Posts Tagged ‘Marco Rossari’

il panino giusto sbagliato

dicembre 4, 2018

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Una volta io e Marco ci siamo dati appuntamento a pranzo al panino giusto, ma non ci siamo trovati perché io avevo capito che era il panino giusto di porta Venezia, mentre lui intendeva il panino giusto di Ticinese (o viceversa, non mi ricordo).

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Las cosas que no hay que ver

maggio 1, 2018

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Alla fine del 1949 per Cortazar comincia a concretizzarsi la possibilità del tanto sospirato viaggio in Europa. L’ha programmato da tempo e non sarà una semplice vacanza, ma il giro di ricognizione per decidere se il suo sogno di stabilirsi definitivamente nel vecchio continente è fattibile o meno. Ha bisogno di consigli pratici, in particolare dagli amici che ci vivono, come Fredi Guthmann, che sta a Parigi. Allora gli scrive chiedendogli espressamente “las cosas que no hay que ver” della ville lumiere.

La mia passione per il cronopio maximo si deve anche a queste piccole cose, non solo alla sua maestria letteraria. Anni fa, prima di leggere quella lettera avevo progettato di scrivere una guida turistica in negativo, una specie di baedeker incentrato sui luoghi di Roma da evitare. Non un must see insomma, piuttosto un must avoid. Il titolo provvisorio era un po’ forte ma di grande effetto, Posti demmerda, poi gli amici mi convinsero a desistere per l’alto rischio di denunce, sebbene la pratica di parlar male di un locale sia oggi ampiamente accettata ed esercitata, come dimostrano le tante stroncature spietate che si possono leggere su Tripadvisor.

Come Cioran, io credo nel valore didattico degli esempi negativi (e ci crede pure Claudio Giunta, autore del manuale Come non scrivere, edito da Utet), e penso che i disgusti siano meno datati dei gusti, che ciò che non ci piace ci appartenga e ci aderisca molto più fedelmente di ciò che ci piace, oltre a resistere più a lungo ai nostri cambiamenti d’umore e di opinione. Il no è diretto, immediato, non accondiscende, non indora la pillola, non vuol far bella figura, è l’opposizione ostinata di Bartleby (vedi anche l’elogio del no contro il sì nella lettera che Melville scrisse al suo vicino Hawthorne), il rifiuto del bimbo di condividere i suoi giocattoli con gli amichetti, nasce dal sangue e dalle viscere, prorompe senza filtri né calcoli fregandosene delle convenienze e delle buone maniere, e infatti, come diceva Emily Dickinson, no è la parola più selvaggia del dizionario (questo me lo ha ricordato Nel cuore della notte, il nuovo, bellissimo romanzo di Marco Rossari). O no?

io stasera vado qui

giugno 9, 2016

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Il Bianciardi a colori

aprile 26, 2015

io-rossari

C’è stato un periodo, qualche anno fa, in cui il miglior supplemento letterario italiano era il Corriere della Salute. Usciva il giovedì e non me ne perdevo uno, perché ci scriveva Marco Rossari. Quando gli chiesi cazzo ci faceva lì mi rispose che non sapeva dove altro scrivere. L’unico aggancio che aveva con un giornale cartaceo era il caporedattore di quell’inserto, così aveva cominciato a buttar giù dei pezzi-ponte dai titoli curiosi come “Philip Roth e i disturbi alla prostata”, “Curarsi coi libri” o “le emorroidi nei racconti di Cechov”. Le prime righe dell’articolo di solito erano impeccabili, descrivevano la sintomatologia dei vari disturbi e indovinavano a colpo sicuro l’eziologia (tipo le lunghe chiacchierate dei personaggi di Cechov seduti in panchina o i rapporti sessuali non protetti con partner a rischio nei romanzi di Roth), ma subito dopo l’autore partiva per la tangente letteraria e non ce n’era più per nessuno. Io lo consigliavo a destra e a manca ma non venivo preso molto sul serio, probabilmente pensavano fosse solo un paradosso simpatico. Da un lato ero dispiaciuto, mi sembrava di rivivere il periodo in cui feci il fattorino in una libreria, una quindicina di anni fa. Era l’epoca d’oro di Ronaldo all’Inter, il fenomeno, e al mio collega milanista in magazzino ogni tanto consigliavo entusiasta un libro, al che lui scuoteva la testa dicendo: “sì, sì, tutti fenomeni”. Per altri versi invece era bello che solo in pochi conoscessero Rossari, mi gustavo un piacere semiclandestino, da samizdat. Adesso la pacchia è finita (la pacchia da happy few, che la sua è appena cominciata); adesso in tanti si sono accorti del suo talento e lo si può leggere da varie parti, come il mensile IL del Sole 24 Ore, Wired, la Rivista Studio ed altre ancora. Sfogliando questi periodici si riconoscono subito i suoi pezzi. Marco ha una scrittura graffiata inconfondibile, insieme improvvisata e precisissima, visionaria e trasparente, piena di ombre, di rimpianti e di momenti di felicità che irrompono all’improvviso fra le pagine come il Lazzaretto inondato di luce fra le sagome scure dei palazzi di Porta Venezia. Riesce a dire peste e corna di Milano (vedi qui), della sua aria irrespirabile e delle sue apericene, e al contempo a far sentire che ne è irresistibilmente attratto, che non la cambierebbe con nessun’altra. L’ossimoro è la sua cifra stilistica, la forma verbale più adatta a sintetizzare la dialettica delle contrapposizioni irrisolte, che dà vita a un processo di chiaroscurificazione del mondo in cui il registro dolente si accompagna sempre a quello comico, come le passioni alle idiosincrasie. Rossari è un Bianciardi a colori, senza Mulas, il Jamaica e le velleità rivoluzionarie da maremmano incazzato. Nei suoi racconti, quell’incazzatura si è talmente stemperata e metabolizzata nell’alcool e nelle cartelle di traduzione che se ne trova traccia solo in alcuni personaggi stralunati (come Tuoné il bello e il timido Spino di Invano veritas) e in certi lividi scorci (Vetra, l’Arci Tristezza) di questa città “appestata, invivibile, bellissima”. Perché se c’è qualcuno che può cantargliene quattro a Milano, magari in un bel Contromano Laterza, questo è Marco Rossari.

i ringraziamenti sul Foglio

settembre 15, 2014

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Rece della rete

settembre 4, 2014

http://eidoteca.net/2014/09/03/fenomenologia-dei-ringraziamenti-letterari-nella-narrativa-italiana/ http://d.repubblica.it/attualita/2014/09/04/news/difficile_dire_grazie_lui_sa_perche_libro-2268804/

http://it.feedbooks.com/interview/418/nel-mio-caso-la-letteratura-%C3%A8-una-lente-attraverso-la-quale-guardare-il-mondo

http://m.ilmessaggero.it/m/messaggero/articolo/spettacoli/878933 http://www.rivistastudio.com/editoriali/libri/sui-ringraziamenti

http://www.lafrusta.net/rec_garufi_superlativo_amare.html

http://www.pagina99.it/blog/6878/Quando-grazie-vuol-dire-prego.html

http://www.treccani.it/magazine/piazza_enciclopedia_magazine/cultura/Grazie_di_che_Un_vezzo_letterario.html?nt=0

http://www.flaneri.com/index.php/flaneri/leggi/il_superlativo_di_amare_di_sergio_garufi/

http://www.polkadotpattern.it/2014/09/i-ringraziamenti-dei-libri-sono-la-mia-parte-preferita/

http://www.grammateca.it/editoria/libro-libro-storie-libri-parlano-libri/

http://www.europaquotidiano.it/2014/09/18/lamore-a-cinquantanni-secondo-sergio-garufi/

http://www.unacasasullalbero.com/superlativo-amare/

http://www.elle.it/Magazine/Come-scrivere-libro-successo-scrittori-Glenn-Cooper-Sergio-Garufi-Sara-Rattaro-Helene-Grimaud

http://www.cosebellemagazine.it/2014/09/30/lui-sa-perche/

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/che-ruffiani-i-grazie-degli-scrittori-1060952.html

Show don’t tell

ottobre 18, 2012

Marco Rossari, oltre a essere un ottimo scrittore, è pure uno dei migliori traduttori dall’inglese in circolazione (per esempio Arrivano i Sisters di Patrick De Witt, uno dei suoi ultimi lavori, è un libro godibilissimo anche grazie alla sua eccellente trasposizione in italiano). Poco tempo fa, alla presentazione romana del suo irriverente zibaldone (L’unico scrittore buono è quello morto, e/o), gli ho sentito raccontare un episodio istruttivo sul suo lavoro di traduttore. Diceva che spesso, traducendo dall’inglese, gli capitavano espressioni tipo “aggrottò la fronte” o “si mordeva le unghie”, e se lui traduceva letteralmente poi l’editor italiano lo redarguiva invitandolo a sostituirla con “era perplesso” o “era nervoso”.

In questo piccolo aneddoto si compendiano due scuole di scrittura: quella anglosassone, behaviorista, comportamentale, con la regola del “show don’t tell”, ossia “mostra, non dire”; e la nostra, che non rinuncia alla voice off didascalica, più esplicita nella descrizione degli stati d’animo o dei pensieri di un personaggio. Credo che a raccontarlo in giro chiunque (almeno chiunque abbia a che fare con la letteratura, tranne giusto gli editor di Rossari) dirà che la ragione sta dall’altra parte, in chi le cose le mostra anziché dirle. Pur non avendone mai frequentata una, giurerei che questa sia la regola principale che viene insegnata nelle scuole di scrittura creativa, e che in queste scuole, cioè il posto dove più facilmente gli insegnanti sono contestati dagli allievi, questa regola venga accettata da tutti come un dogma di fede.

Forse si potrebbe addirittura sostenere che in quel motto si annida un’efficace definizione della letteratura, che è in fondo un modo diverso per dire le stesse cose di sempre. C’era anche qualche scrittore italiano famoso, se non ricordo male, che soleva ripetere una variante di quel motto, e cioè: “lascia che sia il lettore a fare 2+2”. Ciononostante ho forti dubbi (quindi sto aggrottando la fronte) sul fatto che si debba per forza seguire quella strada. O meglio, che la strada del mostrare sia preferibile a quella del dire, soprattutto se il mostrare si articola in una serie di gesti, mimiche e atti talmente eloquenti e codificati (tipo “aggrottare la fronte”), da risultare completamente interscambiabili con la loro esplicitazione (“era perplesso”).

L’unico scrittore buono è quello morto

marzo 13, 2012

Se è vero che la maggior parte della gente, entrando in libreria, decide se acquistare o meno un libro da ciò che legge nelle prime pagine, allora L’unico scrittore buono è quello morto, l’opera più recente di Marco Rossari, ha buone probabilità d’incontrare il favore del pubblico. All’inizio infatti c’è un piccolo e prezioso apologo sulla scrittura, intitolato “Dio e le carote”, in cui l’autore racconta con leggerezza due episodi della sua vita. Il primo è legato alla scuola. Pare che l’incubo di tutti gli studenti della scuola di Rossari fossero le carote, cucinate in modo immangiabile da una tizia soprannominata eloquentemente “la Lurida”. Angelino, un suo compagno di classe, fingeva di mangiarle e le metteva nella tasca del grembiule, per poi disfarsene una volta uscito. Un giorno il trucchetto fallì. Forse un delatore avvisò il preside, dal nome improbabile di Livorio Smricchio, e questi gli intimò di vuotare le tasche. Poi gli chiese “perché l’aveva fatto?”, e incassata la risposta (“per dispetto”) gli aveva mollato un manrovescio che lo aveva steso a terra. (more…)

Il miglior complimento

settembre 8, 2011

Sono apparse diverse recensioni da quando è uscito il libro. Sebbene nessuna lo abbia stroncato, solo poche non mi hanno deluso, fra cui quella di Marco Rossari, che credo abbia reso giustizia al mio lavoro. Ma è mai possibile saziare la fame di riconoscimento di un esordiente? Forse neppure quelli che hanno fatto subito il “botto”, coniugando il consenso della critica alle buone vendite (tipo Paolo Sortino o Maria Pia Veladiano), sono mai paghi.

Mentre lo scrivevo senza uno straccio di contratto avrei brindato a champagne se mi avessero pronosticato quanto poi è successo: la pubblicazione con un buon editore, la distribuzione capillare, la presenza nelle vetrine di alcune librerie, una dozzina di recensioni e nessuna particolarmente “cattiva”, le interviste alla radio, la comparsata in TV… Eppure l’amarezza resta, forse perché un anno di sudore, coliche, bestemmie e notti insonni nel migliore dei casi viene consumato in tre ore di lettura e liquidato in trenta righe di recensione, spesso riassuntive. O forse perché di questo mondo, dall’esterno, prima avevo una visione idealizzata, e poi ho scoperto che è come gli altri, se non peggio. Quello che ti detesta, e si offre di parlarne pubblicamente giusto per dire che “è un gran libro perché non si vergogna di essere melenso, non si vergogna di essere noioso“, e in pratica insomma fa schifo ed è per questo che è bello. Poi c’è chi a parole ti dice che è magnifico, superlativo, e dopo un mese scrive un commentino stitico sul giornale in cui gli unici giudizi di valore sono delle riserve. E ancora quelli che subappaltano lo sputo per pararsi il culo… Lo so, non bisognerebbe lamentarsi, c’è di peggio: chi ha scritto dei bei libri e non l’hanno neppure pubblicato, chi l’hanno pubblicato ma non recensito… Fra le poche soddisfazioni ci metto la scoperta, fatta digitando vanitosamente il titolo su google, che certe biblioteche pubbliche, come quelle della provincia di Mantova o di Verona, possiedono 8 copie ciascuna del romanzo, e 7 sono in prestito. E un complimento, buttato lì su fb quando ancora lo bazzicavo. Lo scrisse Stefano Ciavatta, uno che stimo. Disse: “ora Senza verso non è più solo”. Alludeva alla sua biblioteca, naturalmente, che pare conti più di 4000 volumi, in cui ogni dettaglio, incluso l’accostamento, è studiato e ponderato. Ecco, che il mio libro possa stargli accanto degnamente è un onore che vale i sacrifici e le imprecazioni.

L’altro giorno, mentre ci incrociavamo a Fahrenheit, discutendo sul tema dello sconto del 15% e sul rapporto fra grande distribuzione e piccole librerie, a un certo punto Trevi ha detto: “io e Garufi abbiamo la stessa fascia di mercato“. Anche quello è stato un bel momento. Sono sicuro che lo sarà pure la presentazione del 15 alla Feltrinelli.

Come un fantasma che vaga tra gli scaffali di una libreria

giugno 20, 2011

di Marco Rossari

Questa è la cronaca di un esordio annunciato: autore già maturo ancora prima di aver pubblicato alcunché (un po’ come il suo alter ego narrativo, che si definisce, sulla scorta kafkiana, “scrittore non praticante”), stimato da un esercito di scrittori e critici, Sergio Garufi arriva al romanzo dopo mille tentennamenti e incertezze (oltre a un volumetto d’impronta saggistica per Senzapatria editore, 2010, dal titolo Moleskine), per la dedizione a una scrittura fatta di chiose, commenti, glosse che qui per la prima volta esercita intorno a un romanzo riuscitissimo (Il nome giusto, Ponte alle Grazie, pp. 237, euro 16,00). (more…)