Posts Tagged ‘Louis Ferdinand Céline’

il terrore delle fiamme

giugno 9, 2017

tor

Le edizioni Via del Vento sono una piccola casa editrice di Pistoia. C’era un tempo in cui mi mandavano spesso i loro libretti, volumi di piccolo formato e con poche pagine ma con un testo mai banale. Credo di averne ricevuti parecchi negli anni, e di conservarne almeno una ventina. Mi arrivavano in omaggio, con un foglietto all’interno che diceva semplicemente: “con preghiera di segnalazione”.

Mi piaceva il loro modo timido di invitarti a parlarne sui giornali. Allora scrivevo su un quotidiano, forse Liberazione, ma non gli proposi mai nulla perché quasi sicuramente me l’avrebbero rifiutato. Con le case editrici minuscole che non hanno una vera distribuzione nelle librerie spesso i giornali fanno così. I libri recensiti devono poter essere comprati subito, non ordinati, anche se oggi, con tanta gente che compra su Amazon, forse questo discorso non ha più molto senso.

Ad ogni modo, uno di questi libretti delle edizioni Via del Vento lo apprezzai particolarmente. Si intitolava Le onde, ed era un inedito di Céline, composto da un racconto scritto a bordo di una nave che lo riportava in Francia nel 1917, e da due lettere indirizzate all’amica di gioventù Simone Saintu, scritte quando l’autore viveva e lavorava in Africa in qualità di amministratore di una piantagione di cacao in Camerun.

In una di queste Céline racconta all’amica di un giochino fatto dagli indigeni che gli ha “fatto una profonda impressione”. In pratica dice che “si fa un cerchio con delle liane, del diametro di 50 centimetri, si poggia il cerchio a terra e si mette al centro del cerchio uno scorpione – si dà fuoco alle liane, lo scorpione si ritrova allora accerchiato, circoscritto dal fuoco, cerca immediatamente di uscire ma invano – gira e rigira, va e viene ma non può uscire allora s’immobilizza all’interno del cerchio, e pungendosi a lungo sul corsetto, si avvelena e muore quasi istantaneamente”.

Il suicidio di un animale fa sempre impressione, è quasi inconcepibile, si pensa che nulla possa vincere il suo attaccamento alla vita, il suo istinto di sopravvivenza. Eppure il mio pensiero leggendo questo brano va immediatamente ai jumpers delle torri gemelle di New York, quelli che la mattina dell’11 settembre preferirono gettarsi nel vuoto al morire bruciati; e in subordine va a una riflessione di David Foster Wallace, che si trova a pag. 927 di Infinite Jest (nell’edizione Fandango), in cui si fa un parallelo coi suicidi in generale. Parole, quelle dell’americano, che acquistano un peso e un senso diverso se lette oggi, alla luce del suo suicidio, che per la sorella fu causato da “un cancro dell’anima”, e che sono anche un invito a interrogarsi sul fuoco del talento e della creazione, con le fiamme che lo alimentano e quelle che lo minacciano:

“La persona che ha una c.d. depressione psicotica e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette per sfiducia o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme.”

Ginevra

dicembre 15, 2016

pattern natura

La sequenza iniziale di Film rosso di Krzysztof Kieslowski, una mano femminile che compone un numero su un apparecchio telefonico rosso, la camera che segue l’impulso elettrico che corre sul filo, uno dei tanti fili che corrono nel buio dei cavi internazionali, fili che si sfiorano, si accavallano e poi tornano a separarsi, e a un certo punto si inabissano nel mare perché la telefonata va da Ginevra a Londra e deve attraversare la Manica, e intanto all’altro apparecchio non risponde nessuno, il suono dà libero, attende e attende ma la sua attesa è vana, si perde nel vuoto. E poi i fili del telefono ritornano ancora nel film come metafora del destino, nella parte del giudice in pensione interpretato da Jean-Louis Trintignant, il misantropo che spia le telefonate dei vicini. Lo vidi molti anni fa quel film e poi mai più, magari i miei ricordi sono falsati, eppure la convinzione di trovarmi di fronte a un capolavoro l’ebbi subito, così come il desiderio di conoscere quei luoghi, in primis la casa del giudice. Avevo letto da qualche parte che veniva definito il film testamentario del regista polacco, nel senso che lui annunciò di non volerne fare altri e poco dopo morì, e questo aveva ulteriormente aumentato il mio amore per quell’opera. So che alcuni preferiscono Film Blu, ma io non cambio idea, mi piace di più anche il colore, quello della passione e del sangue, perché il tema era la fratellanza, in ossequio alla bandiera francese e al suo celebre motto, ma dentro c’è pure una riflessione profonda sul tema del destino, la provvidenza, la necessità di accordare il proprio tempo interiore a quello della Storia, e sull’oblio in cui tutto si spegne dopo il suo quarto d’ora di ribalta e sulla poesia e il dolore di ogni rapporto umano, con i suoi infingimenti, le nobili aspirazioni e le piccole infedeltà, i sensi di colpa con cui fare i conti e i taciturni e lenti affrontamenti che durano una vita, perché solo una cosa è negata perfino a Dio, cancellare il passato. (more…)

gossip letterario

novembre 20, 2016

go

Il gossip letterario è il genere che preferisco, vorrei leggerlo anche dal barbiere.

punti di vista

ottobre 16, 2016

hob

Chissà che fine ha fatto il Sala. Nella mia vita precedente, quando facevo l’arredatore a Monza, era uno dei miei clienti più affezionati. Sempre cordiale e corretto, se gli piaceva qualcosa non badava a spese. Era sopravvissuto a due mogli ma non aveva l’aria inconsolabile del vedovo. Si teneva in forma e lo vedevo spesso in centro, tutto impettito nei suoi golfini a V di cachemire color pastello in compagnia di belle donne più giovani. Un giorno seppi che eravamo vicini di casa. Lui abitava in una stupenda villa barocca, io in un appartamento di un anonimo palazzo borghese che costeggiava il suo parco. Gli dissi che quando mi affacciavo alla finestra lo invidiavo un po’ (a proposito di motore immobile), e lui rispose che mi sbagliavo, perché la mia vista era migliore della sua. Oggi dovrebbe avere novant’anni, ma temo non sia casuale la sua assenza dall’elenco telefonico. Grazie a lui capii l’importanza del panorama, e come possa funzionare anche da pungolo artistico. Solo così si spiega l’eccezionale fioritura di talenti che vantano certi posti anonimi il cui unico pregio è appunto la vista, come Hoboken, la cittadina sul fiume Hudson con lo skyline di Manhattan davanti, che ha dato i natali a Frank Sinatra, Alfred Stieglitz, Michael Chang e tanti altri. Ma a volte basta un piccolo scorcio per stimolare i più ambiziosi, e tutto succede solo in un momento preciso. Come per Courbevoie, un comune alle porte di Parigi, in cui alla fine dell’Ottocento si verificò una miracolosa temperie, grazie alla quale due genî come L. F. Céline e Jacques Henri Lartigue nacquero a distanza di pochi giorni e qualche metro l’uno dall’altro.

 

AAA case d’artista vendonsi

giugno 16, 2016

 dalida                       

A volte la cultura paga. Magari non subito, ma se si ha pazienza i soldi tornano tutti e con gli interessi. Basta vedere come campano di rendita l’Harry’s bar di Venezia, il Gambrinus di Napoli, le Giubbe rosse di Firenze, il Jamaica di Milano o il Café de Flore di Parigi.20170604_092816Ci sono addirittura città che s’identificano con un artista e prosperano grazie a quel tipo di turismo, vedi Joyce e Dublino (e oggi è il Bloomsday), Pessoa e Lisbona, Kafka e Praga, Gaudì e Barcellona. Parigi invece è un pantheon affollato, difatti è praticamente impossibile girare per Saint-Germain o Montmartre senza imbattersi in qualche placca commemorativa. A volte la memoria storica è talmente ricca da sovrapporsi. Penso a chi visita la casa di rue d’Orchampt, dove la cantante Dalida si tolse la vita nell’87, senza sapere che fra quelle stesse mura circa mezzo secolo prima un oscuro medico scriveva uno dei capolavori del Novecento, il Viaggio al termine della notte. Ma l’assenza della lapide di Céline non è dovuta tanto alla sovrapposizione, quanto piuttosto all’imbarazzo per il suo antisemitismo che gli è costato la damnatio memoriae. Non a caso, quando i condomini di rue Girardon apposero la lapide che segnalava la sua presenza lì, il comune provvide subito a farla rimuovere. È che quelle case sono molto ricercate, tant’è che l’appartamento di Dalida è stato venduto a un prezzo esorbitante, molto superiore al suo valore di mercato. Forse converrebbe lanciare un crowdfunding per aprire un’agenzia immobiliare specializzata in residenze d’artista, soprattutto le tante non ancora note, sposando così business e cultura.

sciare

maggio 9, 2016

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La vita non riserva che pene e dispiaceri. Salvo che a quelli che sciano

(Louis-Ferdinand Céline, Lettere alle amiche, Adelphi, pag.111)

Lucette è viva

luglio 16, 2012

Lucette Almansor, la piccola ballerina, la vedova del grande Céline, è ancora viva. Credo che abbia 100 anni. La donna che lo conobbe nel ’36, all’epoca di Morte a credito, che visse con lui nel mitico appartamento al quinto piano di rue Girardon 4 durante l’occupazione tedesca, che scappò con lui sotto i bombardamenti e sempre con lui patì l’esilio danese, quella donna è ancora viva, e abita nella stessa casa di Meudon dove lui morì 51 anni fa mettendo la parola fine a Rigodon, il testamento dedicato agli animali.