Posts Tagged ‘Leonardo da Vinci’

il calco di un’assenza

giugno 10, 2017

shadow

A me piacciono le delocazioni di Claudio Parmiggiani, che ricordano gli aloni lasciati dai quadri tolti dalle pareti dopo un trasloco; Lost in la Mancha, il backstage di un film inesistente (ma pare che Terry Gilliam lo stia finendo dopo diciassette anni); la Prefazione alle mie opere future del medico-scrittore Giovanni Rajberti, fors’anche perché a Monza io abitavo nella via a lui intitolata; e l’Azione Parallela de L’Uomo senza qualità di Musil; le Confessioni di un ottuagenario che non diventerà mai, dato che Ippolito Nievo morirà molto prima; e il libro di George Steiner intitolato I libri che non ho scritto; poi il verso di e.e. cummingsMy life resembles something that has not occurred“, e gli artisti come Leonardo da Vinci, quelli più interessati ai progetti che alla loro realizzazione.

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Leonardo unplugged

novembre 5, 2009

ceciliaLa mia dolce Chiara mi ha chiesto se volevo collaborare alla sceneggiatura di una fiction su Leonardo. Erano interessati ad aneddoti sulla vita dell’artista che non fossero troppo noti, qualcosa di significativo anche per la sua opera, e così, d’acchito, mi sono venute in mente tre cose.

La prima è una congettura, non suffragata da opinioni autorevoli però abbastanza plausibile, e, almeno ai miei occhi, degna di essere riferita. Riguarda i processi per “sodomia passiva” che subì e dai quali, per la verità, in seguito fu scagionato. L’idea è che la sua visione del mondo, quel modo di rappresentare un’umanità quasi indifferenziata, in cui gli uomini e le donne si assomigliano perché i primi risultano addolciti nei tratti, tanto da sembrare effemminati, dipenda dalle sue inclinazioni sessuali, e per questo mi riferisco in particolare alla sua c.d. “passività”. Cosa che, fra l’altro, ha ingenerato equivoci come le fantasiose ipotesi alla Dan Brown, secondo cui il San Giovanni del Cenacolo sarebbe in realtà la Maddalena. Forse sono pregiudizi, però quando vedo le donne atletiche e nerborute di Michelangelo mi vien da pensare che siano un riflesso della sua omosessualità attiva, qualcosa di speculare a Leonardo.

Il secondo punto ha a che fare con le mansioni minori che il genio di Vinci svolgeva sul finire del XV secolo alla corte di Ludovico il Moro. I biografi infatti narrano che si occupasse pure delle coreografie che dovevano sbalordire il duca di Milano e i suoi ospiti al Castello durante le feste. In una di queste progettò addirittura una torta gigantesca a più piani, e questo suo ruolo di designer gastronomico mi ha sempre colpito. Forse fu il primo a rifiutare ogni gerarchia fra alto e basso, una sorta di protopostmodernista. E poi il dettaglio della pasticceria, che ne fa l’antesignano dell’arte effimera, un’arte che vive lo spazio di poche ore e si consuma senza rimpianti nel piacere dei suoi fruitori, diventando così nutrimento dello spirito e insieme della carne.

E infine qualcosa di molto attuale, che unisce simbolicamente la sua parabola artistica con quella umana. Parlo dei ritratti di Cecilia Gallerani e di Lucrezia Crivelli, le amanti del Moro. Sarà che da buon biografista in letteratura non potevo non amare la ritrattistica in pittura, ma quei volti fieri e sicuri, in due ragazzine di circa 20 anni, sono le sue opere che mi suscitano maggiore ammirazione. Federico Zeri (ne La percezione visiva dell’Italia e degli italiani, Einaudi, pp.14-15) notò che Leonardo riuscì a rendere “la loro luminosa bellezza fisica senza ricorrere a connotati erotici, senza accennare alla metamorfosi verso il sex object. E senza neppure (grazie al suo razionalismo agnostico) oscillare verso l’altra alternativa che il cattolicesimo peninsulare riserba per l’immagine femminile, il luogo cioè dell’eterna madre italiana, reale o potenziale, per cui l’immagine della donna viene caricata di connotati psicologici tristi, dolorosi, pensosi, gravi di responsabilità, per un perenne e inevitabile rapporto con la mitologica Madre di Dio. I due ritratti sono il documento di una condizione femminile mai più raggiunta da noi per molti secoli, una condizione di apertura mentale e intellettuale, di rispetto egualitario nei confronti dell’uomo. Sono queste, beninteso, immagini della élite milanese verso lo scadere del Quattrocento, di un ambiente cioè quanto mai ristretto ed eccezionale; tuttavia, né prima né poi le arti figurative ci hanno lasciato, e anche in gruppi sociali di analogo potere, i segni di una condizione femminile altrettanto aperta, di una fioritura senza vincoli come quella che splende nei due dipinti di Leonardo”. Altro che Mara Carfagna e Sex and the city.

Noli me tangere

marzo 20, 2009

piero1

Io conto le lettere delle parole (2-5-2-7-5-6). Di quante lettere è formata ogni parola (2-6-7-1-7-4-6). Lo faccio da sempre, mentalmente (2-6-2-6-11). Le poche persone cui l’ho detto mi hanno preso per pazzo, e mi chiedono tutte il motivo (2-5-7-3-1-2-5-2-5-5-3-5-1-2-8-5-2-6). Non c’è un motivo particolare (3-1-1-2-6-11). E’ un’abitudine (1-2-9). Poi, certo, ho le mie preferenze (3-5-2-2-3-10). Diciamo che non amo le parole fatte di numeri primi (7-3-3-3-2-6-5-2-6-5). Di tredici lettere, per esempio (2-7-7-3-7). Già la parola tredici è orrenda (3-2-6-7-1-7). Sono sette lettere (4-5-7). Ma anche sette è brutta (2-5-5-1-6). E’ che non sono divisibili (1-3-3-4-10). O meglio, sono divisibili solo per uno o per se stesse. Divisibili è una parola stupenda (10-1-3-6-8). Con la sua struttura semplice, consonante-vocale-consonante-vocale; sempre la stessa vocale. Il massimo è una parola di dodici lettere (2-7-1-3-6-2-6-7). Mi trasmette una sensazione di ordine e di armonia (2-9-3-10-2-6-1-2-7). La puoi dividere per due, per tre, per quattro, per sei (2-4-8-3-3-3-3-3-7-3-3). Dodici come gli apostoli (6-4-3-8). Dodici come i mesi dell’anno, le ore del giorno e della notte. Dodici che Olivier Beigbeder definisce “il numero delle relazioni con il mondo”. Dodici come la somma delle lettere che compongono il mio nome e cognome (6-4-2-5-5-7-3-10-2-3-4-1-7).  (more…)