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i senza nome

luglio 18, 2016

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Se casa tua stesse bruciando e potessi salvare un solo libro, quale sceglieresti?” Prima o poi ogni scrittore si sente rivolgere una domanda del genere, e l’unica risposta adeguata sarebbe: “quello più vicino alla porta”. Ma nel giugno 1940 Walter Benjamin dovette rispondere seriamente, perché ebbe la disgrazia di trovarsi in una situazione simile. L’incendio lo avevano appiccato i nazisti e stava divampando in mezza Europa. Quando le fiamme lambirono la sua abitazione parigina al 10 di rue Dombasle, Benjamin scappò in treno verso il sud della Francia ancora libero e la prima tappa del suo calvario fu a Lourdes. Lì, in una pensione con vista sui Pirenei, aspettò due mesi i documenti per espatriare. Ma Lourdes non fece il miracolo, Benjamin non si salvò. Nell’ultima lettera del 18 luglio all’amica Gretel Adorno scrisse: “J’ai emporté un seul livre: les Mémoires du cardinal de Retz. Ainsi, seul dans ma chambre, je fais appel au Grand Siecle” (Correspondance 1930-1940, Le Promeneur, pag. 396). La cultura intesa come rifugio, talismano, testamento, il linguaggio e il retaggio degli spiriti eletti. Quel libro andò perduto, come tutto ciò che Benjamin portava con sé, compresi i suoi poveri resti, che cinque anni dopo finirono in una fossa comune a Portbou. Ma che c’entrava lui con Retz, il cardinale che si oppose a Mazzarino, e poi fu sconfitto e imprigionato a Vicennes, dove scrisse le sue memorie? Uno che morì a Parigi e fu inumato nella basilica di Saint-Denis, sulla cui lapide, per volere di Luigi XIV, non venne scritto alcun nome? Ah, ecco.