Posts Tagged ‘Mario Vargas Llosa’

L’ultimo grande mostro sacro

settembre 20, 2019

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se c’è una cosa che mi è rimasta impressa, del momento in cui sentii per la prima volta il nome di borges, è il motivo per cui volli assolutamente leggere un suo libro. fu un giudizio di pietro citati, uscito sul corriere della sera. parlando dello scrittore argentino lo definì “l’ultimo grande mostro sacro della letteratura mondiale.” ecco, leggendo quella sentenza pensai che dovevo per forza conoscerlo, che era come se fossi un giovane cittadino di firenze del 1300 che non sapeva chi fosse dante alighieri. ora ho scoperto che quel tipo di parallelo appartiene anche a mario vargas llosa.

tipi di case

dicembre 19, 2016

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Com’è la sindrome di Colombo? Che tu cerchi una cosa e alla fine ne trovi un’altra che ti interessa di più? Beh, ieri sfogliavo un mio vecchio taccuino alla ricerca di una citazione, quando mi sono imbattuto in un indirizzo: via fratelli Bandiera 23. C’era scritto solo il nome della strada e il numero civico, ma io sapevo a cosa si riferiva, cioè a quale città e a quale persona, così sono andato a riguardarmelo su street view di Google Maps e sono stato travolto dai ricordi. Era il 2006, dieci anni fa esatti. Lì, in quel palazzetto di Brescia a dieci minuti a piedi da piazza della Loggia abitava una ragazza che mi piaceva da morire. Non era una bellezza canonica. Era bionda e con un seno procace, ma aveva il naso aquilino, portava l’apparecchio come un’adolescente e camminava un po’ curva, e tuttavia la trovavo incredibilmente sexy. Nella stessa pagina del taccuino annotai che alle due di notte del 20 ottobre 2006 eravamo a letto svegli in quella casa quando ci fu il terremoto dalle parti del Lago di Garda. Ricordo che avevamo appena fatto l’amore sul suo futon e ci stringemmo un po’, ma più per scherzo che per paura. La terra non aveva tremato molto, e comunque ero a letto abbracciato a lei, cosa mi poteva capitare di brutto? Il nostro fu un rapporto davvero tellurico, pieno di scosse improvvise e assestamenti precari, tanto che ci prendemmo e lasciammo diverse volte, e il tutto durò al massimo un anno. Un giorno scoprii che aveva un blog semiclandestino tipo diario, su cui scriveva del piacere di correre, la sua passione, o di manifestazioni per i diritti delle donne, o dell’oroscopo di Rob Brezsny o di problemi sul lavoro, che non capii mai bene quale fosse però c’entrava con l’ambiente, ed io lo seguivo di nascosto anche se non parlava mai di me. Fra noi c’era una grande attrazione fisica, la notte i nostri corpi nudi si cercavano e parlavano con naturalezza, come se non avessero desiderato altro per tutta la vita, ma appena fuori dalle lenzuola calava un gelo implacabile. I suoi begli occhi azzurri, fiduciosi e brillanti di fronte ai miei nella penombra, alla prima luce del sole si spegnevano, e quando incrociavano i miei esprimevano indifferenza e a volte fastidio, come fossi un estraneo importuno da liquidare al più presto. Io non mi spiegavo quella schizofrenia, la nostra intesa orizzontale e il suo mutismo ostile al risveglio, poi quando cambiò casa capii. Era un appartamento in affitto su due piani, proprio come il precedente. Le piacevano così, cucina e soggiorno sotto e zona notte mansardata con bagno sopra. Lei era molto impegnata in circoli femministi, lotte per la parità di genere e l’emancipazione, ma la notte voleva l’uomo tradizionale, il maschio alfa, amava la sottomissione, con posizioni e turpiloquio che la facessero sentire presa, più che compresa. Le case in cui abitava riflettevano le sue due anime, e di giorno cambiava atteggiamento nei miei confronti perché non riusciva a vedermi come il complice di un gioco innocuo ed eccitante, ma come il testimone scomodo di una debolezza imbarazzante. Forse è da allora che faccio attenzione alle case degli scrittori o degli amici. Spesso i dettagli architettonici illuminanti sulla personalità di chi ci vive non sono così evidenti ed eloquenti, ma ci sono, bisogna solo osservare con attenzione. Come le case di Dostoevskij, che sceglieva sempre ad angolo, con le finestre affacciate su due strade e vicino a una chiesa, come notò qui Mario Vargas Llosa e qui Giorgio Dell’Arti a proposito della sua casa fiorentina.

Come quando si nuota, si dorme o si ama

novembre 20, 2012

Fortunatamente Cortázar non abbiamo ancora finito di leggerlo. A distanza di ventotto anni dalla sua morte continuano a uscire inediti preziosi, tanto che a questo ritmo presto la mole delle pubblicazioni postume supererà quella di quando era in vita. Si tratta soprattutto di lettere, come Cartas a los Jonquières, il bel volume edito da Alfaguara che raccoglie circa un centinaio di missive e cartoline indirizzate all’amico Eduardo e a sua moglie Maria nell’arco di più di trent’anni, dal 1950, la vigilia del suo trasferimento a Parigi, fino all’84, pochi mesi prima di morire. I due si conoscevano dai tempi della scuola Mariano Acosta di Buenos Aires, quando scrivevano su Addenda, la rivista letteraria del collegio.

Vuole la leggenda, in parte alimentata dallo stesso scrittore, che da giovane Cortázar conducesse una vita ritirata e dedita unicamente alla lettura. In realtà amò sempre circondarsi di amici coi quali condividere le sue passioni culturali, e questo carteggio con Eduardo Jonquières, che fu poeta e pittore, ne è la dimostrazione evidente. Il grosso delle lettere fu scritto negli anni Cinquanta, perché nel ’59 Jonquières e famiglia traslocheranno pure loro a Parigi, e quindi le occasioni di sentirsi diventeranno più facili, ciononostante il rapporto epistolare s’interromperà solo con la morte di Julio. Purtroppo non si sono salvate le lettere di Eduardo, di modo che le sue parole vanno indovinate attraverso quelle di Cortázar.

I temi trattati sono diversi. Julio racconta gli inizi stentati a Parigi, la ricerca di un lavoro stabile, i continui cambi di domicilio contrassegnati dalla sigla “c/o” nell’indirizzo, lo stigma dei grandi scrittori nel loro momento aurorale, quando si subaffitta una stanza presso altri perché non ci si può permettere un alloggio proprio. Poi le lunghe passeggiate per la città, i giri in bici e in vespa, le visite ai musei e i viaggi in autostop sembrano per lui un unico apprendistato allo sguardo (“sobretodo camino y miro, tengo que aprender a ver”). Grazie a queste lettere, che costituiscono l’autobiografia che non scrisse mai, abbiamo accesso a un Cortázar inedito e sorprendente, colui che Vargas Llosa definì “un uomo eminentemente privato, con un mondo interiore costruito e preservato come un’opera d’arte”.

Con grande pudore e affettuosa cautela Julio si confida all’amico, gli comunica le preoccupazioni economiche, i dubbi di aver fatto la cosa giusta (“que hago aquì?”, si chiede il 31/10/52). Si rivolge a lui forse perché Eduardo rappresenta il suo contraltare: la distanza fra loro infatti non è solo geografica. Eduardo è l’amico fraterno rimasto in Argentina, sposatosi presto e con una famiglia numerosa; Julio invece fa il bohémien sradicato, e a volte pare invidiargli la sicurezza degli affetti e la stentata agiatezza della vita in patria. Presto però la situazione si ribalta. La presenza di Aurora Bernardez al suo fianco lo sprona a lottare in una città che lo ignora, mentre Eduardo si sente al palo. Così arriverà per Julio l’impiego come interprete all’Unesco grazie all’interessamento di Victoria Ocampo (la direttrice della rivista Sur per cui scrisse pure Borges), poi l’incarico di tradurre i libri di Edgar Allan Poe e a poco a poco anche la serenità economica per poter viaggiare. In Italia lui e Aurora vanno a Siena, Venezia, Como, Roma, dove s’innamorano della pizza (“la locura más inconmensurable del sistema solar”, 27/10/53); ma i resoconti di viaggio negli anni, di pari passo con la sua progressiva affermazione artistica, comprendono paesi come l’Uganda, l’Austria (che chiama musilianamente Cacania), Cuba, Svizzera, Nicaragua, India, Danimarca, Brasile, Kenia e Inghilterra, a volte anche con soggiorni di mesi.

Non mancano le osservazioni sull’arte e la letteratura dei posti visitati, così come i sapidi ritratti degli illustri colleghi conosciuti (Octavio Paz, di cui fu ospite a New Delhi, o Albert Camus a una festa di Gaston Gallimard), e i ragguagli sulla genesi dei propri libri (come quando annuncia il 30/5/52 l’idea dei cronopios e dei famas, che Aurora giudica troppo moralistici). Tutto l’epistolario nasce e termina a Marsiglia, la città dove sbarca nel 1951 proveniente da Buenos Aires, e dove 34 anni dopo approda in furgone con Carol Dunlop da Parigi, come scrive nell’ultima lettera in cui illustra Gli autonauti della cosmopista, il reportage intimo e fiabesco scritto assieme a lei, pieno di gioia di vivere malgrado il presagio della loro fine imminente.

Pur essendo intessuto da molti riferimenti colti, questo libro non somiglia affatto a quei fastidiosi epistolari letterari in cui lo scrivente si prefigura un grande pubblico e autorevoli esegeti postumi. L’interlocutore resta uno, e Cortázar è tutto tranne che un monologhista. Chiede sempre a Eduardo come gli vanno le cose, s’informa sulla sua famiglia e sulla sua carriera ed è prodigo di consigli, tanto che parla molto più dei suoi libri che dei propri. Ma il lato umano è preponderante in questo carteggio, ed è questa la sua vera forza, ciò che più attrae il lettore, tanto che alla fine si potrebbe dire che il tema principale del dialogo sia il dilemma tra restare o andarsene, lottare in patria o cercare fortuna all’estero. In una commovente lettera del 27/8/55, questa volta tocca a Julio trovare le parole giuste per incoraggiare Eduardo in preda allo sconforto. Lo invita così a seguire la sua vocazione senza trincerarsi dietro l’alibi del “tengo famiglia”, e al contempo enuncia una filosofia di vita: “al mundo no hay que resistirle, lo que hay que hacer es elegir bien el mundo que uno prefiera y al cual hay que darse; y a ése, ah, a ése hay que darse a fondo, como cuando se nada, se duerme o se quiere“.

(uscito su l’Unità del 20/11/2012)