Posts Tagged ‘Primo Levi’

la nascita della scrittura

giugno 11, 2018

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Primo Levi visse tutta la sua vita nella stessa abitazione, in corso Re Umberto 75 a Torino. Lì nacque il 31 luglio 1919, e lì morì cadendo (o gettandosi) nella tromba delle scale l’11 aprile 1987. Nell’arco di quei 67 anni e mezzo si assentò solo dal 1942 all’ottobre 1945: un anno a Milano, per lavorare in una fabbrica di medicinali, alcuni mesi da partigiano in Val d’Aosta, l’arresto il 13 dicembre 1943 e la deportazione a Fossoli e poi ad Auschwitz per undici mesi, infine altri nove mesi sulla via del ritorno.

Poco tempo prima di morire, mostrando casa sua a Philip Roth che lo stava intervistando, gli indicò il suo tavolo da lavoro e disse: «La scrivania su cui scrivo occupa, stando alla leggenda familiare, il punto esatto dove vidi per la prima volta la luce».

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Le pratiche inevase

maggio 25, 2018

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Signore, a fare data dal mese prossimo

voglia accettare le mie dimissioni

e provvedere se crede

a sostituirmi.

Lascio molto lavoro non compiuto

sia per ignavia

sia per difficoltà obiettive.

Dovevo dire qualcosa a qualcuno

ma non so più che cosa e a chi

l’ho scordato.

Dovevo anche dare qualcosa

una parola saggia, un dono, un bacio

ho rimandato da un giorno all’altro

mi scusi

provvederò nel poco tempo che resta. (more…)

Un mio pezzo allegro sul Foglio

aprile 6, 2018

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il turismo dell’orrore letterario

ottobre 23, 2016

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Esiste un turismo dell’orrore che non suscita riprovazione e sarcasmo nei confronti di chi lo pratica. Al contrario, è visto come qualcosa di nobile, un segno di elezione spirituale, eppure si nutre della stessa attrazione morbosa per la cronaca nera. Riguarda la letteratura, in particolare gli scrittori suicidi, ecco perché viene inteso come una sorta di  pellegrinaggio laico. Per i suoi adepti, l’aura scomparsa dell’opera risorge più luminosa dalle ceneri delle biografie omaggiate nel luogo del loro tragico epilogo. C’è chi sosta in raccoglimento di fronte all’albergo torinese di Cesare Pavese, e chi nella stessa città indugia assorto sulle scale delle case di Primo Levi e di Franco Lucentini. Chi preferisce la meditazione sul prato intorno all’abbazia di Chiaravalle per Antonia Pozzi, chi fa tappa in via del Corallo a Roma per Amelia Rosselli e chi, come me, fotografa il cortile in cui finì riversa Mia Cinotti. C’è pure chi va all’estero a far trekking espiativo sui Pirenei, ripercorrendo la route Lister (nella foto), il sentiero lungo il quale s’incamminò Walter Benjamin nelle sue ultime ore per sfuggire ai nazisti; e chi attraversa l’oceano per visitare la Ketchum di Ernest Hemingway, o la californiana Clermont di David Foster Wallace. Insomma, ce n’è per tutti i gusti, l’importante è sfoderare al  momento giusto la moleskine d’ordinanza. Armati delle migliori intenzioni, certo, e tuttavia armati, non per niente il taccuino è “d’ordinanza” come uno strumento poliziesco, ed è “sfoderato” come uno strumento d’offesa. Operazione non innocente, dunque, ma vi è letteratura ove si dia innocenza?

Gli oneri del successo

marzo 2, 2012

Come milioni di italiani, anch’io guardavo Che tempo che fa il 5 febbraio, quando Saviano fece il nome di Wislawa Szymborska. Ricordo che Fazio introdusse la cosa come particolarmente meritevole: per una volta un ospite non faceva pubblicità a un proprio prodotto (libro, film, disco ecc.), ma a quello di un altro. In verità il sacrificio era minimo. Chiunque conosca la tv sa che si promuove soprattutto sé stessi, non un prodotto specifico. La presenza di un artista in un programma così seguito fa sì che il suo rating generale si elevi in modo tale che tutte le sue azioni ne beneficino, non solo quelle di cui si discute; e questo vale sia che si stia rispondendo a un’intervista sull’ultimo libro o che si parli di quello di un altro.

 In ogni caso era una grande occasione. Saviano gode di un consenso vastissimo e quasi fideistico, il nome fatto da lui avrebbe sicuramente avuto un grande risalto nei giorni seguenti. E la scelta di una poetessa, cioè di promuovere un’artista che utilizza la forma di espressione più negletta in assoluto, era molto azzeccata. Purtroppo ha deciso di parlare di una poetessa celeberrima morta da pochi giorni; e si sa, i premi Nobel sono una manna da quando li ricevi a quando crepi, ma hanno due momenti in particolare in cui le vendite raggiungono il picco: appunto quando si ricevono e quando si muore.

Insomma, non vedevo tutto questo bisogno di promuoverla; oltretutto con dei versi (“Ascolta come mi batte forte il tuo cuore”) talmente noti e citati sui social network che ne stavano per fare una suoneria da cellulare. Ciononostante la mia delusione rimase solo mia, non la comunicai a nessuno, anche perché non conviene esprimere delle critiche a Saviano, nel migliore dei casi passi per invidioso.

Poi lessi Paolo Repetti, il responsabile di Einaudi stile libero, che commentava su facebook il successo delle poesie della Szymborska, giunte in vetta alle classifiche di vendita, come il risultato di un nuovo modo di trattare i lettori “con rispetto”, e mi rammentai la pubblicità della Pepsi citata da David Foster Wallace, quella ambientata in una spiaggia gremita di bulli e pupe in costume, dove a un certo punto arriva il ragazzo delle bibite col baracchino. Lo apre, tira fuori una Pepsi, la stappa provocando il classico rumore delle bollicine che affiorano e all’istante tutti i frequentatori della spiaggia si voltano e corrono verso di lui ad acquistare la stessa bibita. Nella ressa finale attorno al baracchino compare la scritta “Pepsi, the choice of the new generation“. Per me, quella di chi aveva comprato il libro di poesie della Szymborska dopo il consiglio di Saviano era una cosa simile: un riflesso pavloviano spacciato per scelta consapevole.

Quando è morto Lucio Dalla ho ripensato all’ultima volta in cui l’ho visto, sul palco di Sanremo, col cantante che sponsorizzava, Pierdavide Carone. Ecco, mi son detto, così si fa. Il successo è un dono che va ricambiato, e quando arrivi in cima è tuo dovere promuovere un giovane sconosciuto sul cui talento scommetti. A parlar bene dei mostri sacri son buoni tutti, non si rischia niente. Su twitter oggi ho visto questo blog http://notizie.bol.it/2012/03/02/5-libri-consigliati-da-roberto-saviano/, il cui titolare vantava di aver ricevuto direttamente da Saviano degli ottimi consigli di lettura. Erano tutti autori morti. In ordine di apparizione: Omero, Varlam Salamov, Albert Camus, Primo Levi, José Saramago.