Posts Tagged ‘Pontormo’

tipi di felicità

settembre 11, 2017

biondo

Per gli anglosassoni happy deriva da happen, nel senso che è felice colui a cui succedono tante cose. Io mi riconosco di più in quella pagina del diario del Pontormo che dice “oggi feci non so che”, o nel Perec del Tentativo di esaurimento, che preferisce osservare quello che accade quando non accade nulla.

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scommesse

marzo 11, 2017

pontormo1

In quel mare di “squallida quotidianità” che è il diario del Pontormo, che sembra composto solo per registrare il cibo ingerito ed evacuato dal suo autore come una specie di bollettino digestivo, c’è un punto in cui lui racconta di essere ospite a cena dal Bronzino, col quale si era messo a discutere di due parole (“stomachi” e “fianchi”). In sintesi il Bronzino sosteneva che quelle parole si trovavano in un libro del Petrarca, mentre Pontormo lo negava. Così scommettono e vanno a casa del Pontormo a controllare, perché lì c’è una copia del libro, e alla fine si scopre che aveva ragione il Bronzino e al Pontormo tocca pagar pegno (“pagai quello che s’era giucato“). Ecco, leggendo quello scarno diario, io ebbi subito la sensazione che in qualche modo mi riguardasse, cioè che lì dentro potessi trovare anche le mie parole. E così lo lessi attentamente, e poi rilessi, e poi rilessi ancora, e ora penso che il brano che mi appartiene sia l’appunto del 31 marzo 1556. È uno dei più laconici e distratti, quasi una pagina bianca da saltare come fosse un giorno inutile e vuoto, qualcosa di vago e remoto come un ricordo d’infanzia annebbiato. Probabilmente il Pontormo lo annotò dopo il 31 marzo, quando non si ricordava più bene cos’era successo, infatti scrisse: “martedì in casa feci non so che“. Sì, anche a me succede così, spesso. In quelle parole mi riconosco ma non per sbadataggine, o scarsa memoria, e nemmeno per qualche giorno isolato e ramingo. No, io quel martedì lo sento da una vita, tanto che è iniziato e finirà con me, e quelle parole potrebbero essere una specie di bilancio finale, un consuntivo da pronunciare guardandomi indietro, nel momento in cui les jeux sont faits e rien ne va plus, come fossero le mie ultime parole famose.

Improvvisamente

maggio 23, 2016

niente

Tempo fa seppi che dei lessicografi americani avevano condotto una ricerca sulle parole più frequenti presenti nei libri gialli, e al primo posto risultava suddenly, “improvvisamente”. Ecco, se dovessi dire un motivo per cui non amo quel genere letterario, indicherei proprio l’eccesso di svolte, agguati e colpi di scena, che trovo poco verosimili. Nella vita delle persone ordinarie gli “improvvisamente” sono rari, e quando capitano non vengono certo annunciati con squilli di tromba. Inoltre, usare spesso espedienti di quel tipo è un modo troppo facile per tener desta l’attenzione del lettore, e alla lunga la satura. Ma la nostra è una società dominata dall’horror vacui, come dimostra il cartello posto al principio della strada che attraversa Great Basin, l’enorme depressione desertica statunitense, una specie di vertigine orizzontale, in cui si avvisano i viaggiatori che per le prossime ventidue miglia non troveranno “assolutamente niente”. Non che le sorprese siano del tutto assenti nella grande letteratura, però di solito vengono nascoste fra le pieghe della routine, in vite all’apparenza piatte e desolate come quella di Stoner, il protagonista dell’omonimo romanzo di John Williams. Lo stesso vale per i grandi artisti come il rumeno Cioran, che sui suoi Quaderni annotava soprattutto ciò che non era successo: le occasioni mancate, i progetti falliti, le rinunce; o per il Pontormo, che mentre dipingeva il coro di San Lorenzo scriveva sul suo diario: “oggi feci non so che”.