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Il muro della passione

gennaio 9, 2010

Eccolo, il muro della passione, come a Gerusalemme c’è quello del pianto. Sta a Verona, sotto il balconcino di Giulietta. E’ pieno di biglietti, proprio come a Gerusalemme. Cartoline per Dio, il Deus absconditus dell’amore. E pensare che alcuni li definiscono vandali, affermando che deturpano il falso storico del palazzetto dei Capuleti. Quando ci si arriva, in quella sorta di tunnel buio che introduce al cortile, sembra di entrare nella caverna di Platone, e ogni post-it è l’ombra di un desiderio e di una promessa di senso, la speranza che sia finalmente giunto il nostro momento, come canta Etta James in At last. A leggerli singolarmente, quei frammenti irrelati acquistano una loro unità, si rivelano tessere di un grande mosaico impersonale, perché l’amore è platonico per definizione. E’ la grafia minuta che li individua, non il contenuto, composto soprattutto da frasi fatte e automatismi sentimentali. C’è una scena, nel film La messa è finita, in cui la sorella del prete legge la lettera del padre in cui questi cerca di spiegare le ragioni per le quali si è innamorato di un’altra lasciando la moglie. Nanni Moretti, infastidito, per non ascoltare alza il volume della radio che sta trasmettendo una melensa canzonetta d’amore, e così il labiale della sorella sembra esprimersi mediante quei versi dozzinali, finisce per coincidere con le eterne, fruste e sofferte parole della passione, che è anzitutto un patire. Poco prima di andarmene, noto che uno di quei precari post-it si stacca dalla parete e cade per terra, sul pavimento bagnato dalla pioggia e calpestato dai turisti indifferenti. E’ giusto così. Come nella cerimonia giapponese della contemplazione dei ciliegi in fiore, queste dichiarazioni hanno un carattere elegiaco, sbocciano e appassiscono rapidamente, perché la bellezza più emozionante è quella più evanescente, e ciò che conta è la partecipazione al rito collettivo, non il destino del singolo fiore.

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