Posts Tagged ‘Pablo Picasso’

Picasso al cesso

luglio 8, 2019

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Un anno dopo aver regalato a Dora Maar un casale antico in Provenza come buonuscita per la loro separazione (si veda Sans Picasso. Dora Maar a Ménerbes, di Stephan Levy-Kuentz, Editions Manucius), Picasso le chiede le chiavi di casa per passare un weekend assieme a Françoise Gilot, la donna con cui l’aveva sostituita. Per ringraziarla, alla fine del soggiorno le lascia alcuni disegni della camera e le ridipinge l’asse del water, verde a piccoli fiori, ma quel cimelio “degno della piscia di un papa” (a detta di Pablo) Dora non lo conserva, perché “c’è un limite anche alla idolatria”.

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Il ritratto di Dora

aprile 22, 2017

dora

Dora Maar fatta a pezzi da Picasso, mostrata nel suo spavento, nelle sue viscere, lei che voleva solo un bel ritratto, di quelli con i difetti nascosti o addolciti.

Robert Capa a Castelldefels

settembre 7, 2016

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Mi piace questa foto. Mi ricorda un po’ la celebre immagine di Robert Capa con Picasso in spiaggia a Golfe-Juan. La stessa luce meridiana, lo stesso mare, la stessa atmosfera da primo benessere. E per entrambe la prospettiva è dal basso, c’è una figura femminile in primo piano e un ombrellone. Qui siamo a Castelldefels, poco più a sud di Barcellona, dove andavamo d’estate per la convenienza e perché mamma poteva rivedere i suoi parenti e amici. In quei giorni era incinta di Mario, che infatti venne al mondo lì, e siccome lui nacque il 9 agosto ’65, direi che questa foto fu scattata verso giugno. Allora le villeggiature duravano un’eternità, erano una specie di parcheggio per mogli con figli piccoli, e forse per questo mio padre non è presente, era rimasto a Milano a lavorare. Di giorno faceva il praticante nello studio legale dell’avvocato Sordillo, che in seguito fu pure presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio, e la sera tornava a casa, la prima della nostra famiglia, un bilocale in via Lorenteggio 31, a quel tempo l’estrema periferia della città, davanti a una chiesetta romanica che fa da spartitraffico. Mio fratello Davide aveva sei anni e si sentiva grande  e responsabile, tanto da farmi da tutore tenendomi per il polso come un delinquente, mentre io guardavo dritto in camera con l’espressione sofferente che ho sempre al mare.