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Uscirne bene

febbraio 4, 2013

2 SPAZIANI .inddLeggete questa intervista uscita ieri su Repubblica, è istruttiva. Io non conoscevo le poesie di Maria Luisa Spaziani, e dopo questa intervista non mi è venuta voglia di colmare la lacuna. La cosa impressionante, che per me è il contrario dell’essere scrittori, è il suo desiderio di “uscirne bene”. Far bella figura. Proporre di sé un’autorappresentazione nobile e positiva. A parte che non si dovrebbe mai scrivere per “uscirne bene”, perché chi lo fa per quel motivo non ha nulla da dire di profondamente autentico, ma è lo stesso desiderio di apparire tale che vanifica il risultato. Infatti, tranne giusto il Budda, in genere si desidera essere o avere ciò che non si è o non si ha. E poi che significa “uscirne bene”? Uscire da che? Da questa vita, con magari la promessa d’immortalità di un meridiano Mondadori, che oggi non si nega a nessuno e che nessuno più legge?

Sentiamola, ascoltiamone il sottotesto. Il padre non era un pasticciere, come dice l’intervistatore, ma aveva un’impresa di macchinari per dolciumi, cosa ben più importante. Ovviamente florida e ben avviata, che “per colpa della guerra e di un socio fetente” andò in rovina. Lei iniziò a lavorare come stenografa, ed era “eccellente”. I suoi amanti erano pazzi di lei, ma lei molto meno coinvolta. Il Meridiano ha rovinato la digestione a diverse colleghe, ma lei è magnanima e “non nutre sentimenti così bassi”, sebbene abbia provato piacere a immaginare quell’invidia. Poi le vanterie con Picasso, Borges, John Fitzgerald Kennedy, che avrà incrociato un secondo. E gli sprazzi d’orrore quando parla della figlia, fatta crescere dalla madre e dalla sorella, e di cui non rivela chi sia il padre. E infine quel lessico rispettabile, da anisetta, “mi consegno alla sua discrezione”. Che tristezza, la poesia italiana.

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