Posts Tagged ‘Pietro Citati’

l’ultima casa di Giorgio Manganelli

luglio 22, 2018

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Ho visitato l’ultima casa di Giorgio Manganelli, in via Chinotto 8 interno 8. Era da un sacco che volevo farlo. Non so cosa mi attrae tanto di questi posti. Forse l’illusione che siano parte integrante dell’opera di chi ci ha vissuto, una specie di appendice alle Soglie di Gerard Genette, o l’idea che i grandi spiriti conferiscano un’aura sacrale ai luoghi che hanno abitato. Quel che è certo, è che col tempo per me quegl’indirizzi diventano una sorta di metonimia, un po’ come le poesie di Peter Altenberg, che evocavano le donne amate con le semplici coordinate geografiche delle loro abitazioni. Via Chinotto si trova a Roma, in una bella strada alberata del quartiere Prati. Manganelli ci scherzava molto su quell’indirizzo dal triplo otto come fosse una filastrocca bislacca, un gioco di allitterazioni, e proprio quello scherzo mi ha permesso di identificare l’appartamento preciso dentro lo stabile, dato che il numero dell’interno è specificato anche sul citofono. Di tutte le altre case romane in cui abitò, da via Gran Sasso 38 a via Germanico 96, via Monte del Gallo 26, via Senafè 19 e piazza Coppelle, 48 è impossibile risalire all’interno. Così, una domenica pomeriggio ho vinto gli indugi e ho citofonato agli inquilini della casa, presentandomi come un giornalista interessato a vedere l’abitazione del grande scrittore, e questi, che sapevano del loro illustre predecessore, molto gentilmente hanno acconsentito a farmi entrare. Si son presi solo un po’ di tempo, forse per controllare su Google che fossi chi dicevo di essere, e poco dopo mi hanno telefonato concordando un20180602_184043

appuntamento. All’ora stabilita sono entrato, ho preso un vecchio ascensore che saliva lento ed esitante come una mongolfiera e sono sceso al terzo piano. La coppia dei proprietari era molto affabile e mi ha mostrato ogni stanza come fossi un immobiliarista venuto a fare una valutazione della casa. Era tutto lindo e in ordine, un appartamento elegante, ampio, luminoso, con grandi vetrate e tanti libri, pezzi di design abbinati a qualche mobile antico su pregiati tappeti orientali, sullo stile di quegli interni da riviste di arredamento come Architectural Digest. Dalle foto e dalle testimonianze di amiche come Patrizia Carrano allora era molto diverso, una casa fotofobica con le serrande perennemente abbassate. In ogni caso un appartamento signorile e costoso, il segno inequivocabile di quanto sono cambiati i tempi. Il prestigio sociale e il reddito di un intellettuale meno di trent’anni fa erano incomparabilmente superiori a quelli di oggi. Manganelli in vita fu un autore di nicchia, non vendette mai più di tremila copie dei suoi libri, e oggi un suo collega con le sue stesse tirature e le sue collaborazioni giornalistiche non potrebbe in alcun modo permettersi di abitare in una casa del genere.20180602_184715

I proprietari in tutto questo tempo non avevano fatto lavori di ristrutturazione significativi ed erano subentrati a Manganelli, che lì fu solo un affittuario. Loro stessi ci vissero in affitto per anni, dato che la proprietaria, figlia del costruttore che aveva edificato la palazzina, all’inizio non intendeva venderla. Poi siamo usciti sul balcone e mi ha colpito tutto quel verde, dalle piastrelle vetrificate alle frasche dei tigli odorosi che sfioravano le finestre del soggiorno. Pare che a fianco ci fossero gli uffici della casa editrice Nuova Italia, che ogni tanto chiamava a raccolta gli scrittori più eminenti del tempo per dei convegni, un po’ come fa oggi Laterza nella sua villa ai Parioli. Chissà se Manganelli vi partecipava, ma ne dubito, data la sua proverbiale ritrosia.20180602_184854

Nello studio, le mensole che ospitavano i libri e la sua collezione di Pinocchi erano ancora lì. I traslocatori le avevano risparmiate e i nuovi proprietari se l’erano tenute. A parte i mobili, lo spazio del cucinotto non era cambiato, era sempre lo stesso locale angusto da single che non sa cucinare e mangia spesso fuori, come raccontò Pietro Citati in un necrologio ispirato apparso su Repubblica. Quello era l’ambiente che mi incuriosiva di più. Le camere da letto erano tre, vai a capire in quale dormisse, ma sicuramente in quella piccola cucina Manganelli morì all’età di 67 anni. Lì lo trovò la governante Attilia la mattina di lunedì 28 maggio 1990. Non riusciva ad aprire la porta perché il suo corpaccione pingue, che lo scrittore definiva “non proprio antropomorfo“, giaceva esanime per terra ostruendola. Sul tavolo, una tazza di camomilla non consumata. Forse si era sentito male di notte e aveva provato a calmarsi bevendo qualcosa di caldo. Chissà. Le mute disgrazie sulla fine casalinga delle persone sole autorizzano qualsiasi congettura. Il certificato di morte lo stilò un medico che era il nipote della sua compagna ufficiale, Ebe Flamini. Manganelli non ebbe un attacco di cuore, come affermarono alcuni giornali, ma fu stroncato dalla miastenia gravis, una malattia neurologica di cui soffriva da tempo. Descrivendone i sintomi più preoccupanti, disse che “talvolta il capo mi crolla come fossi una marionetta a cui hanno improvvisamente tagliato i fili“. Ancora Pinocchio, ma senza lieto fine. Certo a debilitarlo contribuì anche il dolore per la scomparsa due mesi prima di Fausta Chiaruttini, l’ex moglie che non vedeva da quarant’anni ma alla quale era rimasto molto legato, al punto da confidare pochi giorni prima all’amica Giulia Niccolai: “il mio psicanalista (non il mitico Ernst Bernhard, morto nel ’65 N.d.r.) dice che non ho più voglia di vivere, e forse ha ragione“.

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chiarimenti su un post

giugno 28, 2018

calvini

Qualche precisazione riguardo al post su Chichita Calvino, da alcuni considerato irriguardoso tenuto conto che era appena deceduta e che io l’ho usata come pretesto per parlare di Elsa De Giorgi, la sua “rivale”. Il mio post non era dedicato a Chichita, anche perché chi voleva leggere un coccodrillo sulla vedova di Calvino l’altro giorno ne poteva trovare a bizzeffe dappertutto, in tv, in rete o sui giornali (qui uno molto bello). Con quell’accostamento volevo solo mostrare come una strenua volontà di damnatio memoriae avesse infine sortito l’effetto opposto, generando un menage a trois che non c’era mai stato in vita. Ma il primato di Chichita non si discute, lei era la first lady. Calvino sposò lei, con lei fece una figlia, lei era la vedova e l’erede di tutti i diritti, compresi quelli sulle lettere che lui, prima di conoscere Chichita, spedì a Elsa De Giorgi (perché ricordiamo che i due rapporti non si sovrapposero mai). Il suo diritto di veto non si esaurì con la mancata pubblicazione dell’epistolario, ma si esercitò anche ponendo il vincolo su metà delle lettere che oggi non si possono neppure consultare al Fondo Manoscritti di Pavia dove sono custodite (non diversamente dalla sua gestione dell’archivio calviniano ufficiale, tuttora precluso agli studiosi). Nell’aspra contesa legale fra le due donne di Calvino non nascondo che trovai di cattivo gusto certe esternazioni di Chichita, supportate anche da un bullistico articolo di Citati che ironizzava sulle false contesse che circuirono il grande scrittore sentimentalmente immaturo. Mi riferisco alle insinuazioni sullo scarso valore letterario dell’epistolario dettato solo “dalla fisiologia” della coppia (e spero che non ci sia bisogno di spiegare); o quando disse che era scritto con uno stile senza valore per adeguarsi allo stile di lei, evidentemente terra terra. Erano battute gratuitamente offensive e false, non degne della vestale di un autore di culto. La De Giorgi non era una bellezza vuota come una conchiglia, ma oltre che attrice fu scrittrice (conobbe Calvino mentre pubblicava con Einaudi, non prima) e amica intima di molti grandi intellettuali che la stimavano. Il fittissimo carteggio dimostra non solo che lui ne era innamorato, ma che con lei Calvino parlava e discuteva di tutto, politica, arte, cultura, senza cedimenti o “abbassamenti” di sorta (si vedano gli stralci che uscirono su Epoca e sul Corriere). E poi basta il giudizio entusiastico di Maria Corti per farci rimpiangere la mancata pubblicazione di quelle lettere. Se non se ne intendeva lei.

Un mio pezzo sul Foglio

dicembre 26, 2017

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https://www.ilfoglio.it/cultura/2017/12/25/news/parole-non-fatti-cosi-politici-e-intellettuali-si-interessano-al-linguaggio-170274/

L’invidia

gennaio 21, 2010

La recente scomparsa di Beniamino Placido ha amareggiato molti, me per primo. Seguivo con attenzione sia la sua rubrica giornalistica sulla tv che il programma che condusse nel 1994 insieme a Indro Montanelli (Eppur si muove) sul carattere nazionale, in cui se dovevano criticare qualcosa dicevano sempre “noi”, “noi italiani”, non se ne tiravano fuori. Poi leggevo con interesse pure le sue recensioni su Repubblica, credo infatti di aver comprato e apprezzato I 15.000 passi di Vitaliano Trevisan dopo un suo articolo. E infine imparai quasi a memoria un suo densissimo saggetto edito dal Mulino, intitolato La televisione col cagnolino, in cui analizzava il celeberrimo racconto di Cechov per illuminare tanti piccoli fenomeni attuali. (more…)