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scommesse

marzo 11, 2017

pontormo1

In quel mare di “squallida quotidianità” che è il diario del Pontormo, che sembra composto solo per registrare il cibo ingerito ed evacuato dal suo autore come una specie di bollettino digestivo, c’è un punto in cui lui racconta di essere ospite a cena dal Bronzino, col quale si era messo a discutere di due parole (“stomachi” e “fianchi”). In sintesi il Bronzino sosteneva che quelle parole si trovavano in un libro del Petrarca, mentre Pontormo lo negava. Così scommettono e vanno a casa del Pontormo a controllare, perché lì c’è una copia del libro, e alla fine si scopre che aveva ragione il Bronzino e al Pontormo tocca pagar pegno (“pagai quello che s’era giucato“). Ecco, leggendo quello scarno diario, io ebbi subito la sensazione che in qualche modo mi riguardasse, cioè che lì dentro potessi trovare anche le mie parole. E così lo lessi attentamente, e poi rilessi, e poi rilessi ancora, e ora penso che il brano che mi appartiene sia l’appunto del 31 marzo 1556. È uno dei più laconici e distratti, quasi una pagina bianca da saltare come fosse un giorno inutile e vuoto, qualcosa di vago e remoto come un ricordo d’infanzia annebbiato. Probabilmente il Pontormo lo annotò dopo il 31 marzo, quando non si ricordava più bene cos’era successo, infatti scrisse: “martedì in casa feci non so che“. Sì, anche a me succede così, spesso. In quelle parole mi riconosco ma non per sbadataggine, o scarsa memoria, e nemmeno per qualche giorno isolato e ramingo. No, io quel martedì lo sento da una vita, tanto che è iniziato e finirà con me, e quelle parole potrebbero essere una specie di bilancio finale, un consuntivo da pronunciare guardandomi indietro, nel momento in cui les jeux sont faits e rien ne va plus, come fossero le mie ultime parole famose.