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il motore immobile

maggio 23, 2012

Per molti l’invidia rappresenta il motore immobile, il volano del divenire dell’universo, la causa senza causa, perché prima di essa non esisteva neppure l’universo. Yahweh stesso, secondo Lacan, forse non ne sarebbe immune, basta vedere quel che combinò all’incolpevole Giobbe. Il patriarca idumeo infatti era ricco, felice, pieno di fede, con una bella famiglia, e pagò caro tutto questo ben di Dio. L’invidia è il peccato originale, nel senso di qualcosa che corrompe ab origine ogni giudizio, rendendolo sospetto di malafede. A me non piace proprio per questo motivo: è un modo per zittire l’interlocutore e insieme un’ipotesi infalsificabile, quindi inservibile alla costruzione di un discorso sensato. Non che l’invidia non esista, o che non generi risentimento e frustrazione in molti, ma se qualsiasi disputa che ricorra a questi mezzucci finisce immancabilmente in insulti reciproci, allora credo che varrebbe la pena escluderla a priori, o tenersela per sé. D’altronde, non si può veder riconosciuta la propria buona fede più di quanto si sia disposti a riconoscerla agli altri. Chi si raffigura un mondo paranoico popolato da vermi livorosi poi dovrà abitare in ‘ste lande schifose, dovrà convivere con questi esseri ripugnanti, non ce n’è. E se chi critica lo fa sempre e solo per invidia, allora chi elogia è un adulatore interessato. Ad ogni modo di recente noto un salto di qualità tale da far capitolare perfino la logica. E’ successo che l’accusa d’invidia si è talmente diffusa da stimolare l’autocensura. Per esempio io in pubblico – sia questo un blog, un social network o il ristorante con gli amici – preferisco glissare, piuttosto che criticare qualcuno che ha goduto di una notorietà a me preclusa, onde evitare sospetti di sorta. Pensavo però di poter esercitare tranquillamente il mio diritto di critica se si trattava di una situazione a me estranea. Puta caso che esca un’antologia dell’ottocento mitteleuropeo, o di scrittori under 25, o di poetesse, in cui il curatore elenca i nomi di quelli che considera i migliori del genere, io credevo che in questi frangenti non mi si potesse liquidare così; infatti non ho il cappello a cilindro e i baffi a manubrio, fra poco compio cinquant’anni e sono un maschio abituale e recidivo. Eppure no, gli interessati, curatori o antologizzati, risponderanno comunque che “è degli esclusi il rodersi”. Bah.

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