Posts Tagged ‘Nazione Indiana’

crimini e discrimini

giugno 21, 2017

disc

Quando facevo parte della redazione di Nazione Indiana, il blog letterario composto da una ventina di scrittori e intellettuali (Tiziano Scarpa, Roberto Saviano, Gianni Biondillo, Giorgio Vasta, Christian Raimo, Antonio Moresco, Andrea Bajani, Andrea Inglese, Andrea Raos, Franz Krauspenhaar, Helena Janeczek, Maria Luisa Venuta, Marco Rovelli, Giulio Mozzi, Piersandro Pallavicini, Carla Benedetti, Antonio Sparzani, Benedetta Centovalli, Piero Vereni), un giorno mi fu chiesto di sottoscrivere un appello contro la discriminazione degli zingari. L’idea venne ad alcuni redattori come forma di denuncia per l’acquiescienza dell’opinione pubblica rispetto ai casi sempre più frequenti di intolleranza verso la comunità rom.

L’appello ebbe una discreta risonanza sui media, lo riportarono tv locali e parecchi giornali, ma il fatto che fosse concepito con una struttura gerarchica, che prevedeva al vertice un gruppo ristretto di “proponenti”, poi una parte più consistente di “primi firmatari” e in fondo la massa indistinta degli “aderenti”, i quali si mischiavano addirittura coi cittadini comuni, mi spinse a non aderire.

Notai però che l’appello provocò nella mailing list interna della rivista vibrate proteste e polemiche molto accese riguardo al posizionamento dei vari redattori, soprattutto da parte dei sotto-scrittori confinati nell’ultima categoria, i quali evidentemente si sentivano ghettizzati e aspiravano ad essere promossi in pole position.

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La responsabilità del critico

giugno 8, 2010

Litterature

novembre 4, 2009

libreriaIn rete e su carta è tutto un gran parlare di generi letterari, di scaffalature. E’ un mondo di archivisti. L’ultimo nato è il postnoir, e in fondo c’era da aspettarselo, il noir non finirà mai, è un evergreen. Chi la considera solo un’etichetta, una nuova griffe per rifilare al lettore più sprovveduto la solita sbobba di sempre, sostiene che l’unica distinzione che conta è quella fra libri belli e libri brutti, e che questi appartengono indifferentemente ai generi più diversi. All’apparenza, entrambi gli schieramenti armati rifiutano le gerarchie, o perlomeno non le fanno coincidere con un genere specifico, di quelli tradizionalmente codificati; in realtà la gerarchia c’è eccome, solo che è totalmente subordinata al mercato, nel senso che quello è il termine di riferimento, sia che lo si blandisca sia che lo si contesti. Nella coda polemica seguita a un intervento di Giampaolo Simi su Nazione Indiana, alcuni scrittori hanno spiegato l’esigenza delle scaffalature come orientamento alla scelta dell’acquirente, raccontando le personali peripezie quando hanno scoperto che le proprie opere erano state catalogate nei modi più bizzarri e improbabili, magari per ottusa assonanza col titolo. Negli anni, frequentando diversi scrittori, di racconti così ne ho sentiti un fottìo, e ogni volta mi chiedevo: com’è possibile che non si accorgano del ridicolo? Capisco la debolezza di voler controllare se esisti, se piaci, quante copie ci sono in quella libreria e quante sono state vendute, tanto più che quel tipo di dati non viene facilmente diffuso dall’editore. Non so, probabilmente al loro posto io farei lo stesso, ma perché dirlo in pubblico, vantarsene, pensando che quel resoconto ispiri complicità e non compassione? Da semplice lettore, cioè da uno che non ha mai scritto un libro, confesso che per me esiste un genere letterario di serie B. Non è il giallo, la teoria del complotto o il postnoir, e non c’entrano commissari, serial killer o sette sataniche. No, il vero genere letterario di serie B è quello in cui l’autore racconta la sua visita in una libreria alla ricerca di dove hanno posizionato i propri libri. E il peggio del peggio è quando nel finale s’incazza e sfotte il commesso ignorante che ha sbagliato scaffale. Quella sì che è “litterature”, da litter, spazzatura.