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che casino

marzo 5, 2018

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Che casino, il casino Boncompagni Ludovisi. Tu ci vai per vedere Caravaggio, il Caravaggio più difficile da vedere, quello meno conosciuto, l’unico suo murale, a soffitto, e quindi mai spostatosi da lì, che per vederlo devi sorbirti una trafila di richieste e permessi che non finisce più perché sta in una casa abitata, appunto il casino Boncompagni Ludovisi, residenza dei Principi Boncompagni Ludovisi, nobili un po’ decaduti che però convivono con un Caravaggio sopra la testa, e poi ci trovi di tutto, perfino un Rembrandt, o meglio una scala elicoidale buia, scrostata, attorciagliata su se stessa e col corrimano basso20180303_114147che sembra trasportata paro paro da un quadro di Rembrandt, il filosofo in meditazione del Louvre, e infatti è dello stesso periodo.remb

Ci trovi di tutto in quel casino. Anche un ritratto a olio dei padroni di casa, rigidi e impalati come la coppia immortalata da Grant Wood nel suo Gotico americano; gli manca giusto il forcone.IMG-20180305-WA0001In uno dei saloni di rappresentanza scopro pure Agostino Tassi, che lavorò in collaborazione col Guercino, il primo occupandosi delle architetture a trompe-l’œil in mezzo alle quali volteggiano le aeree figure del secondo. Agostino l’amico e collega di Orazio Gentileschi, Agostino lo stupratore di sua figlia Artemisia, e lo fai presente alla guida, che sa tutto ma che su quel particolare aveva taciuto, e lei allora a mezza voce dice eh sì, purtroppo commise “quell’errore”, come fosse un inciampo, una gaffe spiacevole sulla quale sarebbe sbagliato soffermarsi troppo perché era un grande pittore, e quell’episodio ne oscura i tanti meriti artistici; ed era una donna la guida, certo non una #metoo.20180303_110851

Invece il Caravaggio alchemico sta nascosto in un disimpegno, una specie di breve corridoio laterale, e non sembra neppure in buone condizioni, fra ridipinture moralistiche volte a coprire “le vergogne” e restauri maldestri, però tu te lo immagini allora, nel 1597, chiuso in questo stanzino del cardinale Del Monte, il suo studiolo pieno di alambicchi e pozioni, nudo come un verme in piedi su uno specchio in cima a un piccolo ponteggio, perché il soffitto è basso, e probabilmente ci stette almeno qualche mese lì sopra, a volte col suo cane Cornacchia che posò come Cerbero, per smentire le malelingue che lo accusavano di non saper fare il sotto in su, gli scorci arditi e gli affreschi, anche se questo non è un affresco ma un olio su muro.casi

E’ lui? Non è lui? Si è autoritratto tre volte nei panni di Nettuno, Giove e Plutone? Non si sa con sicurezza, però le somiglianze ci sono, tenendo conto della descrizione coeva fatta da un garzone di barbiere nel luglio del 1597. Ecco l’immagine molto dark di Caravaggio (vestito) pochi mesi prima, al tempo in cui lavorava nella bottega del siciliano Lorenzo Carli in via della Scrofa: “Questo pittore è un giovenaccio grande di vinti o vinticinque anni con poca di barba negra grassotto con ciglia grosse et occhio negro, che va vestito di negro non troppo bene in ordine che portava un paro di calzette negre un poco stracciate che porta li capelli grandi longhi dinanzi…

Di affreschi veri, cioè dipinti sull’intonaco ancora fresco, ne è pieno il casino, come quelli anamorfici posti all’entrataIMG-20180305-WA0000 eseguiti dalla malalingua per eccellenza, lo stroncatore velenoso, Federico Zuccari, il vecchio barbogio dell’Accademia di San Luca, che quando Caravaggio ultimò le storie di san Matteo fu trascinato a forza nella cappella Contarelli dai suoi allievi entusiasti e, una volta entrato, esclamò infastidito: “Ma che rumore è questo?”, come a dire Che casino state facendo per niente? E poi chiosò: “io non ci vedo altro che il pensiero di Giorgione”, quindi dejá-vù, roba fritta e rifritta, più o meno come quando a Cristina Campo chiesero cosa pensasse dei Novissimi, i poeti avanguardisti, e lei rispose: “I Novissimi son morti 50 anni fa”.

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il capolavoro istiga alla violenza

aprile 17, 2017

pietà

Il 10/3/1914 una suffragetta di nome Mary Richardson entrò alla National Gallery con un coltello in tasca e sfregiò la Venere allo specchio di Velasquez. Nel 1956 il boliviano Hugo Unzaga Villegas al Louvre prese a sassate la Gioconda. Il Cenacolo di Milano fu preso a fucilate dai soldati napoleonici. Il 21/5/1972 la Pietà di Michelangelo fu presa a martellate da un geologo australiano di origini ungheresi. E poi l’acido solforico gettato a Monaco di Baviera (4/88) sull’altare Paumgartner di Albrecht Durer. Stessa sorte per la Danae di Rembrandt all’Ermitage (15/6/85).