Posts Tagged ‘Philip Roth’

AAA vendesi casa Roth

marzo 11, 2019

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È in vendita a 3,2 milioni di dollari la casa studio di Philip Roth (140 mq) sulla 79th ovest, compresi molti degli arredi, dalla scrivania su cui scrisse le sue opere degli anni 90 come Pastorale americana, alla sedia Eames in soggiorno. A me basterebbe quest’ultima.

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la nascita della scrittura

giugno 11, 2018

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Primo Levi visse tutta la sua vita nella stessa abitazione, in corso Re Umberto 75 a Torino. Lì nacque il 31 luglio 1919, e lì morì cadendo (o gettandosi) nella tromba delle scale l’11 aprile 1987. Nell’arco di quei 67 anni e mezzo si assentò solo dal 1942 all’ottobre 1945: un anno a Milano, per lavorare in una fabbrica di medicinali, alcuni mesi da partigiano in Val d’Aosta, l’arresto il 13 dicembre 1943 e la deportazione a Fossoli e poi ad Auschwitz per undici mesi, infine altri nove mesi sulla via del ritorno.

Poco tempo prima di morire, mostrando casa sua a Philip Roth che lo stava intervistando, gli indicò il suo tavolo da lavoro e disse: «La scrivania su cui scrivo occupa, stando alla leggenda familiare, il punto esatto dove vidi per la prima volta la luce».

Il Bianciardi a colori

aprile 26, 2015

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C’è stato un periodo, qualche anno fa, in cui il miglior supplemento letterario italiano era il Corriere della Salute. Usciva il giovedì e non me ne perdevo uno, perché ci scriveva Marco Rossari. Quando gli chiesi cazzo ci faceva lì mi rispose che non sapeva dove altro scrivere. L’unico aggancio che aveva con un giornale cartaceo era il caporedattore di quell’inserto, così aveva cominciato a buttar giù dei pezzi-ponte dai titoli curiosi come “Philip Roth e i disturbi alla prostata”, “Curarsi coi libri” o “le emorroidi nei racconti di Cechov”. Le prime righe dell’articolo di solito erano impeccabili, descrivevano la sintomatologia dei vari disturbi e indovinavano a colpo sicuro l’eziologia (tipo le lunghe chiacchierate dei personaggi di Cechov seduti in panchina o i rapporti sessuali non protetti con partner a rischio nei romanzi di Roth), ma subito dopo l’autore partiva per la tangente letteraria e non ce n’era più per nessuno. Io lo consigliavo a destra e a manca ma non venivo preso molto sul serio, probabilmente pensavano fosse solo un paradosso simpatico. Da un lato ero dispiaciuto, mi sembrava di rivivere il periodo in cui feci il fattorino in una libreria, una quindicina di anni fa. Era l’epoca d’oro di Ronaldo all’Inter, il fenomeno, e al mio collega milanista in magazzino ogni tanto consigliavo entusiasta un libro, al che lui scuoteva la testa dicendo: “sì, sì, tutti fenomeni”. Per altri versi invece era bello che solo in pochi conoscessero Rossari, mi gustavo un piacere semiclandestino, da samizdat. Adesso la pacchia è finita (la pacchia da happy few, che la sua è appena cominciata); adesso in tanti si sono accorti del suo talento e lo si può leggere da varie parti, come il mensile IL del Sole 24 Ore, Wired, la Rivista Studio ed altre ancora. Sfogliando questi periodici si riconoscono subito i suoi pezzi. Marco ha una scrittura graffiata inconfondibile, insieme improvvisata e precisissima, visionaria e trasparente, piena di ombre, di rimpianti e di momenti di felicità che irrompono all’improvviso fra le pagine come il Lazzaretto inondato di luce fra le sagome scure dei palazzi di Porta Venezia. Riesce a dire peste e corna di Milano (vedi qui), della sua aria irrespirabile e delle sue apericene, e al contempo a far sentire che ne è irresistibilmente attratto, che non la cambierebbe con nessun’altra. L’ossimoro è la sua cifra stilistica, la forma verbale più adatta a sintetizzare la dialettica delle contrapposizioni irrisolte, che dà vita a un processo di chiaroscurificazione del mondo in cui il registro dolente si accompagna sempre a quello comico, come le passioni alle idiosincrasie. Rossari è un Bianciardi a colori, senza Mulas, il Jamaica e le velleità rivoluzionarie da maremmano incazzato. Nei suoi racconti, quell’incazzatura si è talmente stemperata e metabolizzata nell’alcool e nelle cartelle di traduzione che se ne trova traccia solo in alcuni personaggi stralunati (come Tuoné il bello e il timido Spino di Invano veritas) e in certi lividi scorci (Vetra, l’Arci Tristezza) di questa città “appestata, invivibile, bellissima”. Perché se c’è qualcuno che può cantargliene quattro a Milano, magari in un bel Contromano Laterza, questo è Marco Rossari.

l’ossessione della bella figura

febbraio 28, 2012

La foto che vedete è stata postata da Roberto Saviano su twitter il 19/12/2011. Lo ritrae insieme a Philip Roth nella sua casa di New York. Questo anche per specificare che l’ha scelta lui, gli piaceva, tanto da volerla mostrare ai suoi 155.000 seguaci (o followers, nel lessico sciamanico di twitter). A me ricorda certe immagini di Berlusconi al G8, in cui sta abbracciato sorridente a qualche potente, con la tipica espressione soddisfatta di chi cerca la luce riflessa, una legittimazione dall’esterno, forse perché intuisce che dall’interno non arriverà mai. In questo senso, quasi andando alle radici antropologiche dell’italianità, l’icona del meglio e quella del peggio si somigliano tanto, sono entrambe ossessionate dal provincialissimo desiderio di far bella figura, di mostrare prossimità col vip. Chi si sporge, chi si mostra felice e quasi incredulo per l’accostamento, quello è il provinciale. Niente, nessuna carica istituzionale, premio, lauree honoris causa, copertine di riviste, cittadinanze onorarie, traduzioni, soldi, flirt rotocalcheschi e quant’altro potrà mai saziare la fame di riconoscimento di un provinciale. Perché al fondo si tratta di convincere sé stesso, cioè il più ostinato detrattore. Come diceva mia zia spagnola: “Dime de que presumes y te diré de que careces”.