Posts Tagged ‘Max Brod’

Al vero Eden

marzo 11, 2018

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Il ristorante Santa Lucia è un’istituzione milanese. Si trova in via San Pietro all’Orto, una traversa di corso Vittorio Emanuele a due passi dal Duomo, e resta aperto fino a tardi, il classico dopoteatro. Pur non essendo caro vanta una clientela di riguardo, e infatti le pareti sono gremite di foto di celebrities con dedica, pare siano più di 400. Io ci mangiai con Borges nell’autunno 1984, dopo una sua burrascosa conferenza all’Università Statale, ma in quell’occasione non lo fotografò nessuno, e io mi guardai bene dal segnalare la sua presenza.

In verità quell’angolo di Milano era rinomato da ben prima che si installasse il ristorante Santa Lucia. Infatti nel 1911 un altro grande scrittore del Novecento volle visitarlo in compagnia del suo migliore amico. La coppia era formata da due giovani praghesi di quasi trentanni, Franz Kafka e Max Brod, che si trovavano a Milano per una breve vacanza provenienti dalla Svizzera.

Erano i primi di settembre e la città era stordita dall’afa. L’Osservatorio di Brera registrò massime di 35 gradi. Franz e Max giunsero in treno alla Stazione e vagarono a piedi nella canicola finché presero alloggio in un hotel lussuoso dalle parti di piazza Diaz. In seguito visitarono il Duomo e la Galleria, dove si sedettero in un bar per bere qualcosa di fresco. I loro diari registrano le diverse impressioni riportate in parallelo. Franz predilige l’osservazione dei volti e dei gesti, il rapporto fra le persone e le architetture imponenti, l’ipnotico orbitare del tram intorno al monumento equestre di Vittorio Emanuele II, mentre Max è distratto e insofferente, teme di contrarre il colera, di cui aveva letto sui giornali svizzeri, e smania per andarsene al più presto. Di sera entrarono al teatro Fossati ma non apprezzarono la rappresentazione dialettale in programma, per loro incomprensibile, così alla fine approdarono in via San Pietro all’Orto 3, proprio dove oggi si trova il ristorante Santa Lucia.

A quel tempo via San Pietro all’Orto 3 era l’indirizzo del più famoso bordello milanese, Al vero Eden, frequentato da nobili e alto borghesi. Per un giovane viaggiatore dell’epoca andare a puttane in trasferta era un must, un modo per conoscere meglio il luogo che stava visitando. Ma l’atmosfera fredda e asettica del casino, unita all’aria annoiata delle prostitute, li indispose. Si aspettavano qualche sorriso, dei balli, un po’ di stuzzichini per i clienti in attesa, e invece incontrarono solo musi lunghi e sguardi calcolatori, allora Franz convinse Max ad andarsene senza “consumare”; con un dietro front simile a quello del finale dell’Educazione sentimentale di Flaubert, il romanzo preferito di Kafka.

Nel 1958 quel mondo scomparve da un giorno all’altro. Sull’esempio della Francia e di altri paesi venne emanata la legge Merlin, dal nome della senatrice socialista che vietò le case di tolleranza e introdusse i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione. Al vero Eden chiusero tutte le alcove e al loro posto aprì il ristorante Santa Lucia, con altri tipi di consumazione.

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ipotesi su Vivian

settembre 22, 2016

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Ora siamo qui solo come ricordi per i nostri figli”, dice Matthew McConaughey nel film Interstellar. E Vivian Maier, l’Emily Dickinson della fotografia, per chi era al mondo lei? Non aveva figli, né fidanzato, né amici, e in più con la sua famiglia d’origine ruppe ogni rapporto molto presto. Gli unici che l’ebbero a cuore furono tre ragazzi di cui si prese cura come tata, i fratelli John, Lane e Matthew Gensburg, che si ricordarono di lei nel momento del bisogno dandole una casa, e anche dopo la sua morte, pubblicando un necrologio sul giornale e spargendo le sue ceneri al vento in una mattina di primavera. Ma il suo Max Brod, chi prestò ascolto al sussurro di quella vita inascoltata e impedì che di lei si perdesse ogni traccia, fu un totale estraneo, il giovane rigattiere John Maloof, che acquistò per pochi dollari uno scatolone di negativi a un’asta e ne scoprì il valore artistico dopo la sua morte. Perché Vivian apparteneva a quel tipo di persona, quelli che nascono postumi e vivono in condizioni di estrema solitudine, ma sono animati da una passione divorante alla quale sacrificano tutto e dalla quale non si aspettano niente. È come se venissero al mondo in differita, dentro una bolla che preclude ogni contatto con l’esterno, mantenendo sei gradi di separazione da chiunque altro; e forse è proprio questo che rende il loro sguardo così partecipe e compassionevole, seppur distaccato, l’amara consapevolezza di vivere in un altro tempo e di non poter colmare la distanza che li separa dall’oggetto delle loro attenzioni. Ciò che sopravvivrà alla fine è il frutto di quello sguardo, nel caso di Vivian le sue fotografie, che oggi girano da sole per il mondo come i bambini che aiutò a crescere.

la formazione dello scrittore

luglio 8, 2015

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Tutti ce l’hanno su con l’imprinting, come le oche di Lorenz. Si parte sempre da lì: la biblioteca paterna, l’aura sacrale dei libri, il bimbo piccolo che spia i genitori assorti nella lettura. A ben vedere, anche le poche esperienze di segno opposto, quelle dei self read men, di chi è diventato scrittore in case prive di libri, sembrano comunque ricondurre tutto a una volontà di riscatto familiare, quasi che fosse impossibile non rapportarsi in qualche modo ai propri genitori. Per quanto mi riguarda, io ho cominciato a scrivere per scommessa. Con l’impegno, la determinazione e soprattutto la spericolatezza a cui si fa ricorso quando s’intende vincere una scommessa. Una scommessa in primis con me stesso, per mettermi alla prova e con l’unico premio della soddisfazione personale, ma anche col mondo, per vedere se riuscivo a farla in barba agli altri. Io partivo da un assunto molto skinneriano, nel senso di Burrus Frederic Skinner, lo psicologo comportamentista americano che sosteneva che l’educazione e l’ambiente sono tutto, e che d’innato abbiamo poco o niente. Datemi dieci bambini piccoli, e fra vent’anni vi restituirò un ingegnere, un avvocato, un calciatore, un cantante, cioè saranno creta nelle mie mani, ne farò quello che voglio io; così diceva. Basta metterli sotto a studiare e a praticare assiduamente una cosa e i limiti congeniti spariranno. Ecco, io sono stato lo Skinner di me stesso. A un certo punto della mia vita mi son detto: posso farcela. Se mi ci metto d’impegno la do a bere a chiunque. E cosa c’è di più innato e sacrale della letteratura? L’ispirazione, lo spirito che soffia dove vuole? No, io lo farò soffiare a comando, e poi tutti diranno “lo sapevo”, “era nato per quello”.

Nella mia vita precedente facevo l’arredatore, quello era il mio posto nel mondo, la mia occupazione. Arredare le case degli altri, avere una competenza su tessuti, mobili e imbottiti. A me la gente si rivolgeva per quello. Poi arrivò la crisi, durissima, e non ci misi molto a capire che non era una congiuntura temporanea, che non bastava stringere la cinghia: dovevo cambiare vita, mollare tutto e inventarmi qualcos’altro. Sapendo di non avere talenti particolari, e neppure capitali da investire, ho provato con la scrittura, la cosa più economica del mondo. In fondo serve solo una biro e dei fogli, se non hai neppure un pc. E poi a uno scrittore si perdona tutto. Puoi essere un poveraccio, uno che non si può permettere manco di vivere da solo in un monolocale in affitto, ma se scrivi libri e articoli sulle pagine culturali non sei un pezzente come tutti gli altri, il 740 non misura più il tuo valore, il tuo peso nel mondo. Perché non si sa mai. Sai quanti scrittori in vita non se li cagava nessuno e sono stati scoperti dopo morti? L’importante è che qualche copia sopravviva nelle biblioteche pubbliche, e la fama postuma a quel punto è possibile. Il fatto che ci sia una probabilità su un milione di essere il Kafka (o il Walser, o il John Williams) del XXI secolo non conta, così come chiunque spera di vincere al superenalotto. Ci vuole un po’ di pazienza, e un Max Brod che ti resusciti. Il talento, quello è opinabile. Io ero certo di non possederlo, ma allo stesso tempo ero convinto che con un po’ di esercizio e un po’ di tempo a disposizione avrei sfornato anch’io qualcosa di degno, che non sarebbe passato sotto silenzio. E così mi son messo di buzzo buono e ci ho provato. È come la simpatia. Io non sono mai stato simpatico a nessuno, di primo acchito. Forse conoscendomi un po’, dopo un po’ di tempo, quando mi lascio andare e mi fido di chi ho di fronte, posso risultare simpatico, ma all’inizio no. Allora ho fatto come il protagonista del romanzo di Ishiguro, il maggiordomo di Quel che resta del giorno. Mi sono allenato, tanto non mi correva dietro nessuno. Non avevo scadenze da rispettare, solleciti o particolari aspettative, perché nessuno si aspettava da me niente in quel senso, e quindi potevo lavorare in tranquillità. Allora sono partito da due punti fermi, due punti di forza. Il primo è che so cogliere il bello, capire quando una cosa funziona, e a quel punto si tratta solo di replicarla, adattarla al nuovo contesto. E il secondo è che il materiale non mi mancava, avendo vissuto parecchie esperienze fuori dall’ordinario. Così mi sono iscritto a un corso di sceneggiatura della Rai, ho imparato le tecniche di base della narrazione per immagini, l’arco di trasformazione del personaggio, gli scarti, i punti di svolta, e poi mi son messo sotto. Il primo punto di forza era raccolto in diversi taccuini. Tutto ciò che avevo visto, sentito o letto di ammirevole l’avevo trascritto lì, e ora mi sarebbe tornato utile. Il secondo punto di forza l’avrei sfruttato raccontando ciò che conoscevo meglio, le storie di cui ero stato protagonista, gli alti e bassi che il destino mi aveva procurato con generosità.

Ci misi poco meno di un anno a finire il primo libro, e pur non avendo avuto il successo sperato quel romanzo non passò inosservato, tant’è che mi fruttò un contratto per il secondo. Ricordo che mi giunsero voci da parte di alcuni parenti e amici che dubitavano fortemente che fossi in grado di ripetermi. “Ci ha messo tutto se stesso nel primo, che scriverà ora?”. Io invece non avevo alcun dubbio in quel senso. Le idee non mi sono mai mancate. Semmai mi è mancata la fiducia, il credere che valessero qualcosa. Esemplare è stato il mio secondo libro, l’antologia Lui sa perché. Fenomenologia dei ringraziamenti letterari, pubblicata da ISBN. Era tutta la vita che in un libro guardavo per prima cosa i ringraziamenti. Ero arrivato perfino a formulare la teoria secondo la quale la lunghezza dei ringraziamenti fosse inversamente proporzionale al valore dell’opera, tant’è che nel mio primo romanzo li ridussi ai minimi termini per non smentirmi. Però non avevo mai pensato che fosse qualcosa di significativo, solo una mia fissa un po’ bizzarra. Finché un giorno, su facebook, dopo aver postato i ringraziamenti involontariamente comici del libro Zero zero zero di Roberto Saviano, fui contattato da Carolina Cutolo. Mi disse di essersi vergognata molto sentendomene parlare a un festival letterario, dato che lei aveva scritto dei ringraziamenti lunghissimi, e mi propose di farne insieme un ebook autoprodotto. Solo a quel punto, dopo che lei mi fece capire che poteva essere un libro interessante, un fenomeno da studiare, rilanciai proponendo di presentarlo a un editore per farne un libro cartaceo, e così fu. Mentre raccoglievamo i vari ringraziamenti e li suddividevamo in categorie, pensai che quella era un’idea che sarebbe potuta piacere a Umberto Eco, e gli scrissi una lettera che illustrava il nostro progetto chiedendo se era disposto a farci una prefazione. Ventiquattr’ore dopo, per email, Eco mi rispose così: “Entusiasta del suo progetto, le regalo una mia vecchia bustina di Minerva dell’87 per darmi atto della mia idea pioneristica”. Non era una prefazione nuova, fatta ad hoc per quel libro, ma era pur sempre un suo testo sul tema, e neppure molto conosciuto, dato che non figurava nell’omonima raccolta di Bompiani e non si trovava neppure in rete.

Pochi giorni dopo la pubblicazione dell’antologia sui ringraziamenti uscì pure il mio secondo romanzo. Era il 4 settembre di quest’anno, ed io ero molto emozionato. Ci avevo messo quasi due anni a scriverlo, ma alla fine ce l’avevo fatta, la scommessa l’avevo vinta. Un nuovo romanzo, con un’altra storia, stavolta molto poco autobiografica. Come ogni autore, riponevo grandi speranze nel mio libro, ero certo che avrebbe venduto più del mio romanzo precedente, ma quando chiesi al mio editor la tiratura rimasi di stucco, fu una doccia gelida. L’avevano stampato con un numero di copie molto inferiore al precedente, quasi un terzo. E infatti il libro non c’era, non esisteva. In molte librerie non figurava neppure, e nelle più grosse se ne trovavano al massimo un paio di copie, quasi sempre impilate di dorso negli scaffali alfabetici a parete, quelli che si consultano solo se si ha già idea di cosa comprare. In queste condizioni era molto difficile, se non impossibile, venderne più del precedente. Mi spiaceva un casino, soprattutto perché questo romanzo aveva degli atout commerciali di cui il primo era privo. Un titolo più accattivante, una copertina più attraente (grazie al disegno di Lorenzo Mattotti), una fascetta di Tiziano Scarpa, che mi considera “una delle penne più felici oggi in Italia”, e infine una storia più lineare, meno frammentaria, con un linguaggio depurato dagli sfoggi muscolari del primo. Le ragioni addotte dall’editore erano quelle economiche. Dal 2011 ad oggi erano cambiate molte cose nell’editoria. In soli tre anni un quarto delle librerie aveva chiuso, si vendevano molti meno libri, ergo la tiratura del precedente era impensabile. Insomma, mentre ero avvolto in pessimi presagi e il libro era appena uscito ricevetti una notizia sorprendente. La notte del 7 settembre, solo tre giorni dopo l’uscita del romanzo, ero a casa con la mia compagna. Dato che non c’era nulla d’interessante in tivù accesi il pc e controllai il mio blogghettino. Non aveva molto senso che lo controllassi, dato che negli due anni l’avevo trascurato parecchio per scrivere il libro e il numero dei suoi visitatori era crollato a cifre risibili, circa 20 persone al giorno, ma lo feci lo stesso e notai subito un’allerta di wordpress, una spia che mi segnalava un insolito picco di accessi. Guardai le statistiche e c’era una torre che svettava in mezzo al deserto. Un migliaio di persone nel giro di un’ora era passato dal mio blog. Controllai da dove arrivavano e risultava che provenivano tutti da twitter. Lo dissi subito alla mia compagna e sbirciando dal suo profilo su twitter, dato che io lì non c’ero, mi accorsi che il responsabile era nientepopodimeno che Jovanotti. Aveva scritto che gli era piaciuto molto, e ci aveva messo pure la foto della copertina. Un endorsement di Jovanotti, su twitter, dove vantava più di due milioni di followers, non ci potevo credere! Eccolo, il punto di svolta che attendevo, il mio treno! Ora tutto sarebbe stato diverso. Mi chiamarono subito molti amici per congratularsi. Uno di loro mi disse: “in confronto, con La Lettura del Corriere ci s’incarta il pesce”. Insomma, io e la mia compagna ci abbracciammo, eravamo al settimo cielo, tanto che faticai ad addormentarmi, cullato da mille sogni di gloria, ma nei giorni successivi purtroppo non cambiò nulla. L’editore non ristampò e non cambiò neppure la fascetta. Quell’endorsement produsse una piccola fiammata di vendite, come mi disse l’editor, ma non convinse Ponte alle Grazie a rimpolpare le poche copie distribuite. Neppure un mese dopo, quando apparve un video di Jovanotti della durata di 10 minuti sul mio libro, si smosse, e presto anche i miei entusiasmi si spensero.

Un sabato mattina, che scesi a portare il cane passando davanti all’edicola dove compravo sempre gli inserti letterari del weekend, decisi di non comprare più Tuttolibri de La Stampa. In fondo mi aveva ignorato fino a quel momento, perché spendere dei soldi per leggere recensioni di libri altrui? Rincasai, e mentre la mia compagna si stava facendo la doccia sentii il trillo del suo cellulare. Le era arrivato un sms. Mi chiese dal bagno di leggerlo e vidi che un suo amico torinese, assiduo lettore de La Stampa, le comunicava che oggi quel giornale aveva incensato il mio libro. Mi precipitai giù a comprarlo e lo lessi correndo verso casa. Angelo Guglielmi, l’arpagone degli elogi, diceva delle cose bellissime. “Una scrittura che ha introiettato una consapevolezza, un’attitudine critica che le conferisce una splendida purezza e agilità. L’autore spinge avanti la trama del racconto guardandola a distanza, mettendole a disposizione, come un dono, il suo sguardo. Uno sguardo reso sapiente dalla lettura degli straordinari autori cui Garufi esclusivamente si dedica – certo Cortazar, ma prima Flaubert, Kafka, Céline, Cioran e soprattutto Perec”. Ero commosso. Dopo il celebre cantante pop, il mio libro era piaciuto pure a un critico colto ed esigente come lui, cosa potevo pretendere di più? Il successo, solo quello mi mancava, e quello non è arrivato. Ancora non conosco i dati di vendita degli ultimi due libri, ma è quasi certo che non supereranno le tremila copie, cioè quanto vendetti all’esordio. Questo significa che la scommessa l’ho persa, che non sono uno scrittore. Al pubblico non l’ho data a bere. Su questo punto la penso come Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, quando chiede a George Peppard: “Ma sei uno scrittore vero?”, e lui risponde “in che senso?”, al che lei replica: “ci campi con quello che scrivi?”. Ecco, io non ci campo. Se non vivessi con la mia compagna, che ha una casa di proprietà tutta pagata, non potrei mai permettermi un affitto da solo, neppure mettendo insieme i guadagni delle traduzioni e delle collaborazioni giornalistiche. E a 50 anni non è un gran risultato. Anche lei, la mia compagna, ha perso la sua scommessa, quando ha creduto in me, nella possibilità che io diventassi uno scrittore. Se penso che una delle categorie del libro sui ringraziamenti s’intitolava “febbre da cavallo”, e prendeva in giro gli scrittori che ringraziavano chi aveva scommesso su di loro, capisco quanto il destino possa essere beffardo e vendicativo. Ma pure la mia famiglia ci aveva creduto, e ora è un po’ delusa. Viviamo tutti lontano. Mia madre e mio fratello minore in Spagna; mio fratello maggiore in Brasile, dove fa l’export area manager per la Perfetti, la multinazionale dei chewing gum, e infine mia sorella a Milano, col suo bel negozietto in centro. Mi seguono tutti con affetto, seppur distanti, s’informano sull’andamento delle vendite e delle recensioni, speravano che almeno uno di loro diventasse famoso. A volte, quando ci riuniamo a Natale, gli leggo in volto la delusione, e io stesso mi sento un po’ Calimero, quello che non possiede nulla e guadagna meno di tutti. Poi per consolarmi penso che non è stato tutto vano, che qualcosa mi è rimasto, che la stima di Guglielmi, l’apprezzamento di Umberto Eco, di Jovanotti e di Tiziano Scarpa non me lo toglierà nessuno finché campo. E non è cosa da tutti i giorni. Certo non ci paghi l’affitto, ma riscalda il cuore.