Posts Tagged ‘Manganelli’

Il principio di Locard

aprile 23, 2017

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Stamattina sono andato con Chiara in piazza delle Coppelle 48, nel centro di Roma, a pochi passi dal Pantheon. Volevo vedere la casa in cui abitò Giorgio Manganelli e dove subito dopo, nel 1967, andò a vivere un altro Giorgio, più giovane ma altrettanto brillante, Agamben. Questa curiosa convivenza differita l’ho scoperta leggendo un bellissimo libro di quest’ultimo, Autoritratto nello studio (edito da Nottetempo), in cui l’autore rivela di avere la mia stessa passione per le case degli scrittori amati, come per esempio quelle parigine di Walter Benjamin. In quell’appartamento, come racconta Lietta Manganelli, Gadda fece una sfuriata a suo padre, perché pensava che Hilarotragoedia fosse una parodia della Cognizione del dolore, e sempre fra quelle mura il malinconico tapiro scrisse La letteratura come menzogna, un testo che mi fece da bussola quando cominciai a scrivere e che non cessa di meravigliarmi ogni volta che lo rileggo. (more…)

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la maleducazione della grandezza

novembre 18, 2016

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Nel 2006 andai a vedere una mostra su Andrea Mantegna a Padova, per il cinquecentenario della sua morte, e sul catalogo trovai una frase di Lawrence Gowing, riportata da Sgarbi, che mi colpì molto. Diceva: “come tutti i grandi artisti, Mantegna ci dà delle buone ragioni per detestarlo”. Ricordo che mi informai in rete su Gowing, di cui non sapevo nulla, e scoprii che era a sua volta un pittore, oltre che un professore di arte, e che aveva pronunciato quella frase provocatoria nel 1992, in occasione di un’altra mostra su Mantegna organizzata dalla Royal Academy of Arts londinese. Su google trovai i suoi quadri, che ricordavano un po’ Lucian Freud, ritratti di uomini e donne molto spogli, tristi e boring. Pensai allora a l’angoscia dell’influenza di cui parlò Harold Bloom, il peso schiacciante della tradizione, cose così, poi mi venne in mente Reger, il protagonista di Antichi maestri di Thomas Bernhard, la sua insofferenza verso le vette artistiche e anche verso i grandi musei che le ospitano, “i lager dei capolavori”, come li chiamava Manganelli. Ma dopo molto rimuginare ora credo che ciò che indispone tanto della grandezza sia il suo carattere coercitivo, il fatto che ci intimi di ammirarla, che ci voglia trasformare in un punto esclamativo privo di spirito critico.

Qualcosa del genere diceva un personaggio di Ernesto Sabato, in un brano de Il tunnel:

«Fu a tavola che la donna magra mi chiese di nuovo quali fossero i miei pittori preferiti. Citai svogliatamente alcuni nomi: Van Gogh, el Greco. Mi guardò ironica […] Poi aggiunse: “A me non piacciono quelli troppo importanti. Ti dirò che quei tipi come Michelangelo o el Greco mi disturbano. È talmente aggressiva la grandezza, la drammaticità! Non credi che sia quasi maleducazione? Io credo che l’artista dovrebbe imporsi il dovere di non essere mai esibizionista. Mi indignano gli eccessi di drammaticità e di originalità. Penso che essere originali consista in un certo modo nell’evidenziare la mediocrità degli altri, cosa che mi sembra di dubbio gusto. Credo che se io dipingessi o scrivessi farei cose che non richiamerebbero in nessun modo l’attenzione».

falso come un grande amore

ottobre 26, 2016

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Non ricordo più dove, ma in uno dei suoi libri Giorgio Manganelli raccontò una storia legata alla sua adolescenza, che demoliva un luogo comune molto diffuso sulla scrittura. Si trattava di un insegnamento che un suo professore di italiano delle scuole medie impartì a tutta la classe. Manganelli, che è stato a sua volta un maestro, seppur del registro antifrastico, cioè di quella scrittura che dice il contrario di ciò che sembra, lo recepì infatti in negativo, e ce lo trasmise per il verso giusto: come un monito. Non era stato l’unico, e neppure il primo, a ben vedere. Ricordo per esempio una lettera di FlaubertLouise Colet (del 27/2/1853) che diceva più o meno le stesse cose (sulla temperatura della scrittura, la mano fredda); sta di fatto che il Manga l’ha detta a modo suo, in quel modo inconfondibile che aveva e che era connaturato al suo carattere antipedagogico.

La questione dunque era questa: un giorno, dopo aver letto ai suoi allievi la poesia d’amore di un classico italiano dell’Ottocento, forse temendo che gli studenti si sentissero piccoli e insignificanti di fronte alla grandezza di quei versi immortali, il maestro del Manga volle rassicurarli dicendo che presto anche loro avrebbero scritto pagine memorabili, perché presto si sarebbero anche loro innamorati. Non so che effetto fecero quelle parole ispirate sul nostro, cioè se capì subito o gli ci volle un po’ per realizzare che era una cretinata. Se era molto giovane forse all’inizio ci credette, in fondo era incoraggiante e consolatorio come insegnamento, e pure molto democratico. Solo gli spaiati convinti potevano adontarsi della cosa, per tutti gli altri c’era speranza di entrare prima o poi nei libri di testo e nella memoria collettiva. Comunque l’importante è che il Manga ce l’abbia detto, e con forza. No, non è vero, la condizione dell’innamorato non è particolarmente propizia alla scrittura, anzi, è paragonabile a quella di un ossessivo compulsivo logorroico e monomaniaco che asfissia chiunque incontri con un solo argomento tolemaico, essendo assolutamente convinto che la sua bella e il loro rapporto siano al centro dell’interesse generale. (more…)

presso

ottobre 9, 2016

solitudine

La sigla c/o è una costante nelle biografie dei miei artisti prediletti. Gli indirizzi di Julio Cortázar per esempio la riportano spesso negli anni Cinquanta. Quando a Parigi visse presso un certo Daniel in rue Bertholet, poi in rue le Regrattier ospite di Andrée Delesalle; e ancora in rue Mazarin 54 chez Champion. Stessa cosa nei suoi viaggi: subaffittò una stanza a Roma in via di Propaganda Fide 22 presso la famiglia Sanvitale; a Firenze da un tal Pruneti in via della Spada 5; e a Vienna presso il dottor Rössler al 7 di Neulingasse. Mi chiedo se quelle persone sono ancora vive, e se conservano qualche ricordo della convivenza col grande cronopio.

La sigla c/o deriva dalla locuzione inglese care of, cioè «alle cure di». Pure Giorgio Manganelli, quando nello stesso periodo si trasferì da Milano a Roma, fu preso in cura da altri, cioè la famiglia Magnoni, che viveva in via Gran Sasso 38, e finì per seguirla in quattro traslochi come un anziano parente a carico. O Paul Klee, che alloggiò a Firenze in via dei Benci 15 presso la signora Haag nell’aprile del 1902, per tornare nella stessa città un quarto di secolo dopo ospite stavolta della famiglia Nardini di piazza San Giovanni 7. E ancora Elias Canetti, che nell’aprile 1924 visse col fratello minore a Vienna, in Praterstrasse 22, c/o la signora Sussin.

L’elenco è lunghissimo e disperso fra molti taccuini. Forse il c/o non dipende solo da mere esigenze economiche, ma rappresenta lo stigma sociale del grande artista nella sua fase clandestina, aurorale, quasi che un indirizzo proprio non possa che scaturire dal riconoscimento ufficiale del talento, o come se un artista in erba, per esprimere al meglio le sue potenzialità, abbia bisogno che un estraneo gli faccia da curatore. Vivian Maier, la tata fotografa scoperta per caso pochi anni fa, visse quasi sempre in casa d’altri e in vecchiaia chiese addirittura ai suoi ultimi datori di lavoro di essere adottata, venendo ovviamente presa per pazza.

Piccole soddisfazioni

settembre 4, 2012

La Libreria Utopia in via Moscova a Milano era una delle mie preferite quando vivevo lì. Ci capitavo abbastanza spesso anche perché mia sorella ha il negozio nei paraggi. Una volta vidi che si dilettavano a fare l’editore, difatti ci andai per la presentazione di un blasfemo libro postumo di Giorgio Manganelli (Intervista a Dio, sedizioni all’Utopia, 11 euro) a cui era presente la figlia Lietta; libro che in seguito mi fu assicurato da Andrea Cortellessa essere addirittura un falso, ma che contiene molti passi inequivocabilmente manganelliani. In generale non sono un patito delle piccole librerie, e neppure uno di quelli che cerca il rapporto speciale col libraio di fiducia che gli consiglia le chicche da non perdere. Preferisco sbagliare da me, scegliere leggendo un brano a caso o facendomi irretire dalla copertina. A Roma, per esempio, la mia libreria preferita è la Notebook dell’Auditorium, enorme e con un grande assortimento. Dentro ci sono delle comode panche e se sono squattrinato la uso come una biblioteca, leggo e non compro. Però una differenza sostanziale c’è tra la piccola libreria di gusto e la libreria enorme che ha tutto: la vetrina. Comporre una vetrina è un modo molto discreto di consigliare dei testi, e la scelta di non esporre i titoli in classifica è coraggiosa, perché scontenta la maggioranza dei lettori. All’Utopia c’erano sempre esposti libri curiosi e un po’ marginali, e su dieci titoli almeno tre potevano interessarmi. Nelle grandi librerie come la Notebook o le Feltrinelli invece le vetrine sono popolate esclusivamente da best seller, che mi lasciano indifferente. Ecco perché fui felice quando poco dopo l’uscita del mio libro ricevetti questa foto per mms che lo ritraeva – solo italiano in compagnia di grandi autori stranieri come Andrés Neuman – nella vetrina dell’Utopia.

Economia espressiva

dicembre 31, 2009

L’unica cosa che non approvo, di molti film dei Coen, è l’espressione ebefatta di tanti loro personaggi. La catatonia afasica che li contraddistingue. La trovo poco rappresentativa dell’oggi. La foto riguarda una pellicola ambientata decenni fa, ma a ben vedere quella cifra stilistica la ritroviamo identica pure in opere più attuali, come Fargo o Il grande Lebowski. La trovo poco rappresentativa perché secondo me se c’è qualcosa che accomuna l’uomo medio occidentale è proprio la logorrea inarrestabile, l’horror vacui verbale. Ricordo che prima di Natale, preso da mille impegni per lo sgombero dell’attività, mi sembrava che il mondo si divertisse a farmi da tappo. Dovunque andassi – in posta, in farmacia, in banca – c’era sempre qualcuno davanti che sentiva il bisogno di parlare, di aggiungere qualcosa di personale a quell’attività neutra (pagare un bollettino, comprare un farmaco, versare un assegno). Se in auto chiedevo un’informazione a un passante, tipo dov’era la tal via, questi anche per rispondermi che non lo sapeva impiegava almeno un minuto. E’ come in quelle interviste televisive in cui se si deve soltanto assentire più nessuno risponde semplicemente ““, ma “assolutamente sì“. Ecco, per me l’avverbio è come l’h di Rho, un riempitivo. Beninteso, tutti spesso ci dilunghiamo nel raccontare i cazzi nostri, come me adesso, ma è la circostanza che fa la differenza. Chi viene qui lo fa per sentire cosa penso, chi va in farmacia (o in posta, o in banca) lo fa per motivi pratici ben definiti. Insomma, più passa il tempo e più apprezzo l’economia espressiva, il levare, e forse la passione per le figure scarnificate di Giacometti, il laconismo di Borges e Cioran e le centurie manganelliane, nasce proprio da qui. E’ che mi riconosco in quella confraternita potativa, ne apprezzo le finalità di sintesi, il rispetto per chi ti ascolta. Anche per questo mi ha fatto piacere essere stato invitato a collaborare a questo nuovo blog dai suoi curatori. Mi sa che finirò come il viennese Peter Altenberg (al secolo Richard Engländer), che negli ultimi anni della sua vita si limitò a scrivere aforismi su cartoline e prose liriche d’amore composte unicamente dal nome e indirizzo della donna amata.