Posts Tagged ‘papà’

lanci

settembre 19, 2018

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Un giorno mio padre mi lanciò in aria e tornai giù che avevo 27 anni, quando non c’era più nessuno ad aspettarmi.

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la casa del padre

agosto 22, 2018

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Mio padre non c’è più da 28 anni e io non sono mai andato a trovarlo al cimitero. Penso spesso a lui come si pensano i morti, non con un atto della volontà, ma sotto forma di interferenza nei pensieri, grazie ai ricordi che affiorano all’improvviso e fuori contesto e dispiacendomi che tanta parte della mia vita (la mia compagna, suo figlio, i libri e gli articoli che ho scritto) gli sia rimasta sconosciuta. A volte lo sogno, e quando succede siamo sempre allegri, in viaggio verso non so dove, in macchina o in treno. Forse dipende dal gioco dell’avventura che facevamo spesso, in cui la meta la sceglieva chi seguivamo e noi ci lasciavamo trasportare dalla volontà altrui. Un giorno gli chiesi tutti gli indirizzi dove aveva abitato, volevo segnarmeli su un taccuino e cercarmeli sulle piantine, collegarli uno all’altro come a formare un disegno che giungesse fino a me, culminasse con la mia venuta al mondo. Lui trovò strana quella mia fissa, come se credessi che quei toponimi fossero una formula magica in grado di svelare il senso della nostra vita, lo fece ridere la mia insistenza, e papà quando rideva era la fine del mondo. Comunque si sforzò ma delle sue prime case non ricordava l’indirizzo preciso, era passato troppo tempo. Mi disse che era nato a Napoli nel ’35, e che pochi anni dopo con la sua famiglia erano sfollati al nord per la guerra. La prima tappa fu a Mirandola, in provincia di Modena, e poi a Milano in due indirizzi diversi: nell’attico di un bel palazzo di via Olivetani 8, verso il 1942-3, in coabitazione con una coppia di loro amici, e dal ’44 in un appartamento al terzo piano in piazza Tricolore 4, sempre in centro. L’unico aneddoto che mi ricordo riguardo a quest’ultima casa fu che durante i bombardamenti cadde una bomba sul palazzo di fronte dove abitava Walter Chiari, e disse che loro si salvarono per un soffio. Dopo che è morto sono andato a trovarlo a quegli indirizzi, volevo vedere i luoghi della sua giovinezza, quando mio padre non era ancora mio padre ma solo un ragazzo che pensava a divertirsi. Poi nel 1961 lasciò piazza Tricolore e la sua famiglia d’origine per metter su la propria famiglia assieme a mia madre in via Lorenteggio 31, nel bilocale dove nacqui io, proprio letteralmente, nel senso che per risparmiare mia madre non andò a partorire in ospedale. “Sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre”, diceva Novalis, che come me padre non fu mai.

segui il capo

luglio 19, 2018

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Della mia infanzia ricordo poco, non più di una decina di episodi sparsi che stanno lì tipo paletti catarifrangenti in un mare di nebbia. Un paio di questi riguardano le estati che passammo a Castelldefels, una località balneare vicina a Barcellona. Rivivo l’inconfondibile odore di resina riarsa della pineta. Mia mamma con l’abito azzurro a girasoli, che esce di casa sentendomi arrivare e ride agitando le braccia. E un gioco che facevamo sempre in giardino con papà. Si chiamava “segui il capo”, ed era una cosa un po’ stupida che consisteva nel comporre una fila indiana e nel seguire fedelmente i passi del capofila, che però faceva di tutto per indurci in errore muovendosi con passi difficili e assurdi. Quanto mi faceva ridere. Non avrei più smesso di farlo.