Posts Tagged ‘Luciano Bianciardi’

ritratti al vetriolo

giugno 13, 2017

Ugo Tognazzi

Un autentico gatto da cortile, sempre dietro a una fica, ignorante come un carabiniere anche se compra quadri antichi e libri rari” (Bianciardi di Tognazzi)

Annunci

Il Bianciardi a colori

aprile 26, 2015

io-rossari

C’è stato un periodo, qualche anno fa, in cui il miglior supplemento letterario italiano era il Corriere della Salute. Usciva il giovedì e non me ne perdevo uno, perché ci scriveva Marco Rossari. Quando gli chiesi cazzo ci faceva lì mi rispose che non sapeva dove altro scrivere. L’unico aggancio che aveva con un giornale cartaceo era il caporedattore di quell’inserto, così aveva cominciato a buttar giù dei pezzi-ponte dai titoli curiosi come “Philip Roth e i disturbi alla prostata”, “Curarsi coi libri” o “le emorroidi nei racconti di Cechov”. Le prime righe dell’articolo di solito erano impeccabili, descrivevano la sintomatologia dei vari disturbi e indovinavano a colpo sicuro l’eziologia (tipo le lunghe chiacchierate dei personaggi di Cechov seduti in panchina o i rapporti sessuali non protetti con partner a rischio nei romanzi di Roth), ma subito dopo l’autore partiva per la tangente letteraria e non ce n’era più per nessuno. Io lo consigliavo a destra e a manca ma non venivo preso molto sul serio, probabilmente pensavano fosse solo un paradosso simpatico. Da un lato ero dispiaciuto, mi sembrava di rivivere il periodo in cui feci il fattorino in una libreria, una quindicina di anni fa. Era l’epoca d’oro di Ronaldo all’Inter, il fenomeno, e al mio collega milanista in magazzino ogni tanto consigliavo entusiasta un libro, al che lui scuoteva la testa dicendo: “sì, sì, tutti fenomeni”. Per altri versi invece era bello che solo in pochi conoscessero Rossari, mi gustavo un piacere semiclandestino, da samizdat. Adesso la pacchia è finita (la pacchia da happy few, che la sua è appena cominciata); adesso in tanti si sono accorti del suo talento e lo si può leggere da varie parti, come il mensile IL del Sole 24 Ore, Wired, la Rivista Studio ed altre ancora. Sfogliando questi periodici si riconoscono subito i suoi pezzi. Marco ha una scrittura graffiata inconfondibile, insieme improvvisata e precisissima, visionaria e trasparente, piena di ombre, di rimpianti e di momenti di felicità che irrompono all’improvviso fra le pagine come il Lazzaretto inondato di luce fra le sagome scure dei palazzi di Porta Venezia. Riesce a dire peste e corna di Milano (vedi qui), della sua aria irrespirabile e delle sue apericene, e al contempo a far sentire che ne è irresistibilmente attratto, che non la cambierebbe con nessun’altra. L’ossimoro è la sua cifra stilistica, la forma verbale più adatta a sintetizzare la dialettica delle contrapposizioni irrisolte, che dà vita a un processo di chiaroscurificazione del mondo in cui il registro dolente si accompagna sempre a quello comico, come le passioni alle idiosincrasie. Rossari è un Bianciardi a colori, senza Mulas, il Jamaica e le velleità rivoluzionarie da maremmano incazzato. Nei suoi racconti, quell’incazzatura si è talmente stemperata e metabolizzata nell’alcool e nelle cartelle di traduzione che se ne trova traccia solo in alcuni personaggi stralunati (come Tuoné il bello e il timido Spino di Invano veritas) e in certi lividi scorci (Vetra, l’Arci Tristezza) di questa città “appestata, invivibile, bellissima”. Perché se c’è qualcuno che può cantargliene quattro a Milano, magari in un bel Contromano Laterza, questo è Marco Rossari.

Perché mi piace Roma

giugno 5, 2012

Nel mezzo del cammin della mia vita precedente, quando facevo l’arredatore, un pomeriggio primaverile mi ritrovai in una zona residenziale di Milano a ritirare delle tende. Lì abitava la sarta che cuciva i tessuti che le davamo per conto dei nostri clienti. Era una vecchietta esperta che arrotondava la pensione con questi lavori di cucito che svolgeva a casa sua. L’appuntamento era stato fissato il giorno prima al telefono, le tende sarebbero state pronte per le 15. Arrivai puntuale ma disse che le serviva ancora mezz’ora, e mi invitò a fare un giro e tornare più tardi. Quando uscii in strada mi accorsi che non c’era niente da fare nei dintorni, era un quartiere dormitorio di palazzi anni 70 immersi nel verde, privo di bar o vetrine da sbirciare. Non sapevo come ammazzare il tempo e non volevo chiudermi in auto ad ascoltare musica. Era una bella giornata e avevo voglia di stare all’aria aperta. Spostarmi verso zone più vive non aveva senso, l’andata e il ritorno avrebbero preso troppo tempo. Così passeggiando vidi nella traversa una scuola elementare coi bambini che facevano ricreazione nel campetto da basket adiacente. Mi sedetti su una panchina di fronte alla recinzione e li guardai giocare, le loro scorribande mi mettevano allegria. Sulle altre panchine c’erano un paio di anziani e una mamma col neonato sul passeggino. Presto notai che i vicini mi guardavano male, finché il sospetto si tramuto’ in una spessa e compatta ostilità nei miei confronti. Non si capacitavano della mia presenza. Un uomo di 35 anni, apparentemente sano, in età da lavoro ma che non lavora, non poteva starsene lì a bighellonare se non per motivi ignobili (pedofilia, droga, malaffare). Provai a infischiarmene ma il loro odio cresceva, era insostenibile, sembravano sul punto di aggredirmi, allora mi alzai e me ne andai.

Quando mi chiedono le differenze con Milano e cosa mi piace di Roma elenco la luce strepitosa, il suo cielo limpido, la bellezza incomparabile di certi scorci, il cibo godurioso, tutte cose che mi han cambiato l’umore, ma più di tutto è la storia della panchina. E proprio leggendo il bel libro di Beppe Sebaste intitolato Panchine (contromano Laterza) venni a sapere che nella Milano del boom economico, quella dei primi anni Sessanta, Luciano Bianciardi fu licenziato dall’editore Feltrinelli per scarso rendimento, dato che «strascicava i piedi». Ecco, a Roma questo non potrebbe succedere, oggi come allora. Qui l’ozio non è visto con sospetto, non è considerato pericoloso o sovversivo. Anzi, viene prima del lavoro (anche linguisticamente: necotium è la negazione dell’ozio). Roma mi piace perché è una città che mi somiglia.