilico fra repubblicani e democratici il cui voto spesso decide l’elezione del Presidente USA. Questa donna incarna alla perfezione il pensiero, i gusti e le idiosincrasie dell’americano medio, al punto che un bel giorno se ne rendono conto anche gli istituti di ricerche e analisi di mercato, e da allora invece di telefonare a un campione di persone rappresentativo chiamano sempre e solo lei. Così all’improvviso Norma riceve un sacco di telefonate per conoscere le sue preferenze su tutto, dai programmi televisivi ai detersivi, i cibi, libri, film, partiti politici. Il motivo è semplice: sapere chi voterà lei alle elezioni presidenziali significa sapere con sicurezza chi vincerà. Stesso discorso per gli articoli dei grandi magazzini o per quelli che si vogliono lanciare sul mercato, cioè se sia meglio puntare su un sapone per lavatrice con la profumazione alla lavanda oppure su uno al limone. Con Norma non si sbaglia, non c’è incertezza, quello che ama lei piacerà anche alla maggioranza dei suoi concittadini. Il problema è che presto si stufa di essere importunata tanto dai sondaggisti, e giustamente se ne lamenta, finché un giorno uno di loro le rivela le ragioni di quel pressing telefonico. Tutti vogliono sapere le sue preferenze perché Norma è l’americano medio, quella maggioranza silenziosa a volte così difficile da interpretare proprio per i suoi giudizi istintivi che somigliano molto a dei sommovimenti biliari. La rivelazione la sconvolge, come avesse visto Bellerofonte. Ma come? Lei così comune, così media? No, non può essere. Allora s’arrabbia, protesta con veemenza, rivendica la sua unicità, la sua diversità da tutti gli altri, e alla fine il sondaggista impietosito ritratta. (more…)

il tempo sospeso

dicembre 1, 2016

shara

Quando mi fecero il contratto per il secondo romanzo non avevo ancora scritto una riga ed ero pieno di dubbi, ma una cosa l’avevo ben chiara, in qualche modo avrei parlato delle lettere di Julio Cortázar. Quell’epistolario mi ossessionava da mesi, non parlavo d’altro, mi sembrava la cosa più bella che avessi mai letto. E in più era solo per me, migliaia di pagine sconosciute in Italia perché non ancora tradotte. Così finì che il mio protagonista divenne il traduttore di quel libro e l’argentino una sorta di spirito guida. Poi, terminato di scrivere il mio romanzo, un editore italiano comprò i diritti dell’epistolario e mi affidò la revisione della traduzione, giusto per ribadire la proverbiale ironia della sorte. Infine, a settembre del 2014 uscì il mio libro e corsi subito in posta a spedirne una copia staffetta ad Aurora Bernárdez, la vedova di Cortázar. Lei aveva più di novant’anni e abitava nella stessa casa dove mezzo secolo prima lui aveva scritto Rayuela, il suo capolavoro. Ci tenevo a farle avere il mio romanzo, parlava anche di lei, ma non so se riuscì a leggerlo, dato che in seguito seppi che allora stava già in ospedale e che morì a novembre. Oltretutto le avevo spedito il pacco con l’affrancatura ordinaria, perché quel giorno allo sportello delle raccomandate avevo trovato un cartello che avvisava: “A causa di un guasto ai terminali il tempo reale è momentaneamente sospeso”. Come scrisse Cortázar in una lettera all’amico Manuel Fantin: “il fantastico non è che il quotidiano visto sotto una luce di rivelazione”.

presso

ottobre 9, 2016

solitudine

La sigla c/o è una costante nelle biografie dei miei artisti prediletti. Gli indirizzi di Julio Cortázar per esempio la riportano spesso negli anni Cinquanta. Quando a Parigi visse presso un certo Daniel in rue Bertholet, poi in rue le Regrattier ospite di Andrée Delesalle; e ancora in rue Mazarin 54 chez Champion. Stessa cosa nei suoi viaggi: subaffittò una stanza a Roma in via di Propaganda Fide 22 presso la famiglia Sanvitale; a Firenze da un tal Pruneti in via della Spada 5; e a Vienna presso il dottor Rössler al 7 di Neulingasse. Mi chiedo se quelle persone sono ancora vive, e se conservano qualche ricordo della convivenza col grande cronopio.

La sigla c/o deriva dalla locuzione inglese care of, cioè «alle cure di». Pure Giorgio Manganelli, quando nello stesso periodo si trasferì da Milano a Roma, fu preso in cura da altri, cioè la famiglia Magnoni, che viveva in via Gran Sasso 38, e finì per seguirla in quattro traslochi come un anziano parente a carico. O Paul Klee, che alloggiò a Firenze in via dei Benci 15 presso la signora Haag nell’aprile del 1902, per tornare nella stessa città un quarto di secolo dopo ospite stavolta della famiglia Nardini di piazza San Giovanni 7. E ancora Elias Canetti, che nell’aprile 1924 visse col fratello minore a Vienna, in Praterstrasse 22, c/o la signora Sussin.

L’elenco è lunghissimo e disperso fra molti taccuini. Forse il c/o non dipende solo da mere esigenze economiche, ma rappresenta lo stigma sociale del grande artista nella sua fase clandestina, aurorale, quasi che un indirizzo proprio non possa che scaturire dal riconoscimento ufficiale del talento, o come se un artista in erba, per esprimere al meglio le sue potenzialità, abbia bisogno che un estraneo gli faccia da curatore. Vivian Maier, la tata fotografa scoperta per caso pochi anni fa, visse quasi sempre in casa d’altri e in vecchiaia chiese addirittura ai suoi ultimi datori di lavoro di essere adottata, venendo ovviamente presa per pazza.

i cronopios di Zara ed H&M

ottobre 5, 2016

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Mi piace fare shopping con Chiara da H&M in via del Corso, perché lì tutto mi parla di Caravaggio. La zona intorno a quel negozio è la sua Roma molto più di altri luoghi canonici come via della Pallacorda, vicolo del Divino Amore, San Luigi dei Francesi o Sant’Agostino. Il fulcro è la basilica di Sant’Ambrogio, la chiesa dei milanesi e delle meretrici, che fu progettata dall’architetto Onorio Longhi, il miglior amico di Michelangelo nonché suo inseparabile compagno di baie e di risse. Di fronte, “riscontro al palazzo del Curenaschiere” (il responsabile dell’immondizia), abitava Maddalena Antognetti, detta Lena o la Roscina, la bellissima cortigiana dai capelli fluenti e il seno florido che gli fece da modella per la Madonna dei pellegrini, e per l’onore della quale ferì il notaio Mariano Pasqualone che l’aveva offesa. Caravaggio andava talmente spesso da lei che fu arrestato due volte in quello spiazzo, il 18 novembre 1604 e il 28 maggio dell’anno successivo. E subito dietro Sant’Ambrogio, intorno al Mausoleo di Augusto, si stendeva l’Ortaccio, il ghetto malfamato delle prostitute come Anna Bianchini, “la puttana de Dio” e “bugiarona” che per Caravaggio impersonò la Maddalena penitente e la Madonna nel Riposo durante la fuga in Egitto.

Ma Roma è fantastica perché ci sono passati tutti, a volte anche per fare shopping in quei negozi, non solo nei paraggi. Ecco perché dopo che siamo usciti da H&M, spesso facciamo un giro pure da Zara lì davanti. È che mi piace ripercorrere i passi di Julio Cortázar, e immaginarmi il pomeriggio del 24 dicembre 1953, quando l’argentino e sua moglie Aurora entrarono in quel palazzo, che allora ospitava La Rinascente, per farsi i regali di Natale. Fuori era già buio e il freddo pungente accompagnava le melodie rustiche degli zampognari, mentre la giovane coppia si aggirava tra la calca della vigilia alla ricerca di un dono da scambiarsi. Alla fine lei ricevette una sottoveste e lui un caleidoscopio del costo di 300 lire, che al rientro a Parigi, nella loro casa al 54 di rue Mazarine, Julio usò come infallibile “pruebacronopios“. Il test funzionava così: quando qualcuno entrava in casa loro, lui glielo porgeva e ne studiava le reazioni. Se rigirandosi in mano il caleidoscopio l’ospite “se enloquece, salta por el aire, ect, lo proclamo cronopio”, mentre “si condesciende con una sonrisa de buena educacion, lo mando mentalmente al corno.” Chissà che fine ha fatto quel caleidoscopio.

Cortázar su Bud Spencer

agosto 1, 2016

 

le lettere di Julio

giugno 30, 2015

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