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Di sogni, di vacanze e di altre vie di fuga

dicembre 24, 2019

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A volte penso così forte che temo si senta, come se i pensieri facessero l’autoscontro nella mia testa. Scrivo per cercare di far emergere le cose dal fondo del loro silenzio.

Ho molti progetti per il passato, ci penso spesso, come quando viaggio controsenso in treno e guardo dal finestrino quello che sto lasciando, non quello a cui vado incontro.

Nell’agosto del 1990 a Lipari conobbi una ragazza inglese di origine ucraina. Stava facendo l’autostop e le diedi un passaggio in spiaggia col dune buggy. Si chiamava Yvonne, ma il suo vero nome era Ivanka. Aveva un aspetto mediterraneo, mora e procace, ero cotto di lei. Appena restavamo soli cercavo di scucirle un bacio ma lei tentennava, e io non so resistere a chi mi resiste. Tutto fra noi, anche la più piccola cosa, l’increspatura del labbro, uno sfioramento di mani, i nostri sguardi che s’incrociavano, ardeva ed era carica d’infinito. Siccome il mio inglese era pessimo e lei aveva vissuto a Siviglia, tra noi parlavamo in castiglione, e io amavo il suo morbido e dolce accento spanglish, steso come zucchero a velo su tutto ciò che diceva.

Ci sono incontri con i luoghi che non hanno nulla da invidiare a quelli con le persone. Lipari la conobbi a tredici anni e me ne innamorai subito. Negli ultimi trent’anni ci sono tornato solo una volta, eppure sento di appartenere più a lei che a Milano, la mia città natale. Diceva Rilke: “Nasciamo provvisoriamente da qualche parte, e soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno più definitivamente“. Forse il luogo dell’origine e il regno dei padri non appartengono alla storia o alla geografia, ma al mito.

A Lipari i miei comprarono un terreno di due ettari di rocce rosse, pomici, rovi, fichi d’india ed euforbia, una specie di corallo di terra. Lo presero perché nel bel mezzo di un pianoro ospitava un rudere con una vista incantata sui faraglioni e l’isola di Vulcano, e sopra quello fecero costruire la nostra casa, il cui vero centro era l’esterno, le grandi terrazze piastrellate d’azzurro che dall’alto sembravano una piscina e dove tutti passavamo la maggior parte del tempo. In pratica, era un’architettura finalizzata al godimento di un panorama. Si trovava a valle Muria, all’opposto della rocca antica, una parte dell’isola col vincolo assoluto a non costruire se non su strutture già preesistenti, come appunto i ruderi. Sopra di noi villeggiava Sergiu Celibidache, il famoso direttore d’orchestra rumeno. Ogni tanto suonava il pianoforte a coda che gli aveva regalato la cittadinanza e nella vallata improvvisamente il tempo si misurava in secoli. Il  nome Muria le derivava dal fatto che i saraceni vi attraccavano per prendere di sorpresa la cittadella fortificata, e a noi piaceva perché somigliava al nome spagnolo di mia madre e mia sorella, Nuria.

L’ultima volta che ci andai con Chiara cercavo invano tra la folla dello struscio i volti famigliari della mia generazione, ma nei rari casi in cui li incrociavo scoprivo che erano i figli dei miei amici, non i miei amici. Pian piano tutte quelle facce sconosciute avrebbero sostituito le nostre.

Portai Chiara a conoscere la mia vecchia casa. Camminammo sulla strada che avevano fatto costruire i miei. Nel giardino c’erano ancora i grandi orci di terracotta e i massi vulcanici presi nella valle dei mostri. La palma davanti al terrazzo era cresciuta tanto, in parte ostruiva la vista dei faraglioni, invece le bouganville e i rododendri sembravano secchi e trascurati, e un muro esterno era stato tinteggiato di un rosa confetto che suonava come uno schiaffo. Alla fine preferii non fotografarla. E pensare che per tanto tempo avevo sognato di ricomprarla. I luoghi cari che amiamo sono dentro di noi, fanno parte della nostra vita, e ci fanno  soffrire quando li troviamo diversi, cambiati, come se ci avessero tradito.

Si crede che soltanto il futuro sia aperto e ancora tutto da farsi. Il passato è passato, indietro non si torna, ma il senso di ciò che è accaduto non è fissato una volta per sempre. Lo riscopriamo ogni giorno, rileggendolo alla luce delle nuove esperienze.

il luogo dell’origine

luglio 5, 2018

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“Nasciamo, per così dire, provvisoriamente, da qualche parte; soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno più definitivamente.”

(Rainer Maria Rilke, con la sua vita errabonda, sempre in movimento da una città all’altra, chissà dove trovò la sua origine)

Piccoli Rubiconi crescono

maggio 24, 2018

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Per me mio padre è morto il 2 settembre 1990. Sulla lapide in marmo nero al cimitero Maggiore c’è scritto 21 dicembre 1991, ma quella è solo burocrazia, dati da censimento, termini utili per stabilire da quando decorre la pensione di reversibilità. In verità lui decise di farla finita il 2 settembre 1990, quando aveva 55 anni, la mia stessa età adesso, e per me fa fede quella data, per me lui cessò di vivere quel giorno. L’anno e mezzo in più che rimase in coma in ospedale a Garbagnate non lo visse veramente, ma sopravvisse, contro la sua stessa volontà e contro ogni logica, per cui io non lo conto.

Ho sempre più bisogno delle foto. Passa il tempo e i ricordi di lui mi si annebbiano, si scontornano, e per raffigurarmelo ancora ricorro alle poche foto superstiti. Non ce ne sono tante che ci ritraggono assieme, forse quattro o cinque. Qui siamo in barca a Lipari, dove trascorremmo tante vacanze estive. Ricordo quel giorno. York, il nostro dobermann era terrorizzato dalla velocità del motoscafo di un cliente facoltoso di mio padre, e infatti poco dopo se la fece sotto spruzzando di merda quei cuscini candidi. Arrivati in porto non aspettò che ci assicurassimo al molo, e sfuggito alla mia presa spiccò un balzo verso terra fallendo però l’attracco. Finì sotto la chiglia e scomparve alla nostra vista creando il panico, allora m’immersi subito e lo riportai a galla assieme a un bel po’ di graffi provocati dalle sue unghie. Occhio e croce eravamo intorno al 1980, e questa foto mi ha fatto ricordare pure che io ero arrabbiato con mio padre per non aver lasciato a casa il cane, dove poteva starsene bello comodo e in pace. Comunque, anche mio padre gli voleva bene. Magari si scocciava a portarlo giù la notte, ma mentre guardava la tv la sera non smetteva mai di accarezzarlo, era il suo scacciapensieri. Quante cose, senza neanche accorgermene, sto via via perdendo di lui.

Forse è una mera questione aritmetica. Se lui è morto nel 1990, quanďo io avevo 27 anni, vuol dire che oggi, che ne ho 55, ho attraversato un piccolo Rubicone del nostro rapporto, e cioè il fatto che ora è più il tempo che ho passato senza di lui che quello che ho passato con lui, e come un’auto che attraversa un ponte, ogni esperienza fatta, ogni persona incontrata, ogni minuto trascorso mi allontanano sempre più da lui, me lo fanno vedere sempre più piccolo e sfocato negli specchietti della memoria, fino a che sarà solo un puntino all’orizzonte alle mie spalle.

La casa di Malaparte

gennaio 3, 2018

con Flaminia e Febo

Curzio Malaparte visse in diverse case, com’è naturale, eppure per tutti la sua vera casa è quella di Capri, la celebre aragosta, che progettò personalmente e fece costruire nel 1936. Io spero di poterla visitare presto, compresi gli interni, ma nel frattempo mi consolo pensando di aver conosciuto una delle sue case meno note, quella che lo ospitò durante il confino a Lipari, nei sette mesi che vi rimase dal novembre ’33 al giugno ’34. Già il fatto che un fascista fosse mandato al confino da Mussolini suona curioso, ma poi a Lipari, dove era finita gente come Carlo Rosselli (lo zio di Amelia), Ferruccio Parri, Emilio Lussu, si fa fatica a crederlo. E infatti oggi non vi è alcuna traccia di quel soggiorno illustre, intendo una placca commemorativa sul muro, o un cartello che lo indichi ai turisti. Fortuna che sono rimasti i suoi resoconti e le foto, come questa sopra che lo ritrae insieme alla compagna Flaminia e al cane Febo, da cui non si separava mai. Il posto non è casuale. I tre si trovano sulla salita San Giuseppe, vicino alla chiesa omonima che affaccia sul porticciolo di Marina Corta. Malaparte abitava lì, in un appartamento al secondo piano sopra la falegnameria Iacona. Quello è un angolo di Lipari che conosco bene, e dove tornavo ogni estate, di solito verso la fine della vacanza, perché il 24 agosto mio padre riuniva tutta la famiglia a cena nel ristorante Il Pirata, da cui si godeva un’ottima vista per i fuochi d’artificio della festa di San Bartolomeo, il patrono dell’isola. Il ristorante era sul mare, e vi si accedeva da una scaletta ripida che partiva dalla salita san Giuseppe, proprio di fronte alla casa di Malaparte (in questa foto attuale segnalata dalla freccia). 007

Ogni evento della vita possiede due coordinate fondamentali per rintracciarlo, come se si trovasse su un grafico cartesiano. Le ascisse indicano il tempo, il momento preciso, quando avvenne, e le ordinate sono lo spazio, il luogo in cui si verificò. Una di queste coordinate non si può più recuperare, è andata perduta irreparabilmente, ma ci resta sempre il dove. Quando un grande scrittore muore è compito di noi lettori dargli un futuro, leggendo i suoi libri ma anche ripercorrendo i suoi passi nei luoghi in cui fu felice come nelle stazioni del suo calvario.

la muta verità dei sensi

novembre 22, 2016

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Ricordo certi pomeriggi oziosi a Lipari, sdraiato sul letto ma sveglio, mentre fuori crepitava l’estate e dalla finestra giungeva il frusciare del canneto e il respiro della risacca. Intorno a me solo il silenzio e la banalità senza storia del mondo naturale nella sua ottusità e indifferenza, nella sua inerzia tranquilla, quella che custodisce la verità dei sensi al di qua delle parole, alle frontiere del nulla.

ossidiana

luglio 22, 2016

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Era la cosa più bella di Lipari, così nera e lucida e piena di storia. Probabilmente fu la sua abbondanza a favorire l’insediamento delle prime popolazioni preistoriche su queste isole vulcaniche, e in seguito fu il suo commercio, come sostituto della selce, a renderle prospere. Mi piaceva tutto dell’ossidiana, anche i bracciali e gli orologi un po’ kitsch che vendevano le gioiellerie del corso. Con i miei ne prendemmo una enorme in una spiaggia sotto la valle dei Mostri, a Vulcano. Pesava un casino e la trasportammo in gommone fino al porticciolo di Marina corta rischiando di ribaltarci a ogni onda. Oggi quel grosso vetro si trova nel soggiorno di mia madre a Torrelles, vicino al caminetto, al fuoco che la generò. È una delle poche cose superstiti di quel periodo felice. Ogni volta che la vedo penso che contenga in sé il segreto di una cacciata, la cacciata dall’inferno.