Posts Tagged ‘Marcel Proust’

fratelli di Ventolin

Mag 9, 2018

prou

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Proust sul lungotevere

novembre 2, 2016

rothk

Recupera il tempo perduto“, intima il cartellone pubblicitario di una scuola privata sul lungotevere dei Mellini.

(foto di Nicola Bertini)

Vuoti

settembre 30, 2016

milo

Secondo Marcel Proust “la cosa più bella dell’Educazione sentimentale non è una frase, ma uno spazio bianco”. Lo si trova alla fine del quinto capitolo della terza parte, dopo che Frédéric, il protagonista del capolavoro di Flaubert, riconosce il gendarme che ha appena ucciso un insorto. Difatti, quando la narrazione riprende sono passati anni e la storia di Frédéric ha macinato eventi che vengono solo accennati dall’autore (“viaggiò”, “ebbe altri amori” ecc). Quell’ellissi giunge dunque al culmine di una tensione emotiva (il protagonista assiste a un omicidio), e prepara la resa dei conti finale (l’ultimo incontro col grande amore, madame Arnoux). Ma di spazi bianchi – intesi come vuoti, atti mancati, non detti, reticenze e omissioni che il lettore è chiamato a colmare – l’Educazione sentimentale è piena, e io trovo altrettanto potente ed evocativo quello della chiusa, quando Frédéric e l’amico Deslauriers fanno una specie di bilancio della propria vita. In quel frangente, rievocando la visita da ragazzi a un bordello, entrambi convengono che, pur essendo andati in bianco, quella fu la cosa migliore che gli fosse mai capitata. Nell’architettura narrativa del romanzo, quei due vuoti svolgono funzioni molto diverse. L’ellissi del quinto capitolo è una pausa, una camera di decompressione, come il patio coperto della Frick Collection di New York, mentre l’atto sessuale mancato è un vuoto portante, un’assenza che regge tutto il racconto, come il porticato di Palazzo Ducale a Venezia sostiene la mole compatta sovrastante.

Punto.

febbraio 4, 2013

baricco21Ho seguito con grande interesse le Palladium Lectures di Alessandro Baricco. Si tratta di quattro lezioni che ha tenuto nell’omonimo teatro di Roma davanti a un pubblico numeroso e attento. Spesso la telecamera inquadrava gli spettatori, e nonostante la durata inconsueta delle lezioni, che superavano ampiamente l’ora, non si vedeva mai nessuno annoiato. Gli occhi erano fissi sull’oratore, la postura immobile, come ipnotizzati. Vi posso assicurare, avendo assistito a parecchi incontri letterari, che questo è anomalo. Non basta il carisma, il magnetismo, è necessario essere un affabulatore formidabile, saper raccontare le storie. Baricco non legge, improvvisa, dà l’impressione di costruire al momento il proprio discorso come una fitta ragnatela di citazioni, ti rende partecipe della fatica, e quindi sembra che si stia rivolgendo personalmente a ognuno dei suoi interlocutori. Poi quello che dice è opinabile, e spesso sono in disaccordo con le sue tesi, ma ti stimola comunque, magari a contrario. Fatta la tara a un egotismo ipertrofico che ogni tanto affiora (“questa neppure io sarei stato capace di scriverla”, riferendosi a una bella frase di Proust), Baricco conquista il suo uditorio perché oggi è il miglior monologhista in circolazione. E, come ogni vero monologhista, funziona solo in assenza di contraddittorio. Lo spazio scenico in cui si esibisce non ammette repliche. Di più, una qualsiasi voce contraria che si levasse per contestargli garbatamente qualcosa suonerebbe blasfema, né più né meno che durante una predica a messa; a tal punto che nelle rare dissonanze fra lui e gli spettatori, come quando accenna a ridere per una sua battuta e il pubblico non lo segue, l’effetto è quello di un’unghiata sulla lavagna. Ciò che non mi finirà mai di piacere in Baricco, al di là dei contenuti esposti con innegabile maestria, è proprio lo spirito del monologhista, che contempla soltanto il silenzio o l’applauso. Nell’ultima di queste quattro lezioni, forse la più interessante, quella dove discorre del tempo degli innamorati servendosi di una piantina della fuga di Luigi XVI, del racconto degli ultimi giorni di Tolstoj e di diverse citazioni (Cyrano de Bergerac, Romeo e Giulietta, L’amore al tempo del colera ecc.), Baricco a un certo punto riferisce le ultime parole di Tolstoj pronunciate prima di morire. Pare che il grande scrittore russo in quei momenti abbia detto al suo medico “svignamocela”, forse riferendosi alla moglie detestata da cui fuggiva e che lo aveva appena raggiunto. E aggiunge che quella parola, “svignamocela”, sembra sia la più usata nei dialoghi del cinema americano. Ecco, se applicassimo lo stesso criterio delle ricorrenze a queste lezioni, scopriremmo che Baricco adopera di frequente espressioni ultimative, parole che vanno a capo come “Punto.”, “Chiuso.”, “Fine.” So che lo spirito del tempo soffia in direzione contraria, ma io preferisco gli uomini del “forse”.