Posts Tagged ‘Piero della Francesca’

morirci sopra

ottobre 3, 2018

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“Ci moriva sopra a riguardarla”. È la frase su Caravaggio detta da un suo contemporaneo che mi è più rimasta impressa. Si riferisce alla Santa Margherita di Annibale Carracci, e la pronunciò un allievo del bolognese. Il Merisi che si strugge per il dipinto di un collega, di un “rivale”, al punto da morirci, come si dice di qualcosa o qualcuno che ci piace tantissimo, “mi fai morire”. Io non ci vedo invidia, ma solo un atto di resa, l’ammirazione incondizionata per un’opera molto diversa dalle sue, così composta e ariosa, paragonabile al massimo al Riposo nella fuga in Egitto del lombardo, di contro alle tele della cappella Contarelli, piene di dramma e di pathos, di interrogativi e di ombre. Che poi non è neanche così diversa, son due naturalismi paralleli, entrambi originali, due splendide monadi come probabilmente furono le vite di Caravaggio e del Carracci, isolate e incomunicanti ma con un comune orizzonte di qualità e di obiettivi.

Per cosa si muore sopra al riguardarlo? Cosa ci trafigge il cuore con la sua bellezza, come il pugnale o la spada che Caravaggio si portava dietro senza licenza e che gli furono sequestrati e disegnati nell’interrogatorio del suo arresto? Ognuno ha i suoi innamoramenti estetici, e chi sostiene di non averne in realtà ha un problema. Io di recente muoio sopra L’impero dei segni di Roland Barthes, la sua luminosa intelligenza, il suo stile prezioso e asciutto che dice tutto in due righe. E la pala di Brera di Piero, quell’uovo penzoloni come il lampadario degli Arnolfini, poi il Bellini di San Zaccaria, le mani del Crivelli, il mare dei faraglioni di Lipari d’estate, ma solo la scrittura ha un effetto dissuasivo in me, solo lei mi fa morire qualcosa dentro per davvero, rendendo evidente sia la maestria di chi leggo che i miei limiti.

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gli occhi di Piero

maggio 9, 2017

foto

Marco di Longaro e berto di Longaro conservatori dettero adì 7 di set[t]e[m]bre 1555 p[er] averli fatto 4 lanternoni co[n] 4 aste per gire i[n]torno mo[n](tare?) ditto marco Quando era picolo Menava per mano Mastro Pietro di la francesca pittore eccellente che era accecato tanto lui mi disse“.

(Un appunto tratto da una cronichetta di Borgo San Sepolcro scritta da Berto degli Alberti, che conferma la tesi di Giorgio Vasari secondo cui Piero della Francesca in vecchiaia perse la vista, e per questo motivo non terminò alcuni dipinti come la Natività di Londra e la Pala Montefeltro di Brera. Fotocopia fatta alla Biblioteca degli Uffizi)

il minimo comune multiplo

febbraio 23, 2017

terzetto

Che cosa accomuna le mie passioni artistico-letterarie? Che c’entrano un pittore lombardo che si trasferisce a Roma alla fine del ‘500, uno scrittore francese antisemita e due argentini, un vate cieco e un cronopio emigrato a Parigi? Apparentemente nulla. Non le biografie, alcune maledette, altre banali e monotone come quella di un travet. Non il modo di esprimersi, che oscilla dal rap of consciousness a un aristocratico classicismo. E a ben vedere neppure la poetica, che va dal fantastico quotidiano a un naturalismo recitato, quasi teatrale. Insomma, nessun punto di contatto, quattro artisti diversissimi. A parte un piccolo dettaglio zoofilo, e cioè che tutti e quattro amavano gli animali e cercavano la loro compagnia.

Caravaggio aveva un cane nero che si chiamava Cornacchia dal quale non si separava mai. Così riferisce Giovanni Baglione, il biografo rivale, per poi aggiungere il dettaglio che il Merisi gli aveva insegnato “bellissimi giuochi”, altro segno inequivoco della loro assidua frequentazione. Possiamo pure azzardare qualche ipotesi sull’aspetto del suo cane, dato che Caravaggio ritraeva sempre dal vivo e usava modelli conosciuti. Questo perché un cane nei suoi dipinti compare una volta, e lo si vede nella sua opera meno nota, l’affresco alchemico del Casino Ludovisi commissionatogli dal cardinale Francesco Maria Del Monte. Lì con ogni probabilità Caravaggio ritrasse nel Cerbero a tre teste proprio il suo fido Cornacchia, un bastardino dal pelo nero sul dorso ma bianco intorno al naso, sul petto e la gola gatto5

A riprova di questa ipotesi un’analogia non casuale, e cioè che il cane a tre teste si riflette nel triplice autoritratto del pittore (Giove, Nettuno e Plutone), quasi a ribadire lo stretto legame.

Poi Céline, che dedicò il suo ultimo libro, Rigodon, agli animali, perché ne ebbe sempre tanti (gatti, cani, pappagalli…), a cominciare da Bebert, il gatto più famoso della letteratura francese. La sua fuga rocambolesca dalla Germania in fiamme nascosto nel panciotto dello scrittore è diventata leggendaria, tanto da diventare il protagonista della trilogia tedesca. E’ stata perfino scritta una biografia sul suo conto, onore riservato a pochi suoi simili, che ne ripercorre i vari passaggi e le peripezie, dall’attore Robert Le Vigan, che lo acquista ai grandi magazzini, fino alle scorribande su e giù per la butte di Montmartre. Ma anche i cani furono un grande amore di Céline, come testimoniato dal brano straziante che racconta la morte di Bessy a Meudon (in Da un castello all’altro), malata terminale di cancro, con la sua agonia senza affettazione, sdraiata per terra, il muso rivolto a nord, verso le brughiere danesi dove Céline l’aveva raccolta libera e felice anni prima.  celine-bebert-bessy-danemark

E ancora Jorge Luis Borges, che riusciva a”vedere” stirarsi il suo enorme gatto d’angora Beppo, morto di vecchiaia nell’aprile 1985, pochi mesi prima che lo facesse anche il suo padrone a Ginevra. Il nome di Beppo fu preso in prestito da un personaggio di Byron, il protagonista di A Venetian story, un marito saggio e cornuto che si riconcilia con la moglie adultera dopo aver sorbito una buona tazza di tè. Viziato e coccolato tanto che solo a lui era consentito salire sul gatto2letto della scomparsa madre Leonor, Beppo ispirò i versi di una poesia di Borges in cui si allude ai loro tratti comuni, come il celibato e l’identità fantasmatica.

Infine Julio Cortázar, che adoperava la parola “gatto” come sinonimo di “libertà”. L’argentino amava i felini (ma non i cani) perché non si annoiano mai e sono i veri esploratori del noto, vivendo all’insegna del jamais vu, che è il contrario del déjà vu, l’atteggiamento di chi sente la routine quotidiana come un’avventura appassionante e piena di sorprese. Li scelse sempre trovatelli, come Adorno, il gatto grigio immortalato nella celebre foto scattata nel casale provenzale di Saignon che acquistò con la moglie Aurora Bernardez, mentre gratta per entrare dalla portafinestra.

gatto1E la morbida Flanelle (“se llama así por su pelaje y no por su líbido“), che viveva in rue Martel 5 a Parigi, l’ultima dimora di Cortazar. Flanelle che usciva di rado in cortile, pur potendolo fare, e che preferiva guardare la pioggia dal vetro della finestra, o accoccolarsi sul petto del suo padrone, oppure sdraiarsi di spalle attaccata al termosifone bollente per tutta la sera. Julio la vide morire pochi giorni prima di Carol Dunlop, la fidanzata canadese, i due grandi amori dei suoi ultimi anni, e la seppellì nel giardino della casa parigina di un suo caro amico, il pittore Luis Tomasello.c

Manca solo Piero della Francesca, che ho tenuto fuori dall’elenco per l’assenza di notizie al riguardo, anche se di lui si sa ben poco in generale, dati i secoli trascorsi e la fama relativamente recente. Eppure sarei pronto a scommettere che ce l’avesse anche lui un animale da compagnia, che lo attendeva paziente a Borgo San Sepolcro, secondo me un cane, magari di una razza araldica e impassibile come i suoi personaggi, magari regalatogli da uno dei suoi ricchi committenti, come gli alani simmetrici che sorvegliano l’affresco riminese di Sigismondo Malatesta.gatto6

le cose importanti

gennaio 11, 2017

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Lo so, tu vuoi essere felice, ma ci sono cose più importanti“, dice un uomo a Domiziana Giordano di fronte alla Madonna del Parto di Piero della Francesca, in una scena del film Nostalghia di Tarkovsky.

l’uomo e il posto ideale

dicembre 23, 2016

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L’atmosfera metafisica, quell’aura dechirichiana che si respira nelle città ideali, dalle tavolette di scuola pierfrancescana alla piazza dei tre poteri di Brasilia fino al centro di Pienza, mi suscita ogni volta un senso di agorafobia e mi dà l’impressione di essere totalmente refrattaria a qualsiasi presenza umana, come se le sue geometrie purissime esigessero il deserto. La città ideale la fa l’uomo ma non è fatta per l’uomo, deve essere vuota e pure muta, perché nel vuoto i suoni non si propagano, come nello spazio siderale, dove anche i drammi più violenti si consumano in perfetto silenzio.

l’ultimo Piero

novembre 6, 2016

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La sua arte è un lento e inarrestabile processo di rarefazione semantica, come se l’avvicinarsi alla morte lo spingesse a desistere dalla ricerca di un senso nelle cose. Nella pala di Brera il fulcro della composizione è un vuoto: l’assenza della moglie del duca di Montefeltro, Battista Sforza, appena defunta, è simboleggiata dal suo santo omonimo. E nell’ultima sua opera, la Natività incompiuta di Londra, ogni dettaglio è talmente incongruo da rendere inquietante e anomala tutta la scena. A partire dall’ambientazione disadorna, che sembra più una scelta che non l’effetto della malattia agli occhi che gli impedì di rifinirla. E per un artista come lui il paesaggio non era solo un semplice sfondo, ma un organismo vivo che dialoga coi personaggi ritratti e contribuisce a definirli. Poi lo squallore della tettoia disastrata che poggia su un rudere, il bimbo abbandonato in mezzo alle sterpaglie, la madre lontana e quasi assente. Pure l’asino ragliante, e i tre uomini a lato, improbabili come contadini in adorazione, uno che fa il gesto di indicare il cielo, l’altro in una posa sconveniente, con le gambe accavallate seduto su un trespolo. E gli angeli in coro, così teatrali nella loro fissità, nella loro estraneità alla scena. No, non è la sua solita atarassia.

simmetrie e corrispondenze

ottobre 28, 2016

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Piero della Francesca e Jorge Luis Borges hanno molto in comune, oltre al fatto che mi piacciono un sacco. Entrambi condussero una vita lunga e agiata, furono molto legati al loro paese e rimasero ciechi in tarda età. Ma anche la loro opera presenta delle affinità profonde, ad esempio un evidente esprit de geometrie che utilizza la simmetria come strumento di risoluzione di ogni contrasto. Penso alla fissità araldica degli angeli della Madonna del Parto, fatti con lo stesso cartone rovesciato, o ai levrieri bianchi e neri di Rimini, o ai ritratti appaiati dei duchi di Urbino; mentre in Borges la simmetria è un gioco di paralleli e false contrapposizioni, come la disputa fra I due teologi o i destini speculari del guerriero e della prigioniera. Ma è soprattutto per una curiosa corrispondenza trovata in una Cronichetta del 1556, che li sento così simili tra loro e a me vicini, tanto da farmi ricordare con nostalgia quando nell’ottobre ‘84 accompagnavo Borges per le strade di Roma. Quel libro è una raccolta d’interviste realizzate da Berto degli Alberti a dei cittadini di Sansepolcro, fra cui Marco di Longaro, un vecchio artigiano che realizzava lampade a olio. Questi, raccontando la propria vita di sacrifici, a un certo punto rievoca con orgoglio il fatto di aver “datto il braccio” da ragazzo al grande pittore cieco per le vie del borgo, e in quel momento sembra tradire un lieve rammarico, come se si fosse appena reso conto che il suo nome non sarebbe svanito nel nulla solo per quel piccolo gesto di cortesia, che probabilmente allora considerò insignificante.

un uomo da copertina

ottobre 18, 2016

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Sono sulla copertina dell’ultimo numero di Nuovi Argomenti, a fianco alla Madonna della misericordia di Piero della Francesca, grazie a un bel ritratto fattomi da Tommaso Pincio.

Molto universo per nulla

settembre 29, 2009

Uomo-vitruviano

Mi è stato chiesto un pezzo per una rivista. Saggio o racconto, a mia discrezione, per cui ho scritto una cosa ibrida, le mie preferite. La rivista esisteva già tempo fa, poi chiuse e ora rinasce. E’ di quelle monografiche, in cui ogni collaboratore viene invitato a dire la sua su un tema comune, che in questo caso è Gli inizi. Ci ho pensato un po’ e mi sono ricordato dell’ossessione per gli inizi delle mie ex, quel continuo riandare con la memoria a quando tutto incominciò: come eravamo vestiti, dove stavamo, cosa ci eravamo detti. Forse è un tratto tipicamente femminile, soprattutto in ambito sentimentale. Il gusto di rievocare spesso il momento dell’incontro può riflettere il desiderio di scovare qualche segno del destino che legittimi il rapporto; oppure, più prosaicamente, può manifestare la volontà di aggrapparsi a quel mito fondativo per meglio sopportare la monotonia della routine. (more…)

Il chiodo fisso

maggio 10, 2009

l'origine del mondo

Diciamolo subito a scanso di equivoci: in arte non si stilano classifiche, e i superlativi vanno adoperati con parsimonia. È una questione di bon ton culturale. E poi, in genere, la passione smodata per le graduatorie, le formule consolatorie (il genio è 90% traspirazione e 10% ispirazione), le simmetrie dei chiasmi e i rigidi aut aut da tertium non datur è tipica degli sprovveduti. (more…)